Vercelli

 

 

Chiamata di correo

di Paola De Benedetti

 

Nei giorni in cui andava in stampa lo scorso numero di Ha Keillah il Tribunale di Vercelli depositava le motivazioni della sentenza con cui erano state assolte per insussistenza del fatto le due persone che nel luglio 2014 avevano appeso alla cancellata esterna della Sinagoga di Vercelli un drappo con la scritta “STOP BOMBING GAZA ISRAELE ASSASSINI FREE PALESTINE”. Aveva dato avvio al processo la denuncia presentata dalla Presidente della Comunità Ebraica di Vercelli, per l’associazione di una comunità religiosa ad atti riferibili al governo di Israele, comportamento considerato come reato di diffamazione. All’esito delle indagini la Procura della Repubblica, andando oltre le intenzioni della Comunità, ha ritenuto di contestare il reato previsto dalla Legge Mancino che sanziona gesti, azioni, slogan aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici o religiosi.

La lettura della sentenza è interessante sotto diversi profili: innanzitutto perché mette in evidenza il fatto che esistono comportamenti che, pur non essendo previsti come reati, sono “certamente censurabili” e tali da risultare concretamente provocatori, rilevando l’inopportunità della “strumentalizzazione della Sinagoga per veicolare un messaggio politico di critica allo Stato di Israele”. E sul tema dà atto delle dichiarazioni sia della denunciante sia di una teste introdotta dalla difesa sulla “strumentalizzazione in alcuni contesti della critica allo stato predetto (Israele) per la promozione di slogan antisemiti”.

Altro motivo di interesse sono le dichiarazioni degli imputati, che nel corso del dibattimento hanno lasciato l’impressione che la loro “impresa” fosse andata al di là delle loro intenzioni: andando un po’ a tentoni hanno cercato di spiegare che la scelta della cancellata della Sinagoga avrebbe avuto un motivo “pratico, non essendovi altri cancelli in centro città dove poter legare agevolmente il drappo” (puerile!); altro motivo - che contraddice il precedente - sarebbe stato “simbolico, trattandosi della zona in cui sorgeva l’antico ghetto ebraico” e qui, rafforzando la contraddizione, hanno spiegato che “creando una sorta di parallelismo tra i bombardamenti a Gaza ed i soprusi subiti dal popolo ebraico, si voleva spronare la relativa comunità a prendere posizione su quanto accadeva in quei giorni” (confermando così il rischio di confusione tra israeliani e ebrei); infine l’ammissione della consapevole strumentalizzazione: “l’inevitabile risonanza che la vicenda avrebbe avuto, avrebbe contribuito alla diffusione del loro messaggio”.

Ha lasciato delusa la Comunità il fatto che gli imputati, nonostante l’imbarazzo dimostrato per le conseguenze (non calcolate) della loro impresa, non abbiano ritenuto di ammettere esplicitamente di aver sbagliato.

Non è quindi tanto la conclusione (quasi scontata) del processo quale voluto dalla Procura, quanto l’attenzione che si è creata intorno, e che - come annota il giudice riportando le osservazioni della denunciante - ha dato luogo in rete a commenti di critica al popolo ebraico. Come volevasi dimostrare: istigazione c’è stata, forse non voluta, ma facilmente prevedibile da chiunque faccia uso delle comunicazioni di massa.

In nota: all’indomani dell’assoluzione due associazioni (la Rete ECO Ebrei Contro l’Occupazione e la Pax Christi Campagna Ponti e non Muri) hanno diffuso un comunicato stampa, le cui conclusioni lasciano sconcertati per l’inaccettabile mistificazione per omissione della vicenda: si pone in rilievo l’importanza della sentenza “in quanto è la prima volta che dinnanzi alla denuncia alla magistratura di una Comunità ebraica contro la manifestazione di un pensiero critico nei confronti dello Stato di Israele si arriva a una sentenza assolutoria facendo cadere le accuse di istigazione all’odio razziale e di propaganda di idee basate sulla discriminazione”. Per sostenere la loro tesi questi propugnatori della verità hanno taciuto l’unico elemento rilevante, cioè che la denuncia nasceva non dal contenuto dello scritto, ma dall’affissione dello striscione alla cancellata della Sinagoga; fatto oggettivamente irrispettoso verso un luogo di culto, e facilmente interpretabile come chiamata di correo della Comunità - di qualsiasi ebreo, anche di quelli di ECO - nelle iniziative del governo israeliano.

 Paola De Benedetti

 

 

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