Libri

 

Dal secolo dell’emancipazione all’alba della Shoah
La lunga saga dei fratelli Ashkenazi

di Sergio Franzese

 

Le aspettative che Reb Abraham Hirsch Ashkenazi nutriva per i suoi due figli maschi, i gemelli Simcha Meyer e Josef Bunim, erano andate deluse fin dalla loro nascita avvenuta mentre egli, in occasione delle festività di Pesach, si era recato in visita al rabbino di Vorka, di cui era grande devoto. Tanto per iniziare il nome da lui prescelto per l’unico figlio atteso era Simcha Bunim ma la moglie, che in sua assenza aveva inaspettatamente dato alla luce due creature, lo aveva spezzato aggiungendovi anche Meyer e Jacob. In questo modo aveva ottenuto quei due nomi “che non erano né di qua né di là” e ciò aveva rovinato a Reb Abraham Hirsch la gioia di quella doppia nascita.

Avviato allo studio del Talmud sotto la guida di eminenti maestri, Simcha Meyer si dimostra un vero ilui, una testa d’oro, che però presto volgerà le proprie doti intellettuali verso gli affari manifestando un certo disprezzo per le cose di ordine spirituale. Non meno indifferente nei confronti della religione e delle tradizioni appare, fin dall’inizio, anche Jacob Bunim che per questo godrà di scarsa considerazione agli occhi del severo genitore. Entrambi crescendo perseguono un obiettivo di assimilazione in seno alla società civile che però non riusciranno mai a raggiungere completamente; per i goyim, siano essi polacchi, tedeschi o russi un ebreo rimane sempre, prima di tutto, un ebreo. Il denominatore comune di coloro che li circondano infatti è un sentimento di antisemitismo che si manifesta in modo diverso a seconda dei momenti e delle circostanze: dai gesti di scherno nei confronti dei chassidim, avvolti in lunghi caffetani neri, con barba e cernecchi, la cui parlata yiddish rende così esotici, ai pogrom fomentati da chi detiene il potere politico e religioso che periodicamente si scatenano contro la popolazione ebraica, accusata di essere la causa di malesseri sociali quali disoccupazione, sfruttamento della manodopera, speculazioni finanziare e via di seguito.

Tra case spesso sovrappopolate, botteghe e sinagoghe, lungo strade percorse ogni giorno da rabbini, talmudisti, artigiani, commercianti, operai, massaie, sovversivi, uomini e donne di ogni età e di ogni ceto sociale trascorre la vita del ghetto, le cui mura sono state abbattute dopo l’emancipazione, mentre poco lontano sta sorgendo un nuovo quartiere ebraico. Sono questi i luoghi in cui incomincia e termina l’epopea dei fratelli Ashkenazi, storia che si svolge anche per un certo tempo nella città russa di Pietrogrado dove Simcha Meyer (che ora ha assunto il nome Max) si trasferisce. Qui egli resta intrappolato per un lungo periodo a causa degli accadimenti succedutisi alla rivoluzione russa. Lo salverà il fratello Jacob Bunim, che sulla via del ritorno verrà ucciso da un soldato di frontiera polacco dopo essere stato da questi deriso e umiliato in quanto ebreo.

A rendere interessante la lettura dell’opera non è però tanto la biografia dei fratelli Ashkenazi, gemelli dal temperamento opposto in competizione fin dall’infanzia, quanto i personaggi e gli eventi che fanno da corollario alle loro esistenze: la partecipazione degli ebrei all’espansione economica della città polacca di Lodz, fondata sulla manifattura tessile, il loro progressivo radicamento in una società che da un lato beneficia della loro intraprendenza e laboriosità e dall’altro non cessa di discriminarli, le lotte di classe che spesso vedono anche il proletariato ebraico ribellarsi alla borghesia di cui Simcha Meyer e Jacob Bunim sono divenuti parte, il primo per merito della sua astuzia e di rischiose manovre speculative, il secondo grazie ai suoi colpi di fortuna.

Il racconto si conclude mentre in Europa incomincia a diffondersi l’ideale sionista e nella Polonia divenuta indipendente lo spirito nazionalista, che trova espressione in seno alla sua nuova classe politica e militare, rafforza quei sentimenti antisemiti da sempre diffusi tra la popolazione. Negli stessi anni all’orizzonte si profilano le condizioni che con l’avvento del nazionalsocialismo in Germania condurranno di lì a poco alla tragedia della Shoah.

Da ogni pagina del romanzo di Israel J.Singer traspare l’essenza del pensiero ebraico. Attraverso la descrizione di personaggi come Reb Abraham Hirsch Ashkenazi, il quale non si era fatto scrupolo di allontanarsi dalla propria moglie nei giorni che precedevano il parto per andare a far visita al rabbino, o di Reb Baruc Wolf, che era stato colpito da una paralisi dovuta a un forte raffreddore di cui si era ammalato in un gelido inverno mentre si recava a piedi da Lentchitz a Kotzk, anch’egli per trovare il suo rabbino, si può cogliere il senso della devozione che ogni pio ebreo riserva al proprio maestro spirituale. Riferendosi ancora a Reb Baruc Wolf, “famoso per la sua crudeltà non meno che per la sua pietà e la sua erudizione” a cui non piace insegnare la Torah, perché i ragazzi possono studiarsela a casa da soli, ma che preferisce concentrarsi sulle parti formalistiche e legalistiche contenute nel Talmud, l’autore ci dice che in estrema sintesi l’ebraismo è halakhà, cioè osservanza delle mitzvot. Altrove si esprime invece sotto forma di tsedakà, amore per la Giustizia, quello che per Tevyeh e Nissan, idealisti rivoluzionari, costituisce la spinta verso la ribellione sociale. Esso è, infine, teshuvà, redenzione: in una Lodz ormai immiserita e agonizzante Simcha Meyer trascorre i suoi ultimi giorni terreni trovando conforto nella fede che aveva abbandonato molti anni prima per inseguire la conquista della ricchezza materiale e del potere tra gli uomini. Ed ora, rileggendo passi della Bibbia a proposito della vanità della vita e dell’insignificanza dell’uomo, egli cerca un ritorno a Dio.

I fratelli Ashkenazi, composto nel 1936 da Israel Joshua Singer (Bilgoraj 1893 - New York 1944), fratello maggiore del premio nobel Isaac Bashevis, è un affresco di storia polacca ed ebraica raccontato attraverso un capolavoro narrativo tra i più importanti della letteratura yiddish. Il poderoso romanzo uscito per la prima volta in Italia nel 1970 (Longanesi) è stato ripubblicato all’inizio di quest’anno dalla casa editrice Bollati Boringhieri con un’introduzione al testo di Claudio Magris, saggista contemporaneo e studioso di letteratura mitteleuropea. La sua scrittura, grazie anche all’ottima traduzione dalla versione inglese curata da Bruno Fonzi, risulta scorrevole e capace di trasmettere fin dai primi capitoli l’atmosfera e il fascino di un passato al quale si lega un’immensa eredità culturale divenuta patrimonio di tutto l’ebraismo contemporaneo.

Sergio Franzese

 

Israel J. Singer - I fratelli Ashkenazi - Bollati Boringhieri, Torino - 2011 -pagg. 759 - 19,50

 

    

Share |