Storia

 

Theodor Herzl

 di Marino Freschi

 

2012 per l’Italia è proprio l’anno di Theodor Herzl: è cominciato in realtà nel 2011 con Luigi Compagna, autore di una monografia storico-politica, T. Herzl. Il Mazzini d’Israele (Rubbettino, pp. 250), in cui lo studioso traccia un’intrigante analogia tra i due protagonisti dei risorgimenti, quello ebraico e il nostro. Successivamente l’attenzione si è concentrata tutta sull’attività, poco studiata, dello Herzl scrittore, drammaturgo, romanziere attraverso una serie di pubblicazioni, come il fascicolo monografico della rivista “Cultura Tedesca”, dedicato al “Sionismo”, contenente numerosi contributi incentrati sulla figura del fondatore del movimento sionista. Di recente è uscita per l’editore siciliano Bonanno l’esaustiva ed elegante monografia Theodor Herzl tra letteratura e sionismo (pp. 255, 20) di Paola Paumgardhen, che per prima illustra la vocazione artistica dello scrittore viennese in un saggio decisivo per una approfondita ed equilibrata conoscenza dell’autore viennese d’elezione. È un lavoro che emerge da una prolungata ricerca, anche d’archivio a Vienna e a Berlino, con una originale consultazione dei diari e dell’epistolario, finora poco noti al pubblico italiano (e non solo).

Ai primi di settembre la casa editrice Archinto ha, inoltre, licenziato una raffinata e ampia antologia degli elzeviri letterari di Herzl a cura di Giuseppe Farese: Feuillettons (pp. 336, 25), in cui il curatore, il più agguerrito conoscitore e traduttore italiano di Arthur Schnitzler, con un lavoro da archeologo della letteratura mitteleuropea riporta alla luce l’audace e per certi versi aspro itinerario di Herzl, non come profeta del sionismo, bensì quale acuto osservatore della vita sociale e culturale del suo tempo. Il saggio ricostruisce la personalità intellettuale di Herzl quale “principe” del giornalismo viennese - una specie di alternativa a Karl Kraus, nemico dei giornali e del loro “effimero” linguaggio. Il lavoro si sofferma sia sulla attività giornalistica, svolta dal privilegiato osservatorio parigino, sia sugli interventi, mutuati dalla scena viennese, in cui Herzl si muoveva con la sicurezza del protagonista. L’introduzione di Farese costituisce un prezioso filo rosso, di gradevole lettura, per rintracciare la trama sottile e occulta, che sta dietro alle successive scelte epocali del grande pensatore ebreo.

E sempre in questi giorni è in libreria una raffinata edizione del capolavoro letterario dello scrittore ebreo viennese: Vecchia Terra Nuova, a cura di Roberta Ascarelli (Bibliotheca Aretina, pp. 238, 20), che rappresenta una autentica sorpresa. Come osserva Ascarelli, all’inizio della sua ricca nota critica: “Altneuland è un romanzo stupefacente che accompagna come nessun’altra creazione letteraria la nascita di un grande movimento politico”. Verso la fine dell’Ottocento Herzl comincia a concentrarsi sulla stesura del romanzo utopico in un momento di profonda insicurezza, in cui il suo “sogno” sionista è entrato in crisi e non gli resta che tornare alla scrittura, la sua prima passione: “Le speranze di successo nella sfera pratica sono sfumate. La mia vita adesso non è che un romanzo. Sarà dunque un romanzo la mia vita”. Raramente Herzl ha toccato con maggiore precisione il nucleo profondo della sua duplice vocazione: letteratura e azione pubblica. Ora abbiamo la possibilità di leggere la sua opera principale, che è senza dubbio un grande romanzo utopico, nonché, assai germanicamente, un romanzo di formazione sulla scia del goethiano Wilhelm Meister, come ha indicato Ascarelli. Ma l’entusiasmo sionista straripa nella narrazione, che costituisce una gigantesca proiezione della concezione del mondo di Herzl, che era, ancorché nato a Budapest nel 1860, un autentico intellettuale della capitale asburgica (dove si era trasferito giovanissimo): la Vienna di Freud, di Kraus, di Schnitzler, di Hofmannsthal, della grande musica, ma anche la Vienna dell’antisemitismo del sindaco Karl Lueger, uno dei cattivi maestri di Hitler. Herzl, come ricorda Stefan Zweig, un altro straordinario scrittore ebreo viennese, “era straordinariamente bello, cortese, affabile, divertente; nessuno era più amato di lui in seno alla borghesia e all’aristocrazia della vecchia Austria”. E questo beniamino dell’alta società, questo famoso giornalista del più celebre quotidiano della Mitteleuropa, “Neue Freie Presse”, che era l’organo del liberalismo, espressione dell’élite intellettuale degli ebrei assimilati (giornale contestatissimo da Karl Kraus, che in tal modo lo rese per sempre famoso), deluse i suoi estimatori con quella impossibile pretesa, quel sogno inammissibile, quell’indecente proposta di lasciare l’Europa per “tornare” in Palestina. Così sempre Zweig rievoca la scandalosa intenzione del romanzo, manifesto del sionismo: “Quel distinto, aristocratico, impareggiabile causeur aveva scritto, senza preavviso, un astruso trattato nel quale chiedeva nientemeno che gli ebrei lasciassero le loro case e le loro ville della Ringstrasse, i loro affari, i loro incarichi: in una parola che emigrassero, armi e bagagli, in Palestina per fondarvi una nazione”. Anche per Herzl il progetto sembrava impraticabile. Al titolo del romanzo aggiunge l’esergo: “Se lo volete, non è una favola, che diventa il leitmotiv del racconto per tornare alla fine, rovesciato: “...ma se non lo volete, quella che vi ho raccontato è e resta una favola”. E il finale - non siamo forse nella Vienna di Freud? - è un crescendo veramente “stupefacente”: “Il sogno non è così diverso dall’agire, come alcuni credono. Ogni azione degli uomini è stata un sogno e lo ridiventerà”. Certo il romanzo provocò immediatamente un dibattito acceso con polemiche arroventate; crudele fu lo scontro tra Ahad Ha-am, che stroncò il romanzo, e Max Nordau che ne assunse le difese con toni parimenti violenti. A lungo le discussioni anche all’interno dell’ebraismo non accennavano (e non accennano) a scemare. Joseph Roth, negli anni Trenta, condanna il sionismo perché si nutre del medesimo humus avvelenato dei nazionalismi etnici, calpestando la missione universale dell’ebraismo della diaspora, che lui, Roth, afferma con struggente e devota tenerezza. E proprio l’alto livello della disputa testimonia la grandezza di Herzl e del suo trascinante, commovente, indimenticabile romanzo.

C’è da trarre una meditazione da questo revival italiano di Herzl, che tanto attrae soprattutto i germanisti con i lavori di Ascarelli, Farese e Paumgardhen. È che Herzl - come a suo tempo si disse di Heine - rappresenta ancora una ferita aperta, una ferita che ci aiuta a crescere ancorché nel dolore della riflessione verso un problema irrisolto non solo per lo Stato di Israele, per quella “Vecchia Terra Nuova”, che Herzl fortissimamente volle e di cui fu per certi versi la prima, nobile vittima sacrificale. Dietro questi interventi italiani, rigorosamente eruditi e colti, si coglie la passione per l’attualità, che è ancora pensosamente aperta a quella dolce evocazione dell’utopia sionista di Herzl. La sua è un’utopia soave, illuminista e insieme tardo-romantica per il suo ardente entusiasmo per la “comunità”, una comunità che dalla Ringstrasse - la celebre “Zionstrasse” dell’ebraismo assimilato viennese - abbracciava, in fraterna solidarietà, le masse degli ebrei derelitti e perseguitati dell’Europa Orientale e di lì a qualche decennio di tutta l’Europa.

Quanto quel sogno si sia realizzato, credo che sia ancora presto per dirlo: che il sogno continui e che per la salvezza di tutti non si tramuti mai in un incubo al risveglio, bensì in un grandioso atto di giustizia universale.

Marino Freschi

 

    

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