Risposta a Guido Ortona

 

L’ostilità indiscriminata e l’effetto realtà
La fragilità e la forza della rilevazione degli atteggiamenti anti-semiti

 di Alfredo Alietti e Dario Padovan

 

Le osservazioni di Guido Ortona in merito ai risultati della ricerca sono plausibili, essendo parte di un insieme classico di obiezioni relative alle tradizionali survey sugli atteggiamenti dichiarati dalle persone intervistate. A livello generale, è lecito presupporre che l’ostilità manifestata contro ebrei e musulmani sia parte di un più generale atteggiamento di ostilità contro tutti coloro i quali differiscono dalla presunta identità socio-culturale dei rispondenti, e che ci troviamo di fronte a un’ostilità indiscriminata, a un odium omnium contra omnes. Nondimeno, ci paiono opportune alcune considerazioni. Trattandosi di un campione nazionale è altrettanto lecito ipotizzare che il confine della diversità sia costituito dall’italianità, termine con il quale, per quanto insolito, si rimanda ad una sorta di identità culturale, religiosa o più semplicemente linguistica che nell’architettura della rilevazione dei dati è stata debitamente tenuta in considerazione. Ad esempio, chi è orgoglioso di essere italiano e si sente offeso quando si parla male dell’Italia costituisce la stragrande maggioranza del campione, adombrando un predominante etnocentrismo. Possiamo quindi escludere perché poco rilevante un’ostilità per così dire inter-regionale, altrimenti molti non avrebbero risposto, pur in assenza di alternative, in modo inequivoco alle domande sul sentimento di italianità. Rimane plausibilmente un’ostilità che si dirige verso i non-italiani.

Qui il ragionamento di Ortona può trovare più conferme, come abbiamo anche noi sottolineato nel nostro rapporto. Le sovrapposizioni di anti-ebraismo e anti-islamismo sono chiare, anche se non vanno nella medesima direzione, ossia esiste una certa differenza nella sovrapposizione degli atteggiamenti tra anti-giudaici e anti-islamici. Nello specifico, nel report avevamo sostenuto quanto segue: “I dati mostrano che solo il 14,66 percento è privo di pregiudizio, mentre quasi il 45% prova contemporaneamente sentimenti antisemiti e anti-islamici, dato particolarmente interessante perché rileva come i due pregiudizi si sovrappongano in una percentuale significativa del campione. Inoltre, entrambi gli atteggiamenti avversivi si intercettano proprio in questa direzione: il 63,43% di chi è dichiaratamente antisemita (valore >75) è anche anti-islamico, mentre nel caso degli islamofobici (valore >75) solo il 20,75% è anche antisemita. Tale dato è particolarmente rilevante per la nostra ipotesi che non vi sia una distinzione di natura cognitiva tra le due forme di ostilità nella mente degli intolleranti e che ebrei e musulmani siano entrambi considerati degli estranei in grado di minacciare la nostra integrità sociale. Tale fenomeno si potrebbe chiamare discriminazione indiscriminata o razzismo generalizzato e sistemico”. Tuttavia, continuando a riflettere su questi dati ci siamo resi conto che è anche possibile rilevare una certa difformità tra i due pregiudizi, come ha sostenuto Bruno Contini in una suo intervento durante il Convegno tenutosi a Torino per discutere questi temi. Infatti è interessante notare che mentre il 63% di chi si dichiara antisemita è contemporaneamente portatore di pregiudizi contro i musulmani, nel caso degli islamofobici solo il 20% manifesta anche un’ostilità contro gli ebrei. Queste evidenze empiriche danno ragione a Ortona dal lato degli antisemiti, ma non dal lato degli islamofobici. Ci viene da pensare che l’Islamofobia costituisca un atteggiamento in parte indipendente da altre forme di pregiudizio storico (come l’Anti-semitismo), che comunque si sovrapponga a una più generica ostilità verso gli immigrati, e che contenga anche un’importante specificità legata a una certa animosità contro l’Islam in quanto sistema socio-culturale e religioso, in quanto civiltà storica. I dati prima riportati ci permettono quindi di sostenere che esiste un antisemitismo radicale solo in una porzione ristretta di popolazione (il 12,5% di intolleranti) e un più blando atteggiamento pregiudiziale nel 38,5% dei casi (che abbiamo definito “lealisti con pregiudizio”). Ora, si tratta di capire se, come suggerisce Ortona, essendo l’anti-semitismo più ridotto di quanto appariva a una prima lettura, si possa anche sostenere che tale ostilità dichiarata appartenga a un modello di pregiudizio dotato di “un’inquietante proprietà transitiva che lo fa muovere con facilità da un target all’altro”. Individuare un tale modello di razzismo, come ha fatto la nostra ricerca, non significa evidentemente sottolineare che il fenomeno risulti meno preoccupante di quanto da noi esplicitamente affermato. Anzi, significa individuare delle forme espressive del razzismo apparentemente anomale che però sono diventate la regola, forgiando un razzismo, cangiante, mutevole, sfuggente, polisemico. Rimane il fatto che la presenza di uno zoccolo duro di antigiudaici o antisemiti costituisce ovviamente un problema serio visti gli sforzi realizzati in questi decenni per estirpare il razzismo contro gli ebrei dalle società occidentali.

Per quanto riguarda la seconda questione postaci da Ortona relativa alla cosiddetta intensità delle preferenze, ovvero se e quanto all’atteggiamento pregiudiziale possa conseguire un comportamento razzista, vi è da osservare che tale problema è immanente alla ricerca sociologica e psico-sociologica sugli atteggiamenti fin dal celebre articolo di Lapiere “Attitudes vs Actions” pubblicato nel 1934 sulla rivista Social Forces. In sintesi, Lapiere nel sua saggio riporta gli esiti di un’ampia ricerca costruita su due distinte fasi: nella prima fase inviò ad un centinaio di albergatori della California, in quegli anni intrisa di un sentimento diffuso anti-cinese, un questionario dal quale emerse che la netta maggioranza dichiarava di non volerli quali potenziali clienti; nella seconda, registrò le reazioni degli stessi albergatori di fronte a una coppia di cinesi che si presentavano e richiedevano una stanza; il sorprendente risultato fu che i rifiuti furono minimi rispetto alle premesse espresse dall’atteggiamento rilevato chiaramente pregiudizievole contro la comunità cinese.

Questa fondamentale analisi è stata per lungo tempo una spada di Damocle per chi affrontava lo studio degli atteggiamenti e attualmente la letteratura metodologica sul tema è talmente ampia che difficilmente si potrebbe sintetizzarla in maniera efficace. Nondimeno, come lo stesso Lapiere poneva a conclusione del suo articolo, questo non significa necessariamente che il pregiudizio non esista, o che non sia capace di mobilitazione, poiché le ragioni per non comportarsi da razzista sono molteplici ma è assai plausibile che l’atteggiamento diffuso contrario alle minoranze rafforzi delle politiche di esclusione e, talvolta, anche legittimi chi attua pratiche violente. Come sostiene anche van Dijk, le parole hanno a volte conseguenze molto materiali, non confinate a un livello puramente simbolico.

Un’altra importante ricerca, molto citata in letteratura, è quella svolta da Nonna Mayer, nota sociologa francese eminente studiosa dell’Anti-Semitismo e Islamofobia in Francia e in Europa) all’indomani di uno dei più clamorosi episodi di anti-semitismo in Europa dopo la seconda guerra mondiale: la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras nel 1988 da parte di un gruppo di neonazisti. Dalla rilevazione successiva al grave episodio antisemita, i dati mostravano un deciso spostamento di opinioni favorevole alla comunità ebraica francese rispetto alle precedenti rilevazioni dalle quali emergeva comunque una zona significativa di soggetti anti-semiti (vedi Nonna Mayer, “Racisme et antisemitisme dans l’opinione publique française” in Taguieff P, Face au racisme, 1991, La Dècouverte, Paris).

Indubbiamente, ciò che possiamo definire “effetto realtà” può raffigurare un bias decisivo nell’orientare l’opinione e l’atteggiamento delle persone e dunque modificare in modo sostanziale la nostra analisi sulla diffusione nella società di atteggiamenti razzisti.

Da queste fragilità implicite nello studio degli atteggiamenti, di cui Ortona è consapevole, si accompagna la sua osservazione su quale punto di un’ipotetica scala di pregiudizio si colloca il soggetto anti-semita. Riteniamo giusta e ovvia questa valutazione, tuttavia come abbiamo ricordato nel rapporto citando Enzo Campelli nel trattare le risposte ai singoli item dobbiamo avere la consapevolezza che dichiarare l’attribuzione di certi tratti negativi all’immagine dell’ebreo non coincide con un anti-semitimo strutturato “per il quale è necessario individuare ricorrenze sistematiche fra intere costellazioni di tali tratti, nonché i soggetti che manifestano un accordo significativo rispetto ad esso” (p. 9). Ne consegue, che se un soggetto si dichiara d’accordo con la maggioranza degli item di un’ipotetica scala di Anti-Semitismo non ne possiamo certo dedurre l’intensità strutturata delle preferenza, ma sicuramente ne possiamo rilevare la presenza all’interno di specifici gruppi, orientamenti politici e status sociali. In questo, crediamo, stia la forza di questo tipo di ricerca empirica, per quanto essa presenti una sua intrinseca debolezza metodologica e interpretativa. Avere coscienza di questi fattori “critici” permette al ricercatore/alla ricercatrice di svolgere le sue analisi e contribuire alla discussione secondo l’etica scientifica.

Infine, ci sembra giusto sottolineare la scelta (nostra e condivisa dai promotori della ricerca del comitato Passato&Presente) di privilegiare non soltanto la quantità del pregiudizio, ma anche una plausibile spiegazione attraverso il modello causale proposto costituito dagli effetti diretti e indiretti sul pregiudizio di autoritarismo, etnocentrismo e anomia, proseguendo nel solco aperto da Adorno nella sua famosa ricerca sulla “Personalità autoritaria”. Il modello che ne risulta appare interessante non solo per la significatività statistica, ma anche per le modalità con le quali i fattori predittivi influenzano gli atteggiamenti pregiudizievoli. Infatti, mentre l’etnocentrismo risulta determinante per il pregiudizio anti-semita, nel caso dell’islamofobia essa risulta essere direttamente influenzata dall’autoritarismo. Tale modello suggerisce un’ulteriore implicita risposta ai rilievi di Guido Ortona, mostrando come, oltre alle esistenti sovrapposizioni, vi siano anche alla base dei due pregiudizi indagati dei meccanismi generativi dipendenti da fattori causali differenti.

Con la speranza di aver risposto in maniera esauriente ed esaustiva alle osservazioni proposte, riteniamo tuttavia opportuno un confronto sulla nostra indagine, così come su altre ricerche dedicate a questi temi, a ragione dei tempi in cui viviamo caratterizzati da frammentazione sociale, tendenze autoritarie e legittimanti discorsi razzisti. Siamo perciò disponibili a qualsiasi discussione di metodo e sui risultati, e a tal fine siamo altresì disponibili a fornire, a chi lo richieda, il data set per ulteriori approfondimenti.

Alfredo Alietti e Dario Padovan

    

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