Prima pagina

 

 

Il secolo di Hobsbawm

 di Manuel Disegni

 

Notizia da prima pagina in tutto il mondo: è morto Eric Hobsbawm. Storico della contemporaneità, egli era uno tra gli ultimi esponenti di una generazione di intellettuali ebrei marxisti che ha segnato la cultura inglese ed europea del ’900. Se fra venti o quarant’anni qualcuno prenderà in mano i giornali del 2 ottobre 2012, immaginiamo che si domanderà stupito perché mai la morte di un anziano, venerando storico marxista abbia destato tanto clamore. Eric Hobsbawm è morto a 95 anni da marxista mai pentito. Fu un ostinato comunista iscritto al minuscolo Partito britannico CPGB dal 1936 al 1991 (anno di scioglimento), dunque non certo un pensatore mainstream nella cultura inglese, o occidentale in generale. Una cariatide, un residuo particolarmente longevo del Novecento - si commenterà - meritava sì una degna sepoltura. Ma le prime pagine dei quotidiani di mezzo mondo? Eppure così è stato.

Nonostante le posizioni politiche che assunse e cui rimase fedele, sempre più minoritarie man mano che il suo secolo andava esaurendosi, Eric Hobsbawm era considerato fra gli intellettuali d’oltremanica più influenti al mondo. La sua figura di distinto professore inglese, alto e allampanato, era circondata da unanime stima e le sue opere riscuotono tuttora successo universale, dentro e fuori dall’accademia, nella sinistra come nella destra, presso studenti e professori. Il suo libro più famoso, The Age of Extremes (traduzione italiana Il secolo breve, Rizzoli, 712 pp.), è il testo di storia più letto di sempre, tradotto in 37 lingue, studiato da milioni di studenti in tutte le università e apprezzato anche dal grande pubblico, non ultimo anche grazie alle sue riconosciute doti di prosatore.

Il secolo di Hobsbawm è il ventesimo: egli ne è stato, oltre che il maggiore studioso, anche un testimone diretto. Nacque ad Alessandria nel 1917 in una famiglia ebraica cosmopolita. Il padre, un polacco al soldo del governo coloniale inglese, si chiamava Loepold Obstbaum (di cui Hobsbawm è una storpiatura anglizzante). La madre Nelly Grün proveniva dalla borghesia ebraica asburgica. Rimasto prematuramente orfano Eric Hobsbawm visse gli anni giovanili a Vienna e successivamente a Berlino, che abbandonò in corrispondenza dell’ascesa di Hitler nel 1933 alla volta di Londra. In Inghilterra intraprese una brillante carriera universitaria, che dopo gli studi storici al King’s College di Cambridge (dove l’insegnamento gli fu sempre interdetto per motivi - a suo dire - politici) lo vide per decenni professore alla Birkbeck University di Londra.

Egli concepì sempre lo studio come il suo personale contributo al movimento operaio europeo, si sentiva un intellettuale di lotta. La fedeltà incrollabile all’ideale socialista - nonché ai presupposti marxiani dell’analisi storica - non incrinò mai la sua cristallina onestà intellettuale né l’indipendenza di pensiero. Uno studioso militante, mai dogmatico. Fu uno dei massimi pensatori di quella corrente che negli anni settanta veniva chiamata Eurocomunismo, e anche per questo motivo ebbe sempre come interlocutore privilegiato il PCI di Berlinguer, allineato ma non pedissequo, gramsciano e storicista. Testimone di questo sodalizio politico è il volume pubblicato nel 1976 insieme a Giorgio Napolitano, Intervista sul PCI. A 36 anni di distanza dalla comune stesura di quel libro il Presidente della Repubblica ha voluto ricordare lo storico, nel giorno della sua morte, con un’affettuosa nota ufficiale.

Il New York Times scrive di lui:”uno dei grandi storici inglesi del suo tempo, un comunista mai pentito, un erudito la cui storia colta ed elegantemente scritta è studiata nelle scuole di tutto il mondo”. La storiografia della modernità e della contemporaneità non possono prescindere dalla sua opera, dalle sue categorie interpretative e dalle sue periodizzazioni. Il suo titolo più celebre, Il secolo breve. 1914-1991, espone la tesi secondo cui il ventesimo secolo, quello più intenso e rapido, che ha visto avere luogo i maggiori rivolgimenti nella storia umana, duri non più di 77 anni: inizia con l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, quindi con il primo conflitto mondiale, e termini con la dissoluzione del blocco comunista. Questo titolo è il completamento di una monumentale tetralogia (gli altri volumi sono: Le rivoluzioni borghesi. 1789-1848; Il trionfo della borghesia. 1848-1875; L’Età degli imperi. 1875-1914) che costituisce oggi una fonte imprescindibile per lo studio dell’epoca moderna, ovvero l’epoca capitalistica.

Hobsbawm aveva il gusto - tipicamente britannico - del paradosso, ne faceva una delle sua categorie d’interpretazione storiografica più peculiari. Egli stesso, si può dire, costituisce un paradosso difficilmente spiegabile. Comunista, probabilmente il maggiore storico del capitalismo di ogni tempo, Hobsbawm ha riscosso un successo senza pari nel mondo che non ha mai smesso di criticare e di voler cambiare. Mentre in Unione Sovietica non è mai stato pubblicato, negli Stati Uniti e in Europa occidentale è stato sempre celebrato, insignito di premi e onorificenze. Quando scrisse che il ventesimo secolo era terminato nel 1991, intendeva dire che il suo secolo era terminato, che la sua parte era stata sconfitta. È da perdente che è diventato il più grande al mondo.

Un perdente mai rassegnato. Ha continuato a scrivere (la sua forma di militanza) fino a pochi giorni prima di morire. L’ultimo libro pubblicato, tradotto anche in italiano, porta come titolo Come cambiare il mondo (Rizzoli 2011, 488 pp.), e come sottotitolo, Perché riscoprire l’eredità del marxismo. In questo testo Hobsbawm si confronta con l’inquietudine del mondo di fronte all’attuale crisi finanziaria, ed è convinto che occorra ancora fare i conti con il pensiero di Karl Marx. Il filosofo di Treviri, argomenta Hobsbawm, fu colui che demistificò il presunto carattere permanente del sistema economico vigente. Esso corrisponde a una fase storica ed è dunque soggetto a trasformazioni. Oggi più che mai, secondo lo storico, occorre combattere l’ideologia dell’assenza di alternative, e l’opera di Marx è un ottima arma. Essa è inoltre in grado di dirci molte cose sul tempo che viviamo: per esempio, nel concetto di feticismo delle merci, coniato da Marx negli anni Sessanta del’800, c’è già molto della sostituzione dell’economia di produzione con le acrobatiche illusioni della finanza avvenuta più di un secolo dopo.

Ma quel che di Marx stava più a cuore a Hobsbawm è un elemento del suo pensiero che lui stesso non avrebbe voluto riconoscere: l’utopismo. Per utopismo non si intende una rappresentazione astratta e inerte di un mondo perfetto, ma un impegno concreto per migliorare il mondo, per creare una società che consenta a ogni uomo di essere tale. “I filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo - scrisse Marx - ora si tratta di cambiarlo”. Lo studio, l’analisi e l’interpretazione dei processi sociali non devono essere contemplativi e disinteressati, anzi, sono ciò attraverso cui l’uomo può sperare di farsi attore del proprio destino collettivo. È soprattutto per questo carattere onestamente interessato e militante del suo studio della storia se possiamo dire che con Eric Hobsbawm ci lascia uno dei più grandi intellettuali marxisti di sempre.

 

Manuel Disegni

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