Libri

 

Cosa accadde dopo l’8 settembre 1943
Io, soldato del Reggimento Regina
- Un libro di storia e di memoria

 

Nel dicembre del 1940 un ragazzo pieno di entusiasmo per l’onore della Patria viene richiamato da un villaggio abruzzese per essere spedito in Grecia a “fare la guerra”. Il ragazzo arriva sull’isola di Rodi, in un paesino come il suo, dove donne e uomini, giovani e vecchi, in tutto simili a quelli che ha sempre conosciuto, si arrabattano ogni santo giorno per procurare alla famiglia il cibo necessario; gente povera, laboriosa e dignitosa che la volgare retorica fascista gli ordina, in quanto famigerato “nemico”, di odiare “dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte”. Il cuore sincero del ragazzo non li odierà, non ne sarebbe capace, e in più avrà ben altro a cui pensare con in giro i camerati tedeschi che “… sembrava avessero creato una specie di cappa di piombo su quell’isola così luminosa e raggiante…”. Poi arriva l’8 settembre 1943 e il destino inverosimile di centinaia di migliaia di soldati italiani, i cosiddetti IMI, prigionieri dei nazisti, umiliati, affamati, costretti ad un lavoro da schiavi, malmenati e uccisi, senza alcuna speranza se non l’unica e malsicura di poter scampare alle camere a gas, in quanto non ebrei.

Il ragazzo, come tanti sopravvissuti, accetterà di raccontare la sua storia soltanto dopo decenni, ormai vecchio e profondamente deluso.

La professoressa Giuseppina Mellano, insegnante di lettere e nuora del protagonista, ha raccolto le sue parole e ci propone oggi un libro nel quale alle pagine accuratissime di Storia con la S maiuscola si alternano le parole umane e coinvolgenti di un innocente testimone che la osserva con limpidi occhi nel mentre la sua vita ne viene travolta.

Con quali motivazioni Quinto Izzi, tuo suocero, ha deciso così anziano di raccontare la sua storia?

Mio suocero non si considerava un eroe e diceva che la sua storia era simile a quella di tutti gli altri. Era un uomo semplice e onesto e ha voluto raccontare le esperienze di un ragazzo cresciuto da fascista che poco per volta prende coscienza della situazione. All’epoca le persone semplici erano attratte dalla propaganda, il fascismo “libro e moschetto” si presentava con quegli ideali che sempre seducono i giovani: il bene della patria e della famiglia, la giovinezza eroica, l’onore, l’atletica, la modernità, gli ideali degli antichi romani adeguati al presente. Mio suocero era orfano di padre e vedeva in Mussolini un nuovo padre; il dittatore si presentava così in Abruzzo, all’epoca, senza mezzi d’informazione, a un ragazzo che sapeva a malapena leggere e scrivere, che scendeva in bicicletta fino a Teramo per andare al cinema…

Quinto prende coscienza della realtà giorno per giorno, scoprendo le menzogne della propaganda fascista.

Mio suocero si confronta sin da subito con la disorganizzazione imperante. Dopo l’arruolamento li mandano avanti-indietro e impiegano un mese per imbarcarli in Puglia. Poi la confusione a Rodi. Poi il grande dilemma dell’8 settembre. Che fare? A chi rimanere fedeli? Sentono per radio che l’Italia si è arresa, nella totale mancanza di comunicazioni e di ordini all’esercito, nessuno sa nulla, mentre i tedeschi sono già lì pronti a vendicarsi. Poi la prigionia in Germania dalla quale si salva grazie alla qualifica di aggiustatore e per una serie di fortunate casualità, come quando lo mandano a pelare le patate e lui ruba molte fettine e le mangia crude e altre le nasconde per gli amici evitando di rubare una patata intera per paura che siano contate.

D’altra parte il racconto si sofferma di continuo sull’umanità e sulle semplici, sincere amicizie dei protagonisti.

Certo, l’amicizia con la povera gente di Rodi e poi gli amici nel campo di prigionia con i quali riesce a salvarsi e a conservare fino alla fine il senso dell’umanità e della solidarietà.

Nel dopoguerra in Italia l’opinione pubblica desiderava soprattutto pensare al futuro e dimenticare il fascismo e la guerra evitando un riesame delle colpe e delle responsabilità; quasi nessuno era disposto ad ascoltare la storia degli IMI e a comprendere la loro aspettativa di essere riconosciuti prigionieri di guerra e resistenti.

Mio suocero dopo la guerra era diventato una persona molto riservata, credeva nella famiglia ma non nei politici. Non ha mai voluto parlare con i figli di quello che era successo, forse per proteggerli. Il suo sacrificio non era stato riconosciuto, esattamente come quello degli altri IMI, e non ha mai ottenuto una pensione nonostante avesse i tendini delle mani rovinati dal freddo patito in Germania e, dopo numerosi interventi chirurgici, avesse grandi difficoltà a lavorare. Per estrema beffa il telegramma che annunciava il conferimento della medaglia d’onore non arriverà che il giorno della sua morte e la ritireranno mia suocera con mio marito.

Il tuo libro mi è sembrato molto adatto ai ragazzi delle scuole. Lo hai scritto per loro?

Certamente, l’ho scritto soprattutto per loro. Bisogna ricordare. Ai ragazzi dico sempre che bisogna studiare la storia per cercare di non ripetere gli errori del passato. Purtroppo poi li ripetiamo. Abbiamo una eredità molto pesante.

 

Giuseppina Mellace -  Io, soldato del Reggimento Regina. Albatros 2010. 15.90

 


Cenni storici

In Germania e in Polonia vennero deportati circa 710.000 militari italiani con lo status di IMI (Internati Militari Italiani) e 20.000 con quello di prigionieri di guerra. Posti di fronte alla drammatica scelta fra la prigionia o l’adesione al nazifascismo, meno di 100.000 si dichiararono disponibili a prestare servizio, come combattenti o ausiliari, per la Germania o la Repubblica Sociale Italiana; lo fecero per convinzione ideologica, per un malinteso senso del dovere di fedeltà ai patti e di difesa della patria, oppure per paura e/o opportunismo. In totale, tra 600.000 e 650.000 militari rifiutarono e scelsero di rimanere rinchiusi in numerosi campi di prigionia. Vi fu una particolare efferatezza da parte dei nazisti nei loro confronti e la definizione di IMI fu un crudele stratagemma per sottrarli alla tutela della convenzione di Ginevra e della Croce Rossa e per costringerli al lavoro manuale. L’unica ribellione possibile per loro fu quella di riuscire a sopravvivere in quanto portatori di una visione del mondo e della vita radicalmente alternativa a quella imposta dall’ordine nazista che trovava proprio nel lager una realizzazione programmatica e un laboratorio di annientamento dell’essere umano. Gli IMI preferirono combattere senza armi la resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto. Da questo punto di vista la loro vicenda fu un contributo concreto al crollo del nazifascismo e al successo della guerra di Liberazione italiana ed europea sul piano militare, politico e culturale e rientra a pieno titolo nella storia della Resistenza italiana.

Gli altri militari italiani, scampati alla cattura, all’indomani dell’armistizio, in gran parte non fecero ritorno a casa ma iniziarono a combattere un’altra guerra. Numerosi diedero vita alle bande partigiane o si unirono a quelle in via di formazione. Numerosi iniziarono un pericoloso viaggio verso il Sud per passare le linee del fronte e ricostituire con i commilitoni rimasti nel territorio controllato dagli alleati quei reparti da cui poi nacque il CIL (Corpo Italiano di Liberazione) impiegato in prima linea nell’avanzata lungo gli Appennini contro le linee difensive tedesche.

I valori umani dell’antifascismo e della democrazia erano rinati.

Anna Rolli

 

… La resistenza nei campi di concentramento… accanto alle imprese più eroiche della storia umana, che sono le più disperate, quelle in cui si combatte a spalle scoperte, e nessuna speranza di vittoria sostiene i combattenti e rinnova le loro forze…

Primo Levi, La resistenza nei lager (1966)

 

… Ricordare, testimoniare, sopravvivere… un atto di guerra contro il fascismo….

Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986)

 

… Non si fa la guerra senza odiare il nemico. Non si fa la guerra senza odiare il nemico dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte, senza propagandare quest’odio e senza farne l’intima essenza di se stessi. Bisogna spogliarsi una volta per tutte dei falsi sentimentalismi. Noi abbiamo di fronte dei bruti, dei barbari…

Benito Mussolini (1942)


 

    

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