Opinioni

 

Ebrei e sinistra

 di Reuven Ravenna

 

Caro Direttore,

ho letto con grande partecipazione gli articoli su “Gli ebrei e la sinistra in Italia”. Per ricordi personali e per mio perdurante interesse verso la storia ebraica contemporanea mi permetto di esprimere qualche considerazione in materia. Riandando agli anni della mia formazione politica e ebraica, è viva la memoria del trend in quei tempi alquanto presente soprattutto tra i giovani e nella Comunità romana. I motivi sono stati esaurientemente illustrati nei contributi a Shalom. Credo che nelle elezioni del ’48, un gran numero di elettori ebrei abbia votato “Garibaldi”, per il Fronte del P.C.I. e del P.S.I. nenniano, quale espressione dell’antifascismo, della risposta ad un paventato rigurgito di un Regime che ci aveva dapprima emarginati fino alla eliminazione fisica in criminale combutta con l’alleato germanico. In quei mesi nasceva lo Stato ebraico, appoggiato anche dal Blocco dell’est, dall’URSS ancora staliniana, di cui si ignoravano, o si volevano disconoscere le nefandezze. Molti a Roma acquistavano il quotidiano fiancheggiatore Il Paese e ancora di più l’edizione pomeridiana Paese sera. Negli anni Cinquanta, inasprendosi la Guerra Fredda fra i due blocchi, si programmò il riarmo della Germania Occidentale in funzione antisovietica e tra di noi energica fu la reazione di singoli ed esponenti comunitari contro il riarmo tedesco, il monopolio USA dell’arma nucleare, con mobilitazioni nelle campagne dei “Partigiani della Pace”, rivelatisi in seguito mero strumento dello stalinismo che stava scivolando, dietro la facciata della “Cortina di ferro” lungo una china sempre più brutalmente repressiva all’interno, e in modo particolare nei confronti degli ebrei “del silenzio”. Tutto questo era conosciuto in molti ambienti, ma veniva spesso tacciato di “propaganda americana, o di spiacevoli incomprensioni al riguardo del Sionismo, allorché cambiò il vento verso lo Stato di Israele. Chi non si allineava totalmente da una o l’altra parte era schernito come “terzoforzato”… Non torno nei dettagli storici. Arrivati al secondo decennio del terzo millennio, la tendenza si è letteralmente invertita. Le cause sono state egregiamente elencate negli articoli. Alcuni esponenti della cultura e dei media un tempo espressioni di opinioni “progressiste” (leggi filocomuniste) sono oggi i corifei di un appoggio monolitico alla politica ufficiale israeliana di natura nazionalitica-fondamentalista-neocapitalista per modificazioni demografiche e socio-economiche, nonché politiche. Il mondo è radicalmente cambiato. Lo Stato ebraico dal ’67, ha affrontato guerre e intifade, con un intermezzo di fragili accordi di pace e trattative diplomatiche, senza raggiungere un modus vivendi sopportabile con i vicini immediati, anzi. Gli sviluppi, sotto i nostri occhi, della geopolitica mediorientale, le conseguenze della “primavera araba” e in primis la minaccia incombente dell’Iran nucleare, accompagnato dai sussulti terroristici al sud e al nord, preannunciano una crisi di incalcolabile portata. Come affrontare da ebrei coscienti le incognite del futuro, ammaestrati dalle delusioni, dalle scottature del passato? Dobbiamo abbandonarci ad un fatalismo atavico “tutto il mondo ci è ostile”,”chi critica questo e quell’aspetto della realtà ebraica e israeliana, o è un ingenuo o porta l’acqua al mulino dei nemici di tutti i colori”? Io ritengo fortemente che la denuncia di deviazioni etiche, di atti di maccartismo o di oscurantismo, sia un’arma non meno valida degli strumenti bellici che, in ogni caso, dobbiamo impugnare per la nostra sopravvivenza! La superiorità morale e il libero confronto di opinioni circa le modalità della nostra battaglia ebraica e israeliana debbono illuminare i nostri giorni e le nostre azioni.

 

Reuven Ravenna - Rehovot

Lettera inviata a Shalom, non pubblicata

    

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