Vercelli

 

 

Due pesi e due misure o pericoloso precedente?

di Anna Segre

 

Al di là delle questioni legali discusse nel precedente articolo (Chiamata di correo di P. D.B.) mi pare che la vicenda di Vercelli ponga un problema più generale. Riteniamo accettabile (anche se, a quanto pare, non è palesemente illegale) appendere striscioni e cartelli su un luogo di culto?

Se a questa domanda si risponde in modo negativo (come credo farebbe la maggior parte dei nostri lettori) qualunque altro discorso diventa del tutto irrilevante. Non è rilevante sapere se la scritta sia più o meno motivata o se il suo contenuto sia vero o falso. E non è neppure rilevante sapere quali siano le opinioni dei frequentatori in merito ai temi sollevati. Se partiamo dal presupposto che un luogo di culto debba essere rispettato in virtù della sua stessa funzione, le scritte dovranno in ogni caso trovar posto altrove.

Sembra una cosa talmente ovvia che non dovrebbe esserci bisogno di aggiungere altro. E invece nel caso di Vercelli questa ovvietà sembra essere sfuggita a molti dei protagonisti e commentatori della vicenda. È sconcertante che una giornalista del calibro di Amira Hass sia volata a Vercelli apposta per testimoniare che davvero Israele a Gaza ha commesso atrocità, ed è ancora più sconcertante che una simile testimonianza possa essere stata ritenuta utile per la difesa. Pare incredibile, poi, che la rete Ebrei Contro l’Occupazione abbia tratto dalla vicenda la conclusione che la sentenza abbia stabilito che criticare Israele non è antisemitismo. Nel caso specifico non era in discussione nessuno di questi temi, né i comportamenti di Israele, né il diritto di critica, e neppure il controverso rapporto tra antisionismo e antisemitismo. Era in discussione uno striscione sulla cancellata di una sinagoga.

Qualcuno ha rilevato che il messaggio era indirizzato volutamente agli ebrei italiani perché sono sostenitori acritici di Israele. Ammesso e non concesso che questo sia vero, ciò significa che è lecito appendere striscioni su un luogo di culto per criticare le opinioni (vere o presunte) dei suoi frequentatori o per sensibilizzarli sui delitti commessi dai loro correligionari? Se rispondiamo affermativamente a questa domanda autorizziamo chiunque ad appendere cartelli e striscioni sulla porta delle moschee ogni volta che si verifica un attentato commesso da terroristi musulmani. Tanto più che in un caso simile - a differenza di Israele a Gaza - i terroristi sostengono esplicitamente di agire per motivazioni religiose.

Anche i legami culturali tra gli ebrei italiani e Israele non sono pertinenti. Supponiamo che in Italia ci sia una moschea frequentata da turchi o una chiesa ortodossa frequentata da russi; supponiamo persino che quei luoghi di culto siano finanziati dai governi di quei Paesi; ammettiamo anche che i frequentatori siano effettivamente convinti sostenitori di quei governi e di tutte le loro azioni. Nessuno comunque si sognerebbe (giustamente) di andare ad appendere cartelli contro Erdogan o Putin. E chi mai è andato ad appendere striscioni sulle moschee per denunciare il genocidio degli Yazidi? Eppure sono stati massacrati proprio in nome dell’Islam.

Dunque per l’ennesima volta siamo di fronte due pesi e due misure: non solo lo stato di Israele è giudicato con criteri molto più severi di quelli con cui sono giudicati gli altri stati, ma anche gli ebrei sono chiamati in causa per i comportamenti dei propri correligionari in contesti in cui nessuno si sognerebbe di coinvolgere i fedeli di altre religioni. Qualcuno forse obietterà che non è vero e che in realtà anche i musulmani sono chiamati pesantemente in causa quando si verificano attentati da parte di terroristi islamici. Forse i cartelli ingiuriosi sulla porta delle moschee ci sono ma passano in sordina, o forse non ci sono solo perché le moschee in Italia sono di solito meno identificabili delle sinagoghe. Può darsi. Se così fosse, però, la strumentalizzazione della vicenda di Vercelli diventerebbe ancora più grave perché costituirebbe un pericoloso precedente: l’assoluzione degli imputati potrebbe essere (erroneamente) interpretata come un’autorizzazione ad appendere cartelli e striscioni sulle porte dei luoghi di culto, e qualunque fascista, leghista o simile si sentirebbe legalmente autorizzato a prendere di mira qualunque moschea.

È tutt’altro che una prospettiva tranquillizzante, quasi da far rimpiangere i due pesi e due misure.

Dunque se davvero non esiste una legge che vieti di appendere cartelli e striscioni su un luogo di culto mi pare che sarebbe davvero opportuno crearla. E se nel caso specifico l’assoluzione degli imputati è stata corretta - perché il capo di imputazione era sbagliato e perché gli accusati avevano comunque riconosciuto i propri errori - questo non autorizza a farne un simbolo o una bandiera: sarebbero inevitabilmente un simbolo e una bandiera estremamente pericolosi.

 

Anna Segre

 

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