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Mussolini contro gli ebrei

di Giorgio Berruto

 

Tempi di sdoganamento in grande stile del fascismo, i nostri. Tempi in cui non fa scandalo, o almeno non troppo, che un pasticciere esponga nella vetrina del negozio una torta alla panna con la faccia di Hitler disegnata sopra, in cui i nipoti degli aguzzini di ieri non solo alzano la voce, ma pretendono di sbandierare i loro vessilli neri, di partecipare formalmente a quel dibattito di cui sono, di fatto, la più radicale negazione. C’è qualcuno per cui le leggi antiebraiche varate in Italia nel 1938 sono da considerare un incidente di percorso in un ventennio in fondo non tutto da buttare, magari insieme all’entrata in guerra, altro inciampo veniale. Ma anche tra coloro che mantengono fermo il giudizio sul fascismo, ed è sempre meno facile farlo, fioriscono interpretazioni variamente distorte. Che Mussolini avrebbe voluto una legislazione antiebraica per seguire l’esempio di Hitler, per esempio. O, addirittura, che l’avrebbe accettata nel contesto della sempre più stretta alleanza con la Germania, come se si trattasse di un sacrificio consapevole, oppure richiesto, affrontato dalla dittatura italiana in vista di un bene più grande. O che si trattasse di una mera conseguenza del razzismo coloniale.

 

Giunge dunque a proposito la nuova edizione ampliata del volume Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938 di Michele Sarfatti, pubblicata ancora da Zamorani. Rispetto all’edizione del 1994 gli apparati documentari sono arricchiti e la tesi confermata: Mussolini è stato l’ideatore e il conduttore della persecuzione antiebraica in Italia. Riconoscendo un ruolo centrale al dittatore fascista sia nella scelta della svolta antisemita sia nella conduzione della politica persecutoria, Sarfatti mette con le spalle al muro la vecchia ipotesi di Renzo De Felice, che leggeva la legislazione del 1938 all’insegna dello slogan “discriminare non perseguitare”. Una valutazione, quella di De Felice, che nel corso degli ultimi trent’anni è stata messa in discussione con argomenti sempre più convincenti. D’altra parte le leggi razziste, se dal 1938 al 1943 non portarono alla persecuzione diretta, condizionarono comunque enormemente la vita degli ebrei italiani, basti pensare ai numerosi suicidi e al crollo della natalità, e trasformarono in apolidi gli ebrei stranieri che risiedevano nella penisola.

 

Sarfatti, ponendo sotto la luce dell’analisi gli atti concreti, le prese di posizione pubbliche o comunque operative di Mussolini, studia l’impostazione della persecuzione legislativa tra il febbraio e il novembre 1938, sviluppatasi in tre fasi fino all’affermazione del modello definitivo, di cui vengono evidenziate le durezze e le differenze rispetto alla legislazione antisemita tedesca allora in vigore. Le leggi italiane dividono la popolazione in due soli gruppi (ebrei e ariani), non in tre come nella Germania nazionalsocialista (ebrei puri, ebrei misti, ariani) e per alcuni aspetti superano, quanto a carattere persecutorio, le leggi tedesche, anche se ancora per poche settimane, fino cioè all’inasprimento successivo al grande pogrom del 9-10 novembre noto come “Notte dei cristalli”.

 

Il 1938 è un annus horribilis per gli ebrei europei. A gennaio la Germania è l’unico Paese con una normativa persecutoria antisemita, a fine anno questa è diffusa in Austria, Polonia, Ungheria, Romania e ovviamente Italia. Nel nostro Paese le leggi sono preparate accuratamente. Il 14 luglio “Il fascismo e i problemi della razza” afferma che “le razze umane esistono”, “esistono grandi razze e piccole razze”, “esiste una pura razza italiana”, per concludere che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Il 5 agosto Mussolini annuncia l’imminente varo della legislazione, che avrebbe avuto un’impostazione proporzionale basata su quote strette e un carattere generale (un accenno non sviluppato parlava di possibili “esenzioni”). Questo modello viene però accantonato già a fine mese e sostituito con un altro che prevede l’espulsione degli ebrei stranieri; una persecuzione “temperata” per gli ebrei italiani “con benemerenze” (attribuibili per esempio a 724 famiglie di iscritti al PNF prima della marcia su Roma, a 406 famiglie di caduti nella guerra mondiale e nelle colonie, a 721 famiglie di volontari nelle stesse eccetera); persecuzione ampia per gli altri ebrei italiani. Il 12 ottobre l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (UCII) dichiara, con un testo ampiamente condizionato dal contesto e cionondimeno autoumiliante, di accettare la propria persecuzione, affermando “con animo forte la completa dedizione degli italiani di religione ebraica alla Patria Fascista, pur nel momento in cui superiori esigenze richiedono da essi dolorosi sacrifici”, e auspicando l’estensione a tutti i “buoni cittadini” delle disposizioni previste nel caso di benemerenze.

 

Tra fine ottobre e metà novembre avviene la terza e ultima svolta. In questa definitiva impostazione nulla cambia per gli ebrei stranieri, di cui è confermata l’espulsione, ma la persecuzione degli ebrei italiani passa da parziale (con le attenuanti in caso di benemerenze) a secca. Il censimento del 22 agosto, strumento indispensabile per qualsiasi direzione la persecuzione avrebbe seguito, rileva la presenza in Italia di 57.425 persone nate da almeno un genitore ebreo. Di questi, 46.656 dichiarano di appartenere all’ebraismo. Le persone censite sono oltre 70.000, quelle definite “di razza ebraica” 58.412. Tra di esse, vi sono circa 10.000 stranieri, destinati a diventare apolidi. Sfuggono certamente al censimento alcuni ebrei non iscritti a comunità, tra cui con ogni probabilità un buon numero di stranieri, ma è difficile azzardare ipotesi sulla consistenza numerica di questo gruppo. Le famiglie di “razza ebraica” sono più di 15.000. Censire gli ebrei è preposto a identificare il simile come diverso e riservargli un trattamento particolare, e non può che aprire le porte alla persecuzione. Contare le persone significa cancellare i volti con una serie di numeri, allora come oggi.

 

“Gli ebrei”, sottolinea Sarfatti, “costituivano veramente una parte della nazione”, erano una parte di un corpo vivente. Per questo, conclude lo storico, “la persecuzione degli ebrei costituì per chi la volle (e Mussolini la ‘volle fortissimamente’) un’impresa più ardua della persecuzione degli antifascisti o degli africani ribelli alla colonizzazione”. La conseguenza fu, nell’Italia del 1938, “un sistema antiebraico che costituì forse ciò che di più violento era realizzabile in un Paese nel quale non vi erano fino ad allora stati forti movimenti e agitazioni antisemiti, nel quale vi era la presenza comunque condizionante del papa e della Chiesa cattolica, nel quale il dittatore non era esattamente l’unico rappresentante dello Stato, nel quale il partito al potere non era indipendente dalla tradizione nazionalista, nel quale i perseguitati non erano stati tutti estranei al regime, nel quale il dittatore non aveva manifestato in precedenza un antisemitismo radicale”.

Giorgio Berruto