Storia

 

Un testimone d’eccezione

 di Giulio Disegni

 

Con Shlomo Venezia se n’è andato un grande testimone della Shoah. Un testimone d’eccezione, se così si può dire, intanto per la qualità della sua testimonianza, drammatica e precisa, ricca di pathos e così “naturale”, come sapeva essere semplice e naturale lui stesso.

Ma d’eccezione anche perché nessuno meglio di lui ha potuto conoscere e raccontare la terribile macchina di Auschwitz, quella macchina infernale che lui aveva potuto scrutare ed esaminare così da vicino, non appena i nazisti lo presero per spedirlo nella squadra di prigionieri incaricata di portare i carri degli ebrei ai forni crematori, il Sonderkommando.

Sonderkommando Auschwitz, come il titolo del libro che si decise a pubblicare con l’editore Rizzoli nel 2007, per mettere insieme i frammenti di quell’inferno che aveva visto e toccato da vicino e che aveva raccontato più volte nelle tante testimonianze rese soprattutto nelle scuole di Roma, così come nelle innumerevoli visite ai campi di sterminio per accompagnarvi studenti e professori.

Shlomo Venezia fu tra i pochissimi superstiti al mondo delle squadre speciali addette alle camere a gas, riuscendo a trasformare in memoria la ferita terribile che aveva dentro e a trasmettere soprattutto la volontà di non arrendersi mai, sconfiggendo morte e violenza con la forza della testimonianza.

E si sa che le squadre come quella in cui operò venivano periodicamente soppresse per mantenere il segreto sullo svolgimento della soluzione finale della questione ebraica. Ma lui riuscì a sopravvivere.

Così racconta il suo terribile lavoro quotidiano nel campo di sterminio: “in genere tagliavo i capelli: mi è anche successo di lavorare nella camera a gas, per dare il cambio a un amico allo stremo delle forze. Il mio lavoro era un po’ meno gravoso; accettavo di subentrargli per qualche minuto, il tempo che recuperasse e prendesse un po’ d’aria fresca. L’inizio era il momento peggiore, quando bisognava estrarre i primi corpi: non avevamo punti d’appoggio. I corpi erano talmente intrecciati, ammassati gli uni sugli altri, le gambe da una parte, la testa dall’altra e il mucchio di cadaveri superava il metro, il metro e mezzo di altezza”.

La sua prosa era precisa e chiara come le parole che usava nelle testimonianze e nelle interviste sui giornali o in televisione, nelle scuole e nelle occasioni pubbliche: un modo di comunicare che conquistava chi lo ascoltava, con una forza che l’ha fatto stare in silenzio per anni e poi di colpo, una ventina di anni or sono, l’ha fatto parlare per il bisogno di trasmettere e di ricordare soprattutto la macchina infernale che lui ragazzo aveva toccato con mano, il lavoro nel Sonderkommando, quel lavoro che “non doveva mai fermarsi - come scrive - lavoravamo in due turni, uno di giorno e uno di notte. Una catena continua, ininterrotta”.

Shlomo era stato arrestato con la famiglia (composta, oltre a lui, da sua madre, suo fratello e dalle sue tre sorelle) a Salonicco nell’aprile 1944 e subito dopo deportato ad Auschwitz, dove perse la madre e le sorelle.

Durante la selezione operata dai medici nazisti per separare i deportati considerati abili al lavoro da quelli “inutili”, immediatamente inviati alle camere a gas, si salvò insieme al fratello, alla sorella maggiore e a due cugini e fu assegnato al Sonderkommando di uno dei grandi crematori di Birkenau, composto da giovani prigionieri di robusta costituzione e in buone condizioni fisiche, a causa dello sforzo fisico richiesto dal lavoro: l’eliminazione delle “prove” di quello che stava avvenendo.

Ora riposa in pace, una pace meritata, a dispetto di chi, anche dopo la sua morte, continua impudentemente a negare. Ma quello che Shlomo Venezia ha visto e ha raccontato rimarrà impresso per sempre.

Giulio Disegni

   

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