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Lamentazione medievale

 di Benedetto Ligorio

 

Miniatura raffigurante un "lulav" utilizzato per la preghiera durante la festa di Succoth

 

Un componimento giudeo-italiano, parte di un codice del XIV secolo dal titolo “composizione in volgare sul motivo di Tissather leallem”, proveniente secondo gli studi di Umberto Cassuto dalla Sinagoga di Ferrara. L’Elegia è strutturata in trentotto strofe di tre versi monorimi con sillabe variabili. Si tratta di una lamentazione che principia, in medias res, con il topos delle sofferenze della diaspora seguito da una retrospezione storica che culmina con la distruzione del Tempio e la deportazione. La narrazione, in un altalenarsi tra prospettiva collettiva ed individuale, si concentra sulla tragedia di un fratello e di una sorella venduti come schiavi. Il climax dell’elegia è raggiunto quando i due parenti, di nobile origine, riuniti nella comune condizione servile si ritrovano e si riconoscono. Nessun lieto fine: la tragica vicenda epiloga nel comune pianto sino alla morte dei due giovani. L’obiettivo dell’autore del componimento, rimasto anonimo, è quello di trasmettere la tragicità della diaspora alle fasce popolari, senza però rinunciare ad un’indubbia eleganza stilistica. Il componimento si conclude con una preghiera, dal sapore messianico, per il ritorno in Eretz Israel del popolo prescelto e per la ricostruzione del Tempio.

L’analisi di Domenica Minniti, di prospettiva linguistica, rileva l’elemento fortemente identitario del componimento e altresì individua tratti comuni, anche attraverso la sinossi di alcune strofe, con le tematiche delle liriche religiose del XIII secolo di ambito sia cassiniano che marchigiano: il Ritmo su sant’Alessio, lo Stabat Mater e il Pianto delle Marie. La Curatrice rintraccia nell’elegia elementi tipici dei vernacoli centro meridionali: metafonia, presenza di vocali chiuse in posizione sia tonica che atona, aferesi di i iniziale, utilizzo frequente del piuccheperfetto, raddoppiamento fonosintattico. Caratteri combinati ad elementi distintivi dei vernacoli di area tirrenica: vocali chiuse in posizione atona in luogo di vocali aperte, raddoppiamento fonosintattico e voci largamente registrate in ambito calabrese. L’Elegia, inoltre, ripropone, nella vicenda dei due giovani ebrei, un racconto del Midrash Echa Rabbah e rivela inoltre accordanze con temi già presenti nella letteratura giudaica centromeridionale: il breve riferimento alla deportazione via mare dei prigionieri ricalca la narrazione del Sefer Josippon; l’episodio del ragazzo caduto nelle mani di una vecchia prostituta riprende un motivo già presente nel Sefer Yuhasin.

Domenica Minniti Gonias con il suo saggio su un’elegia medievale giudeo-italiana, che inaugura la collana “Studi di Lingue e Culture” della Città del Sole edizioni, riporta all’attenzione degli studiosi e del vasto pubblico un canto di dolore, il racconto della tragedia di un popolo ed al contempo di una famiglia. Un componimento di notevole valore sia storico che linguistico: una delle prime testimonianze di lingua romanza Italqian. Una kinah parte integrante delle funzioni religiose commemorative del nono giorno del mese di Av, ricorrenza, secondo la tradizione ebraica, della distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Questa nuova edizione dell’Elegia ribadisce dunque lo stretto connubio nel Medioevo meridionale tra culture ebraiche ed italiane, evidenziando il suo ruolo, del tutto particolare in quanto frutto di un prodotto da una minoranza etnico culturale, nel patrimonio letterario dei vernacoli italiani medievali. Il volume è infine impreziosito da una traduzione in neogreco dell’Elegia che prospetta al componimento nuovi studi ed un nuovo viaggio.

Benedetto Ligorio

 

Domenica Minniti Gonias, La ienti de Sïòn: un’elegia del XII secolo in dialetto giudeo-italiano, Città del Sole ed., Reggio Calabria 2012

   

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