Libri

 

Fantasia veneziana

di Reuven Ravenna

 

Capita, a volte, che momenti, luoghi, ricordi si confondono con libri, letti e riletti, lungo il percorso della vita.

Se non erro, ebbi a Venezia tra le mani per la prima volta il noto libro dello scrittore classico della Anglo-Jewry, Israel Zangwill, nei lontani giorni della giovinezza, i Dreamers of the Ghetto, I sognatori del Ghetto, avvincente raccolta di profili - medaglioni storici su personaggi della storia ebraica, fatti rivivere magistralmente in una cavalcata intrisa di riflessioni e considerazioni profonde. In modo particolare mi colpì il capitolo iniziale, “A Child of the Ghetto”, il bambino, nato nel Ghetto veneziano, ancora microcosmo di una vita di Israele saldamente basata sulla tradizione, scandita per tutti dalle regole ancestrali, al quotidiano, e lungo il ciclo dei mesi. Un Kippur, già tredicenne, nell’ora pomeridiana, di minhà, concessogli di alleviare il digiuno e di andare a casa per rifocillarsi moderatamente, egli uscito dalla pesante atmosfera del Beith Hakeneseth alla splendente, assolata, giornata veneziana, percorrendo il Campo e le Calli del Ghetto deserto, si trovò all’uscita, eccezionalmente abbandonata dalle Guardie, che si erano concesse “una vacanza, sapendo che in quel giorno, più di ogni altro importante, non era necessaria alcuna sorveglianza”. E così si avviò lungo la Fondamenta, in un mondo nuovo, con i negozi aperti, per calli e ponti, fino a sbucare in una grande piazza. “Alzati gli occhi, vide qualcosa che gli tolse il respiro - una costruzione meravigliosa, simile al tempio di Sion… Vicino sorgeva una gigantesca torre, come la Torre di Babele, che faceva alzare gli occhi sempre più in alto” “Ad un tratto si trovò in un vicolo cieco e comprese che non poteva ritrovare la via per ritornare al Ghetto… si ricordò con un brivido lungo la schiena che egli non portava l’O gialla, che avrebbe dovuto avere come uomo, giacché essendo egli ora “Figlio del Comandamento”, i veneziani l’avrebbero considerato un uomo. Gli venne in mente di chiedere di Cannaregio e così rientrò verso il termine della Sacra Giornata, avendo portato a termine il digiuno. “Era l’ora in cui il ragazzo avvertiva più intensamente quel senso di sovrastante timore religioso. Ma egli non poteva liberarsi dal pensiero della gaia piazza… Qualche cosa di più vasto era entrato nella sua vita: il senso di un universo più ampio gli riempivano l’animo, di fuori, la cui grandezza e stranezza gli riempivano l’anima di una pena senza nome e di una vaga inquietudine. Egli non era più un fanciullo del Ghetto”.

Non mi ricordo quante volte ho percorso il tragitto da e per il Campo di Ghetto Nuovo, nei miei innumerevoli soggiorni sulla Laguna, per celebrare sabati indimenticabili, e un memorabile Tisha’ Be-Av, in cui i miei figli sabre digiunarono per la prima volta, lungo le tappe della mia ascesa ebraica, in un perenne confronto di pensieri e considerazioni, di figlio della emancipazione e della ritrovata ebraicità riconoscendo nel Primo Ghetto una vestigia concreta del nostro passato! Come armonizzare i miei due universi? Rileggendo anche le pagine scritte e la biografia del grande scrittore dei figli del Ghetto, del seguace del Sionismo herzliano per poi diventare egli stesso un “sognatore” alla ricerca di territori per i fratelli perennemente perseguitati e di una soluzione universalistica ai conflitti inter-religiosi?

Zangwill conclude l’opera con “Chad Gadya”, il racconto del ritorno verso la casa avita di un ebreo veneziano, “emancipato”, reduce di molteplici esperienze esistenziali nel vasto mondo. Egli compie una analisi retrospettiva della sua ricerca di un “ubi consistam”, con un’intima nostalgia per la serenità della tavola famigliare, raccolta attorno al desco del Seder pasquale. Il tutto intercalato dalla filastrocca del “Capretto”, fino al tuffo suicida dell’uomo fallito nel Canale. “Dalla porta aperta giunsero nel fondo le ultime parole dell’inno e della cerimonia: E il Santo Uno venne: egli sia Benedetto; e uccise l’Angelo della Morte… il gatto che divorò il capretto che mio padre comprò per due zuzim. Chad Gadya’, Chad Gadya!”

Dal figlio del Ghetto all’ebreo, o meglio all’Israelita dell’era postemacipatoria, e non solo, con i suoi dubbi, le lotte intime e, molte volte, con tragiche conclusioni… Considerazioni che Zangwill mi suscita nel magico incanto della Serenissima.

 

 Reuven Ravenna

    

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