Storie di ebrei torinesi

 

 

Da Corfù alla fontana di Trevi
Un incontro con Aldo Caimi

di Beppe Segre


 

Da dove viene la sua famiglia, signor Caimi?

Da Trieste, e prima ancora da Corfù. Veniamo da quell’isola famosa per i cedri che per Sukkòt venivano poi venduti agli Ebrei di tutta Europa, ci sentiamo Corfioti.

 

E quando si trasferì a Trieste la sua famiglia?

A Trieste, allora importante porto dell’Impero Austro-Ungarico, arrivavano alla fine dell’ottocento gli ebrei in fuga dai pogrom dell’Europa orientale, diretti in Palestina o nelle Americhe. A questi si aggiunsero, nel 1891, quasi mille ebrei provenienti da Corfù, dove un’accusa di omicidio rituale aveva scatenato un’ondata di violenze. Gli ebrei corfioti, vissuti per secoli sotto il dominio di Venezia, che parlavano un dialetto pugliese - veneto, si integrarono con la componente sefardita, quella ashkenazita e quella veneto-italiana già presenti in città, per dare luogo a una comunità ebraica vivace e variegata.

Nella nostra famiglia la prima a lasciare l’isola greca per vivere a Trieste, la bella città bianca dove nei secoli scorsi avevano coabitato pacificamente veneziani, pugliesi, austriaci, ungheresi ed ebrei, fu mia nonna; Emilia Levi, nata a Corfù nel 1872. Alla fine dell’ottocento scelse di andare a vivere in una città multiculturale e tollerante, sperando di lasciarsi alle spalle le persecuzioni.

Ma a Trieste sarebbe stata arrestata dai nazisti nel maggio 1944, deportata ad Auschwitz e lì uccisa.

 

Cosa ricorda dei suoi genitori?

Mio padre, Leone, nacque a Trieste nel 1905. Lavorava sulle navi come “maestro di bordo”. Ho conservato il suo zeemansboekje, il suo libretto di navigazione, che documenta viaggi da Antwerpen in America, in Congo e in altri paesi dell’Africa.

Di lui si innamorò appassionatamente una donna, che era cattolica e che per amore volle convertirsi all’ebraismo. Erano gli anni tremendi delle leggi razziali. Il Rabbino Capo, Rav Dario Disegni le sorrise affettuosamente, dicendole: “Proprio adesso vuoi diventare ebrea, quando tanti vogliono fuggire via?” Si chiamava Maria, ma aggiunse poi il nome ebraico di Leah. Le voleva tanto bene Isacco, che, quando per il suo servizio di shochet andava al Mattatoio, non mancava mai di venire a casa nostra, poco distante, a portarle il suo conforto e la sua benedizione.

 

I suoi genitori riuscirono a sfuggire alla Shoà?

Mio padre fu arrestato a Torino e deportato ad Auschwitz: ricordo di averlo visto da lontano - eravamo mia mamma ed io dall’altra parte di Corso Vittorio - uscire dal carcere Le Nuove, incatenato.

Fu catturato per la delazione di un fascista che si definiva suo amico, ma che lo tradì per la taglia di 5.000 lire, il premio per chi denunciava un ebreo. Del tragico periodo di Auschwitz scrisse una breve relazione, che è riportata nel libro Una vita per la storia, tante storie per la vita curato dalla cugina Bruna Casali.

Era angosciato da un ricordo tremendo: raccontava con orrore di avere visto il cadavere proprio della sua mamma, e di essere stato costretto a trasportarlo e a buttarlo in un forno crematorio. Alla liberazione del campo, a fine gennaio 1945, mio padre chiese di partecipare alle azioni di liberazione, ma lo stato di denutrizione era tale che gli fu ordinato di riposare. Visto che i russi non si decidevano a rimpatriarlo, un giorno scappò portando con sé 24 disegni, tracciati con un carboncino, che gli aveva consegnato un prigioniero russo. Percorse a piedi quasi tutta la Germania distrutta, portando sempre con sé quei disegni, che ora sono conservati in Israele. Riuscì ad arrivare a Torino solo a novembre, dopo un’odissea di dieci mesi; in quel momento pesava 37 chili e a Torino dovette svolgere il tragico compito di informare i fratelli che la mamma non sarebbe mai tornata.

 

E la sua mamma, che aveva scelto di diventare ebrea, si salvò?

Mia madre, non avendo più notizie di suo marito, ebbe l’ardire, o forse è meglio dire l’incoscienza, di presentarsi all’Albergo Nazionale, sede del comando delle SS, per averne informazioni. Le SS, rabbiose e incredule alla storia di un folle amore per un ebreo, la bastonarono di fronte al Comando, nella piazzetta delle due Fontane, che oggi si chiama piazzetta C.L.N., con tanta violenza da spaccarle le ossa, sì che per anni la povera donna dovette tenere il busto di gesso. Si amarono mio padre e mia madre tutta la vita di un amore grande, e, quando fu l’ora della fine, mancarono a pochi giorni di distanza uno dall’altro.

 

E lei come riuscì a salvarsi?

Ero un bambino di sei anni. Ricordo che, quando si avvicinava qualche pattuglia della polizia fascista, venivo nascosto tra due materassi. Io e la mia mamma fummo aiutati, nascosti e protetti dalle Suore del Santo Natale di piazza Rivoli, e da varie persone che abitavano nei dintorni del laboratorio di mio padre e che voglio qui ricordare: le sorelle Balloira, la signora Corciatti, che mi accompagnava a trovare la mamma a Gassino, il Colonnello Letizia, la signora Bossolasco, caporeparto all’Anagrafe di Torino, che ci fece avere le tessere per il pane. Un delatore fu la causa della deportazione di mio padre, ma tutte queste persone rischiarono la loro vita per salvarci: non sarei qui a chiacchierare senza la loro azione, e in quest’occasione voglio ricordare i loro nomi. E voglio ricordare anche due persone che mi furono vicine a guerra finita: Maria Ginzburg, che mi seguiva affettuosamente nei miei studi, e Giorgina Arian Levi, che influì sulle mie prime scelte politiche, quando lei era già un leader del Partito Comunista ed io ero un ragazzino impegnato nella distribuzione di volantini.

 

E dopo la guerra, di cosa si occupò?

Mio padre smise di navigare e lavorò invece come falegname ebanista e restauratore di mobili antichi; tra l’altro smontò il Tempio di Chieri, restaurò gli arredi lignei, li trasportò a Torino e rimontò poi tutto nel Tempio piccolo di Torino. Io lo aiutai nel trasporto e nel montaggio.

Mio padre continuò poi come restauratore, io invece entrai nel settore dello spettacolo e del cinema.

 

Cosa ricorda del mondo del cinema?

Inizialmente mi distinsi come ballerino in un campionato regionale di rock and roll, divenni amico del campione di ballo Bruno Dossena, e poi del cantante Fred Buscaglione, che mi spinse ad andare a Roma con lui. Dividevamo l’alloggio, e lo ricordo bene canticchiare “Sono Fred dal whisky facile”, con un bicchiere in mano e l’immancabile sigaretta all’angolo della bocca.

In quegli anni ero un bravo ballerino, e il fisico non era male, così mi chiamavano per fare la controfigura ed essere impiegato per figurazioni speciali.

Fui una comparsa nella “Ciociara”, dove facevo la parte di un cugino della protagonista, impersonata da Sophia Loren, in “Ben Hur” portavo la croce, per l’inaugurazione di Italia ’61, nel centenario dell’Unità di Italia, venni chiamato a far la parte di un gladiatore, ebbi una particina in “Risate di gioia” al fianco di Anna Magnani.

Avevo anche il compito di accompagnare gli artisti e aiutarli: vi ricordate la “Dolce Vita” e la famosa scena di Anita Ekberg che entra nella fontana di Trevi? Poi fui io ad accompagnare la bella attrice svedese in albergo ad asciugarsi e cambiarsi. E poi l’amicizia con Virna Lisi, splendida e cara signora, con Anna Magnani, con Alberto Lupo e con Claudio Villa, che in quegli anni era veramente il reuccio della canzone.

Per alcuni anni abitai a Roma, ove mi innamorai e sposai una bellissima attrice spagnola, Maria de Rosario Maldonado Ruiz, che prese parte ad alcuni film come “La fontana di Trevi”, con Claudio Villa, e “La notte dell’Innominato”, girato nel Castello del Valentino, dove io facevo la parte del fratello dell’Innominato.

Per un periodo ci trasferimmo in Spagna, poi decidemmo di tornare in Italia e abbandonare il mondo del cinema: mia moglie era infermiera strumentista e operò nelle più esclusive cliniche torinesi al fianco del professor Dogliotti, io invece iniziai a lavorare in fucinatura per l’acciaieria Cravetto a Settimo, e poi - dal momento che mi ritrovavo bene in un ruolo commerciale - divenni il rappresentante prima per Rizzoli Arte e poi per l’editrice Bolaffi. Ho fatto mille mestieri, per finire poi a collaborare per la Comunità Ebraica.

 

Saltuariamente svolgeva il ruolo di autista per la Comunità Ebraica: ha mai fatto brutti incontri?

Accompagnavo Rav Somekh all’incontro mensile con la Sezione di Ivrea. Una sera, una persona del posto ci riconobbe come ebrei e ci insultò. “Se non ti hanno ammazzato ad Auschwitz, ti ammazzerò io” mi minacciò. Ma era solo un poveretto, ubriaco e con problemi psichiatrici.

 

La sua famiglia ha sofferto la Shoà, lei ha provato tante esperienze diverse, ha conosciuto personaggi importanti, ha svolto mille lavori, ha mille storie da raccontare.

Che cosa vorrebbe dire ai giovani, oggi?

Che cerchino di riacquistare fiducia nel genere umano, che si impegnino perché si possa tornare ad avere fiducia nel genere umano.

 

Intervista di Beppe Segre

 

 

 


Aldo Caimi e la moglie, maria de Rosario Maldonado Ruiz
durante la lavorazione del film "La notte dell'innominato"
  Disegno a carboncino di un prigioniero russo ad Auschwitz,
consegnato al padre di Aldo Caimi

           

Share |