Storia

 

StefanoTachè trent’anni dopo

 di Giulio Disegni

 

Trent’anni sono passati da quel tremendo giorno in cui davanti alla Sinagoga di Roma perse la vita il piccolo Stefano Gay Tachè, di soli due anni, e molti ebrei romani, come lui usciti dalla funzione al termine di Sheminì Azeret, rimasero gravemente feriti.

Non fu solo un vile attentato terroristico quello che colpì gli ebrei di Roma e d’Italia, non furono solo i segni dei proiettili dei vili attentatori sulle colonne e sui muri della Sinagoga romana a segnare la storia dell’ultimo trentennio, ma fu l’inizio di un periodo nuovo e diverso, che da un lato lasciò aperto quel buco nero nella memoria collettiva del nostro Paese, su autori e mandanti delle troppe stragi terroristiche che hanno insanguinato l’Italia, dall’altro caratterizzò una sofferenza profonda nella vita democratica del Paese e soprattutto nelle vite di chi ha visto uccisi e feriti i suoi più stretti congiunti.

Da quel momento cambiò qualcosa nei rapporti tra gli ebrei e la società italiana e tra la sinistra italiana e il mondo ebraico, segnando in questo caso un ulteriore momento di rottura. Venne anche allo scoperto un sentimento - fino ad allora nascosto - di appartenenza orgogliosa al popolo ebraico da parte di molti intellettuali ebrei che rifiutarono di recitare la parte degli “ebrei buoni” chiamati quando c’è da accusare Israele.

Era l’anno della guerra in Libano: l’opinione pubblica e i media erano notoriamente antisraeliani dopo il massacro di Sabra e Chatila, avvenuto poche settimane prima, il 15 settembre 1982. Giustamente Anna Foa su L’Unione informa ha osservato che “L’attentato ha rappresentato da una parte il momento in cui il mondo ebraico si è ricompattato nella tragedia e dall’altra quello in cui l’opinione pubblica… ha cominciato, sia pur faticosamente e con molte incertezze, a prendere le distanze dal terrorismo palestinese e dai suoi strumenti….. Che tutto questo sia cominciato con il sangue di un bambino, è un’altra terribile beffa della storia”.

E come bene ha ammonito Gadiel Tachè, il fratello di Stefano, anche lui ferito nell’attentato del 9 ottobre 1982, nel discorso pronunciato durante la toccante e affollata cerimonia tenutasi il 10 ottobre scorso alla Sinagoga di Roma, alla significativa presenza del Presidente Napolitano:

“Avrei voluto gridare al mondo la mia tristezza, la disperazione che attanagliava tutta la mia famiglia e la rabbia per una giustizia mai arrivata. Tuttavia, ogni volta mi rinchiudevo in me stesso, assistevo alla cerimonia e poi tornavo a casa e sfogavo le mie emozioni scrivendo e suonando. Oggi le cose sono cambiate. Forse perché crescendo ci si rende conto di quanto sia importante conservare la memoria di eventi così tragici. Oggi sento il dovere di essere qui in qualità di testimone perché adesso sono cosciente che tocca a me fare in modo che il ricordo di Stefano non si dissolva nella nebbia della storia”.

Giulio Disegni

   

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