Storie di ebrei torinesi

 

 

Due negozi del quartiere

Contrariamente ai pregiudizi in voga, il binomio ebrei-commercio a Torino non suona affatto naturale: i commercianti ebrei, che in altre città sono un numero significativo, da noi sono rimasti pochissimi, quasi un’eccezione se non proprio una specie in via di estinzione. In questo numero abbiamo scelto di intervistarne due, i cui negozi si trovano a poca distanza dalla Comunità, nel colorato e multietnico quartiere di San Salvario che negli ultimi decenni ha visto significative trasformazioni.

 

Daniela Pregno

 

L’insegna del tuo negozio è TELERIE PIPERNO DAL 1870: ci puoi raccontare quando e come è nata l’attività commerciale della famiglia Piperno da cui provieni?

L’attività fu fondata, credo verso la fine dell’800, dal mio bisnonno Guglielmo, che era nato a Montecatini Terme nel 1857.

La scelta dei tuoi avi di venire a Torino per esercitare la loro attività lavorativa da cosa era stata dettata?

Il mio bisnonno, dopo aver fatto il carabiniere in Sardegna, si sposò con Fortunata Diaz e si trasferì a Torino dove iniziò la sua attività commerciale in Via Madama Cristina 16 (fu trasferita in Via Berthollet, dov’è tuttora, nel 1965 per la demolizione dell’edificio di Via Madama Cristina). Non so come mai i miei avi avessero deciso di trasferirsi dalla Toscana a Torino; probabilmente per le migliori opportunità di lavoro. I miei bisnonni ebbero due figli: Olga e Vittorio. Il negozio passò a mio nonno Vittorio ed a sua moglie Rachele Lopez originaria di Viareggio.

 

 

Nel 1938 al nonno fu revocata la licenza; la merce fu trasferita a Nole Canavese dal fornaio, che la custodì; dopo i primi bombardamenti i nonni con mia mamma sfollarono lì. Finita la guerra riaprirono il negozio.

Che ricordi hai di quando erano i tuoi nonni nel commercio?

Quando ero bambina andavo spesso a trovare i nonni in negozio e mi divertivo a giocare nella vetrina con un gatto grigio. A 10 anni feci la mia prima vendita: il negozio era pieno di gente, mio nonno era a casa gravemente ammalato e mi sentii in dovere di aiutare la nonna. Negli anni ’50 e ’60 con l’immigrazione dei meridionali a Torino il negozio lavorava molto.

L’attività di famiglia è in mano a te ormai da qualche decennio: cosa è cambiato da quando l’attività è passata di mano?

Io rappresento la quarta generazione che porta avanti questa attività. Finiti gli studi, negli anni ’70 mi sono sposata ed ho lavorato per un po’ come impiegata; ho poi preferito entrare nel negozio; questo mi ha permesso di allevare mia figlia che ho sempre portato con me in “bottega” (così la chiamava mia nonna) da quando aveva un mese, fino ai quattro anni; a quell’epoca ci lavoravano ancora mia nonna e mia mamma.

Il vostro negozio è sempre stato nel quartiere di San Salvario, ora uno dei più vivaci della città, variegato e multietnico: quali cambiamenti hai notato vivendoci e lavorandoci?

Devo dire che ho visto molti cambiamenti nel nostro borgo: prima l’immigrazione dal meridione; in seguito le ragazze di colore, poi i magrebini e, per ultimi, gli slavi. I magrebini comprano nei negozi gestiti dai loro conterranei, pochissimi si servono da me. Le attività commerciali come la mia non rendono più come una volta; molto spesso sono tentata di cessare l’attività.

Tua figlia Silvia ha insegnato molti anni alla scuola ebraica ed ora continua ad insegnare in una scuola statale: è stata sua la scelta di non continuare nella storica attività di famiglia?

Il sogno di Silvia era di venire a lavorare in negozio alla fine delle magistrali: io non ho voluto perché c’era già stato un forte calo nelle vendite; ho preferito per lei la sicurezza di un posto fisso; credo comunque che, per la sua capacità di comunicare con i bambini, il ruolo di insegnante elementare le calzi a pennello.

Che rapporti avete con gli abitanti del quartiere?

Un ottimo rapporto.

Hai mai notato in qualche cliente o passante o vicino atteggiamenti di pregiudizio o di antisemitismo legati all’attività commerciale della tua famiglia?

No: credo però che pochi sappiano che sono ebrea.

Che ricordi hai della Scuola ebraica che hai frequentato?

Dell’asilo, al piano terra, ricordo la maestra Pia Luzzato ed il profumo della minestra di verdura. Delle elementari ricordo classi numerose con molti bimbi ebrei ed alcuni valdesi. Non ero molto studiosa; non ero certo la prima della classe. La maestra Tirsa Levi dava le “buone note”: quando se ne totalizzavano 10 si aveva la “buona nota d’oro”: io l’ho avuta una sola volta!!

Delle ultime due classi, con Quinzia Amar, ricordo i bambini dell’orfanotrofio fatti sedere tutti negli ultimi banchi.

 

Intervista a cura di

Giulio Disegni e Alda Guastalla

    

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