Israele

 

 

Come il nazionalismo promuove la guerra di religione

di Rimmon Lavi

 

Vorrei proporre ai lettori un’analisi che purtroppo è sempre attuale ed esemplare di una serie intensissima di eventi collegati durante i gravi giorni di tensione della caldissima seconda metà dello scorso luglio (2017) a Gerusalemme, in Israele, Palestina, Giordania e altrove nel Medio Oriente.

Due poliziotti drusi-israeliani uccisi con arma da fuoco in mano di tre giovani arabi israeliani usciti dalla spianata del Tempio (Haram al Sharif o Elakza, sacro all’Islam solo meno della Kaaba alla Mecca e della moschea di Medina), lì rincorsi e uccisi; rifiuto dei musulmani di entrare nella spianata per le preghiere nella moschea passando attraverso controlli magnetici montati in fretta e sorvegliati unilateralmente dalla polizia israeliana; preghiere dimostrative all’aperto e sei giovani palestinesi uccisi durante scontri nei quartieri arabi di Gerusalemme; dimostrazioni e proteste popolari e governative in tutto il mondo islamico, inclusi gli stati più moderati; tre coloni ebrei trucidati in casa loro durante la cena dello Shabbat, con coltello in mano a un diciottenne venuto da un vicino villaggio palestinese, infiammato da estremisti fanatici; grave incidente in Giordania, con due operai uccisi, probabilmente per sbaglio causa la tensione, da un agente di sicurezza dell’ambasciata israeliana, evacuato come diplomatico solo dopo che il governo israeliano ha concordato con la Giordania lo smontamento dei controlli di sicurezza (con la coda tra le gambe); ritorno trionfante dei fedeli musulmani sulla spianata, sfruttato dai palestinesi come se avessero così ripristinato una loro simbolica sovranità, pur mai ancora ottenuta. Tutto ciò in due settimane e la tensione con la Giordania non ha ancora permesso la riapertura dell’ambasciata israeliana ad Amman e il ritorno in sede dell’ambasciatore (l’unico dei due in paesi arabi).

È dunque inevitabile che il conflitto israelo-palestinese si trasformi definitivamente in guerra di religione totale ebraico-islamica? O, come Huntington analizzava, “nello scontro di civiltà” molto ben accettato in Israele? Fondandosi su ciò e adesso sull’islamofobia, persino la destra europea cela le tendenze antisemite tradizionali e sostiene Israele come avamposto dell’occidente giudeo-cristiano! Netanyahu trova appunto appoggio in Trump, nei partiti d’estrema destra in Europa occidentale e adesso anche nei governi etnocentrici e xenofobi in Europa Orientale e in India.

La decisione di fare controlli all’entrata della spianata sacra del Tempio (e delle Moschee) sarebbe certamente logica e giustificata dall’attacco fanatico compiuto da persone che vi si erano nascoste. Tali controlli sono effettuati su tutti i turisti e visitatori non musulmani (inclusi naturalmente gli ebrei) - e sono comuni in molti luoghi santi e importanti nel mondo (come per esempio il Duomo di Milano), inclusi fedeli e visitatori musulmani e non, anche nel mondo arabo, come per esempio alla Kaaba della Mecca. L’unico problema sarebbe come farlo efficacemente senza rendere impossibile l’accesso in poco tempo di decine, se non centinaia, di migliaia di persone per la preghiera settimanale in comune il venerdì e specialmente nelle feste importanti.

Perché dunque una tale reazione alla decisione presa dal governo israeliano d’adottare il sistema proposto dalla polizia? L’esercito e i servizi segreti avevano previsto che sarebbero scoppiati disordini, ma non hanno osato insistere, data l’atmosfera eccitata tra gli israeliani, riverberata nei media, e ancora di più tra i ministri che hanno fatto competizione tra di loro su chi sia più preoccupato dalla mancata prova di sovranità israeliana sulla spianata del Tempio. Sovranità formale, in seguito alla vittoria del 1967 e all’annessione immediata della grande Gerusalemme con decreto governativo, divenuto legge nel 1980 - ma mai riconosciuta da nessuno stato estero o organo internazionale. Moshe Dayan era stato conscio della problematica, e aveva dato subito l’ordine di togliere la bandiera israeliana fissata dai soldati sulla Cupola della Roccia e aveva subito ripristinato il potere religioso musulmano sulla spianata, controllato dalla corte giordana (considerata erede del Profeta). Questo è il famoso status-quo confermato negli accordi di pace con la Giordania del 1994 (e conservato per anni grazie all’interdizione rabbinica di salire sul luogo del Tempio). Ma da qualche anno gli ultra nazionalisti ebrei sfruttano i sentimenti religiosi e promuovono visite dimostrative nelle zone della spianata dove si crede meno probabile il sito del Santo dei Santi. Ci sono sempre più ebrei che straparlano di riedificare il Tempio e si esercitano a rinnovarne il culto, inclusi persino i sacrifici! Dunque il governo israeliano ha voluto dimostrare loro la sua sovranità per lo meno intorno alla spianata, controllandone le entrate, e dichiarando così di non intaccare lo status-quo. Per questo la decisione è stata unilaterale, senza contatti con la Giordania e/o coi palestinesi e senza cooperare con le autorità religiose musulmane del luogo, il Wakf. Ma come previsto e prevedibile, la prova di forza e di sovranità israeliana è stata sfruttata dagli estremisti musulmani, che temono cambiamenti sulla spianata a favore degli estremisti ebrei, per battere i tamburi della lotta di religione, e ottenere lo schieramento unitario di tutto il mondo islamico. I palestinesi anch’essi sfruttano la religiosità popolare per rivendicare la loro sovranità, non ancora attuata, e negarne quella israeliana, ottenuta con le armi, pur dichiarate tutte e due d’origine divina da ambe le parti.

Sarebbe stato possibile fare diversamente? Il mio buon senso avrebbe detto di organizzare, in accordo con la Giordania, che i controlli siano fatti alla presenza assieme di agenti israeliani e di rappresentanti del Wakf musulmano, che sarebbero i primi interessati alla sicurezza del luogo sacro e di tutti i visitatori e i fedeli. Ma nessuno, per quanto ne sappia, eccetto me e una giornalista israeliana, Anat Saragusti, ha osato neppure pensarlo, data la sensibilità demagogica sulla sovranità unilaterale israeliana.

Questo mi rammenta la lontana vigilia di Rosh Hashanà del settembre 1982: il venerdì pomeriggio sentii alla radio il giornalista Ron Ben Ishay descrivere le falangi cristiane libanesi armate che si preparavano nell’aeroporto occupato dall’esercito israeliano a entrare nei campi palestinesi di Sabra e Shatila, due giorni dopo l’assassinio del presidente cristiano Bashir Gemayel, appena eletto, sotto la protezione nostra. E io gridai a mia moglie: ci sarà una strage!

Purtroppo il mio buon senso, pur non essendo io mai stato esperto del Libano e neppure mai entratoci, si è tragicamente confermato già la notte sanguinante di Rosh Hashanà, tra il sabato e la domenica. Ma Arik Sharon, allora ministro della Difesa, dichiarò che nessuno allora se lo sarebbe mai potuto immaginare. Gli unici sia al governo sia all’opposizione che avevano osato fare domande durante la prima Guerra del Libano erano stati David Levi e Yossi Sarid.

Il nazionalismo acceca il buon senso e permette ai fondamentalisti di tutte le fedi di fomentare con ogni pretesto la guerra di religione, sicuri che, dopo Armageddon, il loro Dio manderà il loro Messia, per coloro che resteranno in vita.

 

 Rimmon Lavi
Gerusalemme

 

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