Israele

 

 

 

Il grammatico di Gerusalemme

di Alessandro Treves

 

“Ma chiedigli da dove sono arrivati in Israele” “beh, mi imbarazza” “ma come ti imbarazza, ci sta raccontando la loro storia” incalza mio figlio “mah, mi pare una domanda aggressiva, su questo è chiaramente un po’ reticente”. Eppure reticente non è la parola giusta per il gentilissimo signore che ci ha accolto nel Centro Universale Karaita di Ramleh, e che concedendoci cinque minuti del suo tempo alla fine rimane per oltre un’ora, a parlarci delle migrazioni dei karaiti, da Gerusalemme a Bisanzio alla Crimea alla Lituania alla Polonia... “...all’80% sono venuti dall’Egitto” risponde infine, in ebraico, a mio figlio che glielo ha chiesto in inglese “...i 30-40mila che sono ora in Israele vengono al 90% dall’Egitto. Sì.”

C’è qualcosa che non torna in questo signore magro e paziente, dalla carnagione scura e dal parlare pacato, quasi dimesso, che racconta delle usanze di questi ebrei che non riconoscono l’autorità della legge orale, riferendosi sempre a quelli (meno di 200) rimasti in Lituania, e non alle decine di migliaia venuti dall’Egitto, fra cui probabilmente i suoi genitori. “Noi siamo italiani”, protestiamo, senza però sentircela di aggiungere: non è che devi raccontarci la storiella per i turisti ashkenaziti. Rivedo o credo di rivedere la copertina del libro di Emanuela Trevisan Semi su uno scaffale da mia madre, che mi pento ora di non avere letto. Quando torno a Firenze, mi riprometto.

Iehi ratsòn milfaneicha... sheika’ru zchuiotenu [sia Tua volontà … che siano invocati i nostri meriti]; ecco, i meriti dei karaiti, com’è che non vengono chiamati? perché abbiamo strappato via questa pagina della nostra storia? Provo a porre la domanda, al seder di Rosh HaShana, ma la cosa muore lì. Erano solo una setta di riformati...

31 ottobre 1517. 500 anni dall’affissione delle 95 tesi di Martin Lutero. La Riforma cristiana. Riuscita.

Maggio 1017. Al Cairo il califfo Al Hakim proclama Hamza ibn-'Ali ibn-Ahmad ‘Imam dei Monoteisti’. 1000 anni dal tentativo di Riforma dell’Islam, parzialmente fallito, da cui ha origine la comunità dei Drusi.

E i Karaiti? Un tentativo di Riforma dell’ebraismo, ancora antecedente ed ancora più fallito? È così che Bernard Heller, rabbino riformato egli stesso, legge la vicenda di Anan, il mancato Esilarca di Babilonia. Ferito nell’orgoglio e animato da un feroce ascetismo, avrebbe fondato il karaismo come sfogo alla sua ambizione frustrata e alla rabbia contro i Geonim che avevano eletto invece il fratello Hanania. Avrebbe avuto in questo modo inizio, verso il 760, un parabola che moralmente può dirsi conclusa nel 1839, quando Abraham Firkovitch pretese di dimostrare, su richiesta della comunità, che alcune tombe karaite in Crimea risalivano al sesto secolo AEV, prima del ritorno dall’esilio di Babilonia e dell’edificazione del secondo Tempio a Gerusalemme. I karaiti sarebbero allora, forse, discendenti delle tribù perdute del regno del Nord, poi fusesi con popolazioni turche, come i Khazari. Non ebrei, o almeno non giudei. Da non confondere con loro. Di questo, 100 anni dopo, si convinsero anche i nazisti, che li risparmiarono. C’è chi insinua che ci furono anche episodi di collaborazionismo. Uno scisma, insomma, nato per ripicca personale e consumatosi nella viltà. O almeno questa è l’impressione che possiamo ricavare dalle fonti dell’ebraismo rabbinico.

E non sappiamo quasi nulla dell’età dell’oro dell’intelligenza karaita del Cairo e di Palestina. Di figure come Abu Ya’qub Yusuf ibn Nuh, o come Abu al-Faraj Harun, il grammatico di Gerusalemme, personaggio dall’alone leggendario come l’altro Harun, el Rashid, il califfo delle mille e una notte. Esce dal mito solo quando vengono scoperti, fra i manoscritti collezionati da Fircovitch, frammenti del Mushtamil, la sua grammatica ebraica Completa, che si aggiunge ad altre opere fra cui una versione riassunta ed una ancora più riassunta, ed un commento alla Torà. Ed una Guida per il Lettore, dove espone i principi della cantillazione della Torà, secondo la pronuncia tradizionale di Tiberiade, che conosceva di persona. Anche di questo scrisse una versione lunga ed una riassunta, entrambe copiate e riadattate da altri, lontani nei secoli e nei luoghi, dallo Yemen a Bisanzio a Magonza, che ormai di quella pronuncia, forse vicina all’ebraico biblico, percepivano soltanto una pallida eco.

 

Antico costume karaita

Se vi è stata volontà rabbanita di sopraffazione, o di effazione della sua memoria, non traspare dagli apprezzamenti dei rabbini come lui appassionati alla lingua ebraica: il medico suo coevo Jonah ibn Janah riferisce di aver ricevuto in Spagna il suo libro da Jacob de Leon, che però si astiene dal pronunciare il nome dell’autore; forse perché, come scrive poco più tardi il poeta e filosofo Moses ibn Ezra, che invece lo nomina, “non appartiene alla nostra comunità”; mentre il suo famoso parente girovago, esegeta e astronomo (Abraham) ibn Ezra, ormai un secolo dopo, lo definisce “il saggio di Gerusalemme, che scrisse otto libri di grammatica, preziosi come lo zaffiro, il cui nome mi sfugge”. E forse sarebbe sfuggito anche a noi, anche nell’età di Wikipedia, se quei frammenti non fossero riemersi appunto nella collezione di Firkovitch a San Pietroburgo. Tardivo omaggio di un sedicente turco alla sonorità e allo splendore grammaticale dell’ebraico classico.

E forse è questo che voleva dirci la nostra guida a Ramleh: se vuoi conoscere i karaiti, parla ebraico. E arabo.

 

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

Per saperne un po’ di più: The Medieval Karaite Tradition Of Hebrew Grammar, PG Khan, disponibile online:
http://www.cervantesvirtual.com/descargaPdf/the-medieval-karaite-tradition-of-hebrew-grammar-0/