Libri

 

Il libro dei libri

 di Emilio Jona

 

L’editore V&P Vita e Pensiero ripubblica quest’anno in modo autonomo un testo breve, ma di eccezionale densità critica e problematica, di George Steiner, uno dei più grandi critici letterari viventi, dal titolo Il libro dei libri, un’introduzione alla bibbia ebraica.

Si tratta della prefazione a The old testament; King James Version, (Everyman’s Library, 1996), che è la “versione autorizzata” del Vecchio Testamento, apparsa in Inghilterra nel 1611, e che Steiner inserì poi, nello stesso anno, nella sua raccolta di saggi, No Passion Spent. Essays 1978-1996 (tradotta da Garzanti nel 1997).

Steiner traccia la genesi di quella traduzione, gli apporti di quelle precedenti e ne mostra l’importanza, pari a quella di Lutero per il mondo germanico, e la sua predominanza nei secoli nella cultura di lingua inglese. Ma non è su questi temi che vorrei qui soffermarmi, ma su altri più generali,che interessano più strettamente una lettura ebraica della Torah.

La Bibbia, dice Steiner non è un libro, ma il libro, tradotto in 2010 lingue diverse, e su cui i commentari si sono succeduti ai commentari in una catena ininterrotta dai primi secoli dopo Cristo ad oggi, con una mole immensa e in continuo aumento di conoscenze e con strumenti di analisi sempre più raffinati. Eppure, scrive Steiner, ciò che sappiamo è incompleto, vi sono incognite fondamentali che “riguardano ambiti, come la cronologia, i significati lessicali, la geografia, le relazioni tra fatti storici e miti, resoconto e fiaba, lettera e allegoria”. Restano così senza risposte esaustive domande essenziali, come, esemplificando, la realtà dell’esodo, il prevalere o meno in Israele del monoteismo, la realtà storica di personaggi, come Abramo e Mosé e i livelli autoriali di molti testi del Tanach. Ciò non ostacola, anzi accresce, la potenzialità delle letture del testo ebraico, che è peraltro favorita dal fondamento consonantico della lingua, il che comporta “una pluralità plurisemica e una ricchezza di possibili letture che probabilmente non si riscontra in nessuna altra lingua”, per cui “il vocabolo biblico pulsa, per così dire, di un aura di significati e di echi concentrici”.

Un altro fatto che ha conseguenze interpretative non indifferenti è il fatto che l’ebraico ha solo due tempi verbali, il perfetto e l’imperfetto, per cui le azioni sono finite o non finite, e quindi non facilmente traducibili nel paradigma passato/presente/futuro.

Steiner sintetizza con chiarezza esemplare l’opera, iniziata da Spinoza, e sviluppatasi soprattutto nell’800, di destrutturazione del testo nei suoi 4/5 livelli autoriali, dal monoteismo antropomorfo dell’autore J, al Deuteronomista D che operò “una revisione del materiale arcaico volta ad eliminare le rappresentazioni antropomorfe di Dio”, a E, considerato dagli studiosi come il più antico autore del Pentateuco, a P “scrupoloso costituzionalista” che “tenta di assemblare e rendere coerente la storia e la legittimità della rinata comunità e dei suoi rituali ereditari parzialmente oscuri”.

Questa complessa stratigrafia mostra le contraddizioni esistenti tra vari livelli di testo, insieme ai bruschi cambiamenti di stile e le duplicazioni. Ma non è certo per questo, dice Steiner, che la Torah, è così sconcertante, lo è per le “questioni teologiche ed etiche sollevate a una profondità e con una densità immaginativa mai superate”.

Ad esempio ci si può domandare perché Dio abbia preferito il cruento sacrificio di Abele a quello mite di Caino, in un abisso di immotivata predilezione che ha generato il primo omicidio della storia, o quale sia la trasgressione nella costruzione della Torre e perché il monolinguismo possa comportare un’offesa a Dio, mentre la condizione poliglotta, con la sua ricchezza creativa, sia vista invece come un castigo, o se non sia un vuoto, “insopportabile ma bruciante”, la richiesta ad un padre di sacrificare un figlio a Dio e come Abramo abbia potuto perdonarlo per quell’inesplicabile sofferenza.

Quanto poi alle prove storiche dei fatti narrati esse sono impalpabili e il materiale che forma la Torah ribolle di miti, leggende, storie popolari, echi remoti e ricordi storici e di una gran massa di prescrizioni rituali e legislative. Eppure, scrive Steiner, sono questi lunghi e puntigliosissimi codici di condotta che “hanno assicurato la miracolosa sopravvivenza degli ebrei e dell’ebraismo, ed è stata l’osservanza di rituali, pratiche dietetiche spesso al limite del ridicolo” che “ha salvaguardato e trasmesso da una generazione perseguitata all’altra, un’identità, un contratto con la sopravvivenza sino a un passo dalle camere a gas e dai forni crematori”.

Il lettore troverà poi un trascorrere critico, denso e rapidissimo dell’intero Pentateuco, dai Profeti, ai Salmi, ai Proverbi, da Qohelet a Giobbe, con un’attenzione particolare alle modalità con cui il testo inglese piega quello ebraico spesso ad un significato futuro assente nel testo originario.

Vorrei, per concludere fermarmi su di un punto centrale della scritto di Steiner, quello in cui si chiede se la Bibbia non sia letteratura, per la sua centralità nella gran parte delle opere d’arte figurative, della musica e della letteratura dell’occidente. A questa domanda egli risponde ponendo il problema della genesi del testo sacro, a cui si possono dare due risposte antitetiche e di piena attualità.

La prima è quella dei fondamentalisti di ogni religione, secondo cui il libro dei libri è direttamente ispirato o dettato da Dio e ogni allontanamento da esso nel nome delle scienze, della tolleranza, della storiografia è impossibile e blasfemo, perché antepone l’intelletto dell’uomo alla parola onnisciente di Dio, lo precipita “in una condizione di fosca banalità, d’insensata hybris e di arbitrarietà senza limiti”. Nessun mattone può essere sfilato da quell’edificio, dai modi della creazione alle prescrizioni suntuarie e dietetiche della Torah senza causarne il crollo.

Altrettanto assertiva è la tesi opposta. L’Antico come il Nuovo Testamento sono una congerie di miti, favole, leggende, codici legislativi, trattati morali, cronache, saghe, assemblate nei secoli da mani diverse, così pieno di assurdità, di contraddizioni, di violenza arcaica, difformità linguistiche e spiritualità, “da rendere ridicola la semplice nozione di un’autorialità o di un’uniformità divina”. Esso è invece un materiale mondano,nel senso stretto della parola, cioè di uomini e di donne “alcuni senza dubbio dotati di spessore culturale e di capacità letterarie eccezionali”, che appartiene interamente al nostro mondo, al nostro immaginario e alle nostre forme di composizione.

Sembrerebbe che tra queste due tesi opposte non possa darsi un opinione intermedia e invece Steiner ce la offre.

Sulla scorta di Martin Heidegger Steiner individua un momento dell’evoluzione del linguaggio precedente ad un ottica razionalista, un momento aurorale, che può essere rappresentato bene dai presocratici, in cui c’era un rapporto immediato tra mondo e parola, e in cui i pensatori-poeti “parlarono il mondo”, con “una verità e una vulnerabilità riecheggiata in seguito solo da pochissimi poeti supremi”. Non abbiamo nessuna prova storica o biologica di ciò, ma l’ipotesi, scrive Steiner, mi seduce perché mentre posso immaginare Shakespeare che ragiona sui suoi scritti e poi s’informa del prezzo dei cavoli, mi è inimmaginabile, e mi lascia “cieco e disorientato” che l’autore o gli autori dei discorsi di Dio in mezzo all’uragano di Giobbe o di Qohelet possano pranzare o cenare dopo aver inventato o trascritto questi alti testi biblici.

Si tratta di un punto di vista molto personale,estremamente suggestivo, in apparenza meravigliosamente ingenuo, per uno scrittore così ricco di complessità e di sopraffina cultura,esso tuttavia non è altro che una finissima, ed ebraicamente interrogativa, postilla alla tesi della mondanità della Torah.

Mi rendo conto che più che recensire ho raccontato a grandi linee questo libro di Steiner, ma mi è sembrato più proficuo indicarne per intanto le tracce, i punti salienti, i temi problematici, gli interrogativi, gli stimoli, le domande che pone questo testo sapienziale, piuttosto che aggiungere un commento di chi sta, come me, per una sua lettura mondana.

Emilio Jona

   

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