Israele

 

Dal crocevia del mondo

 di E.J.

 

Qualcuno ha scritto che la fotografia ha a che fare con la resurrezione. Il lampo della macchina fotografica, che è una luce che scrive, lascia una traccia irrefutabile dell’esistenza, ma insieme rappresenta ed esorcizza l’azione inesorabile del tempo che dissolverà quanto è stato rappresentato. Questo mi veniva da pensare guardando le fotografie che Enrico Fubini ha raccolto in un libro, L’altra Gerusalemme, i suoi volti segreti (Allemandi, Torino, 2011, 21).

Gerusalemme, lo si sa, è una città dai tanti volti, dalle molte anime, memorie, respiri, religioni, etnie, culture che l’hanno abitata e la abitano, dagli splendidi monumenti dell’antichità all’arditezza di quelli della modernità. Tra i tanti volti Fubini ha scelto quello più popolare, ma anche più appartato, di una vecchia Gerusalemme, dagli stretti vicoli poveri e colorati, con i suoi abitanti arabi ed ebrei, in prevalenza ebrei religiosi.

 
Amarsi a Yerushalaim (foto di Enrico Fubini)

È stata una scelta determinata che ha il taglio sicuro del buon fotografo, con le sue curiosità e le sue attenzioni. Appaiono così angoli appartati, mercati di abiti usati e di piccole cose modeste, verdure, dolciumi, mura sbrecciate, case fatiscenti, povera gente e piccoli commerci, bambini luminosi in piccoli, modesti giardini d’infanzia, porte malandate ma dagli intensi colori, biancherie stese, coppie che si appartano o si tengono avvinte in stradette assolate, gatti randagi, scale, insegne di negozi, suonatori ambulanti, avventori di bar squallidi e pur umani, bambini già agghindati come adulti haredim e i loro padri o nonni con i larghi cappelli di pelliccia, le lunghe barbe e i neri pastrani, anche nel soffoco dell’estate.

Un bicchiere di bianco a Yerushalaim (foto di Enrico Fubini)

 

Fubini guarda il tutto e non lo giudica, non lo seleziona secondo una qualche scala di valori, ma lo accoglie con una sorta di pietas, non come un residuo di un passato, quale indubbiamente è, ma come un presente di cui cerca di cogliere l’inattuale attualità attraverso le sue forme, i suoi colori e la sua bellezza.

Fubini poi accompagna il suo sguardo fotografico con alcune poesie che si propongono di introdurlo e di concluderlo. Esse evocano un luogo che è il crocevia del mondo, tra l’azzurrità del cielo e la spietatezza del sole, dove gli uomini iscrivono sulle pietre i loro dolori, i loro desideri e le loro invocazioni, mentre intorno c’è un respiro d’eternità e di bellezza che cerca di vincere il fragore dell’odio.

Le fotografie inoltre sono accompagnate da didascalie che le illustrano, che a me paiono in parte superflue quando si limitano a duplicarne i contenuti.

 

 

Quelle fotografie non ne hanno bisogno perché già descrivono e interpretano con una loro forza e una loro armonia quel mondo di totalità e di separatezza.
 

E.J.

   

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