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Supermarket e democrazia

 di Anna Segre

 

“La Comunità di Torino non è un supermarket!” ci aveva ammonito qualche candidato del gruppo Anavim in campagna elettorale. Cosa significava questa metafora? Il supermarket può essere visto come simbolo di consumismo, di culto dell’apparenza, di scarsa profondità e di molte altre cose che ne giustificano l’accezione negativa. Però la metafora può anche essere usata per indicare un contesto in cui offerte diverse convivono fianco a fianco nel reciproco rispetto, ciascuna con la propria autonomia e legittimità. Nel supermarket non tutto è permesso (per esempio non si vendono armi): ci sono regole comuni da rispettare, e chi non si adegua non avrà posto tra gli scaffali; al di là di queste, però, l’essenza del supermarket è la convivenza pacifica tra offerte diverse, anche non coerenti tra loro e magari rispondenti a ideologie, abitudini e modi di pensare tra loro incompatibili (biscotti al burro e gallette dietetiche, carne e bistecche di soia rigorosamente vegetali, prodotti da consumare in giornata e prodotti con date di scadenza remotissime); le marche diverse sono in concorrenza spietata tra loro e gareggiano per accaparrarsi i clienti senza esclusione di colpi.

Se intesa in questo secondo senso la metafora del supermarket può essere adatta a rappresentare le Comunità ebraiche italiane, casa comune di tutti gli ebrei che vivono in un determinato territorio, più o meno osservanti, vicini e lontani, di destra e di sinistra. Perciò il rifiuto dichiarato di questo modello ha suscitato qualche perplessità: l’antipatia verso il supermarket non prefigurava, al di là della metafora, una messa in discussione del pluralismo nella vita comunitaria? Per fortuna il volantino elettorale sembrava offrire un’interpretazione più tranquillizzante della metafora: Vogliamo che la Comunità si riappropri della sua qualifica tradizionale di centro di promozione delle attività culturali elaborando programmi e iniziative autonome, mirate e non dispersive. Letto in questa chiave il rifiuto del supermarket pareva auspicare semplicemente una maggiore organicità e una minore dispersività nelle attività culturali organizzate dalla Comunità stessa, o magari invitare a guardare più alla sostanza che alla forma delle attività, a non trascurare la vita culturale interna della Comunità per ricercare a tutti i costi la visibilità all’esterno. Obiettivi forse in parte condivisibili, anche se poi è inevitabile ragionare caso per caso su ciascuna proposta culturale per capire di cosa si stia effettivamente parlando. Mi pare ci sia però un equivoco di fondo. Un conto è ragionare su quale politica culturale debba essere portata avanti dal Consiglio in prima persona; tutt’altra cosa è voler dirigere dall’alto la vita culturale dell’intera Comunità, comprese le attività organizzate dalle singole associazioni: questo significherebbe che gruppi di ebrei con opinioni diverse da quelle della maggioranza consiliare non potrebbero proporre liberamente le proprie attività all’interno degli spazi comunitari, pur rispettando le regole della kasherut, dello Shabbat, delle feste, ecc. Un’ipotesi inquietante.

Purtroppo alcune cose che sono state dette - e forse ancora di più altre che sono state date per scontate - nel corso della preparazione della Giornata Europea della Cultura Ebraica sembrano indicare che il rifiuto del supermarket fosse da interpretare nel senso più preoccupante. Per esempio, il Presidente in una mail inviata ad Ha Keillah ha parlato esplicitamente di un “dovere di verifica” da parte della Comunità (cioè di fatto di alcuni Consiglieri, dato che la questione non ci risulta essere stata discussa ufficialmente dal Consiglio) del materiale esposto all’interno dei locali comunitari, anche se esposto sotto l’egida di una determinata associazione o gruppo. Certo, si trattava di un’occasione particolare, in cui la Comunità si mostrava a un pubblico di visitatori per lo più del tutto estranei all’ebraismo, ma sarebbe stato così degradante trasmettere all’esterno l’impressione di una Comunità variegata, casa comune di gruppi diversi e luogo di confronto tra diverse opinioni? Si può dare così tranquillamente per scontato che un’associazione ebraica torinese (Gruppo di Studi Ebraici, GET, Hashomer Hatzair, bet midrash delle donne, ADEI, KKL, o chissà chi altro) in un’occasione pubblica non possa avere all’interno dei locali comunitari uno spazio proprio (a meno che non si limiti a offrire cibarie), neppure se chiaramente delimitato e riconoscibile? O il problema dell’immagine verso l’esterno non è invece un pretesto dietro cui si cela una visione della Comunità più compatta e monolitica, che vede con preoccupazione il dialogo e le divergenze di opinioni?

Al di là delle metafore, temo sia necessario domandarci quale Comunità vogliamo, perché forse non tutti diamo per scontate le stesse cose. 

Anna Segre

   

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