Storia

 

Corrado Vivanti, storico e chaluz

 di Fabio Levi

 

Di Corrado Vivanti ricordo la raffinata gentilezza e la grande disponibilità già da quando lo conobbi mentre ero studente e poi suo giovane collega alla Facoltà di Lettere di Torino. Ricordo anche la sua passione per la storia francese e la sua vicinanza alla storiografia delle Annales molto prima che le idee di quella scuola giungessero da noi a riempire il vuoto lasciato dalla crisi dei paradigmi di matrice marxista. Per lui l’approccio era stato più naturale e diretto e si coniugava con precise ascendenze gramsciane: dopo la laurea a Firenze con Cantimori aveva studiato dal ’57 al ’62 a Parigi sotto la guida di Fernand Braudel. E il suo debito con il maestro lo avrebbe portato fra l’altro a farsi traduttore e diffusore in anni successivi di opere sue e di Lucien Febvre.

Il primo libro - Le campagne del Mantovano nell’età delle riforme (1959) - ebbe per oggetto la terra dove Vivanti era nato da una famiglia ebraica, nel 1928; da quel momento egli si sarebbe poi mosso con grande disinvoltura su un arco temporale molto ampio: dal cinque-seicento fino a significative incursioni nell’età contemporanea.

Dopo quella prova d’esordio sviluppò un’attenzione spiccata per i rapporti fra cultura e politica nell’Europa moderna, che lo condusse a pubblicare nel ’63 un apprezzato volume su Lotta politica e pace religiosa in Francia tra Cinque e Seicento. Procedendo in quell’ambito si avvicinò successivamente a due autori di cui avrebbe curato negli anni, con grande competenza filologica, le opere: Paolo Sarpi e Niccolò Machiavelli.

Sin dal 1962 iniziò la sua collaborazione con l’editore Einaudi cui garantì un costante apporto di idee in ambito storiografico e per il quale curò, insieme a Ruggero Romano, il grande progetto della Storia d’Italia. Avviata nel ’72, l’impresa, che intendeva raccogliere in un vasto quadro d’insieme i nuovi apporti della ricerca sui vari momenti delle travagliate vicende della penisola, avrebbe poi assorbito per molti anni le energie di Vivanti, in un continuo sforzo di aggiornamento e approfondimento destinato ad esercitare una forte influenza su varie generazioni di storici in tutto il paese.

Fino all’undicesimo volume degli Annali - in due tomi, usciti fra il ’96 e il ’97 -, curato personalmente dallo studioso mantovano, dedicato alla storia degli ebrei italiani. Fino a quel momento il suo interesse professionale alle vicende del mondo ebraico era stato sì ricorrente - aveva ad esempio recensito tempestivamente la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di De Felice nel 1962 -, ma solo episodico. Viceversa nella prima metà degli anni ’90 egli si propose di tirare le file di una storiografia oramai matura, anche se sviluppatasi in modo ancora disomogeneo per i vari periodi della storia d’Italia, proprio nel tentativo di favorire, attraverso una ricostruzione d’insieme, un salto di maggiore consapevolezza fra gli studiosi ebrei e non ebrei interessati alla questione.

Contava per lui, oltre ad una ormai provata esperienza di studioso dagli orizzonti assai ampi, il suo essere parte da sempre del mondo ebraico italiano. Colpito a dieci anni dalle leggi razziali, era stato costretto, come molti altri pur appartenenti a famiglie tendenzialmente assimilate, a fare i conti con le proprie radici - “La ‘campagna della razza’, scrisse più tardi di sé, aveva ravvivato il senso di appartenenza all’ebraismo” -. Fu così che giunse infine a maturare l’idea che fosse arrivato il momento per impostare un nuovo approccio non solo alla storia degli ebrei italiani, ma ancor più agli sviluppi del rapporto fra ebrei e non ebrei, fra ebrei e storia d’Italia nel suo insieme.

Il periodo fra guerra e dopoguerra era stato per lui particolarmente intenso, per come egli aveva attraversato le vicende della persecuzione prima e del risveglio dell’orgoglio ebraico nei giovani della sua generazione poi. Mi limito qui a due soli riferimenti. Il primo è a un suo giudizio sul comportamento degli italiani formulato a partire dalla propria esperienza diretta ma con la sensibilità dello storico di vaglia: “Se nei primi tempi delle ‘leggi razziali’ i gesti di solidarietà furono più rari, sia perché gli anni della dittatura avevano ottuso la capacità di reagire, sia perché non sempre ci si rendeva conto di che cosa comportassero quelle disposizioni vessatorie, quando la persecuzione mise a repentaglio le vite stesse, ci si prodigò generosamente. Quei gesti non erano però privi di rischi anche gravi. Chi oggi parla della Resistenza come di un fenomeno vissuto da una minoranza trascura - più o meno in buona fede - che, se a contrastare con le armi tedeschi e fascisti erano alcune centinaia di migliaia di persone, la loro esistenza fu resa possibile dalla solidarietà della popolazione fra cui operavano”.

La seconda citazione è tratta da un altro testo autobiografico - Ricordi dell’Hechaluz - e si riferisce allo stato d’animo suo e di chi condivideva alla fine degli anni ’40 l’aspirazione a fare l’aliah fra i giovani vicini a quel movimento: “Senza dubbio, gli ideali, i sogni che nutrivamo in quel tempo erano destinati a fare i conti con un’aspra, drammatica realtà e tuttavia sono convinto che, se Israele vuole vivere, molti di quegli ideali che ci animavano, non devono andare perduti. Anche per questo, “Hechaluz” mi è apparso una preziosa testimonianza di giorni che non vanno dimenticati”. Furono infatti giorni di grandi speranze, di accesi conflitti e anche di decisioni importanti: come quella che condusse appunto Corrado Vivanti a vivere e lavorare per tre anni in kibbutz fra il 1950 e il 1953.

Fabio Levi

   

Share |