Lettere

 

C’è ghiur e ghiur, c’è Bet Din e Bet Din
 

Cari amici,

l’articolo sui ghiurim di Baruch l’Occhialaio, pubblicato in prima pagina sull’ultimo numero di HK, mi ha stimolato varie riflessioni sulla questione. A difesa dei nostri rabbini ortodossi e del loro accanimento (sadomasochistico?) nei confronti degli aspiranti ebrei, mi viene da pensare che, oggi come ieri, l’dea di diventare ebrei è alquanto balzana. Se uno già ci nasce, pazienza, è cosa fatta! Ma perché andarselo a cercare? Per sé e per la propria discendenza? I rabbini ortodossi questa idea non la esplicitano, ma è evidente che questo assunto è il loro retro pensiero, e si può estrapolare dal loro comportamento. Perché complicarsi così la vita, già di per sé abbastanza assurda e complicata? Come affermava quel gran genio ebreo di Groucho Marx, “non vorrei mai far parte di un club che mi prende fra i suoi soci”. Se il candidato al ghiur facesse questo sano ragionamento, cambierebbe facilmente idea e non innescherebbe la dinamica perversa con i nostri rabbini ortodossi.

L’atteggiamento riservato al gher da parte dei rabbini progressivi (o liberali o riformati, che dir si voglia) è diametralmente opposto a quello ortodosso. Sembra che dicano. “vuoi diventare ebreo? Prego, accomodati: impara un po’ di ebraico, studia i principi essenziali (per uno, due, tre anni a seconda del livello di preparazione di partenza), fai un esame che è poco più di una formalità, e poi te la vedi tu. Tu l’hai chiesto, tua è la responsabilità, nel bene e nel male.”

Da quando a Firenze, circa quindici anni fa, è stata fondata la congregazione progressiva Shir Hadash, sono stati effettuati almeno una quindicina di ghiurim. I Bet Din sono stati formati quasi sempre da rabbini inglesi o americani (rara la partecipazione di francesi o italiani), e tutti i candidati sono stati accettati, salvo un caso che è stato respinto, e dopo un paio di anni è stato costituito un nuovo Bet Din che ha riesaminato il gher e lo ha accettato. È da notare che, una volta espletato il ghiur, è abbastanza raro rivedere nella congregazione il neoebreo: a volte perché vive lontano (molti in Emilia, ed uno in Sardegna che è difficile vedere anche per Yom Kippur). Altri due o tre sono andati in Israele, un altro in Gran Bretagna. Qualcun altro, una volta accettato dal Bet Din, preferisce frequentare la comunità ebraica ortodossa di Firenze, ben più solida, stimolante e rassicurante della piccola e giovane Shir Hadash.

Fortunatamente nelle congregazioni progressive mancano “i paladini domenicali della Halakhà”, gli “stupidi pii” (così li chiama Baruch l’Occhialaio) che riguardano le bucce all’aspirante ebreo o al neoebreo (ed ai rabbini che lo preparano o l’hanno preparato). L’atteggiamento dei rabbini progressivi e delle loro congregazioni è improntato alla responsabilizzazione del gher: “tutto quello che fai ricade sotto la tua piena responsabilità di scelta”: “vuoi o puoi frequentare la congregazione? Bene, vieni ed accomodati!” “Non puoi o non vuoi frequentarla? Bene uguale. Basta che paghi l’iscrizione e rimani uno dei nostri”. Certo Shir Hadash è piccola e con tanti problemi, ma per le Feste si riempie e le tefillot sono molto partecipate, anche dai gherim. La routine del quotidiano è ovviamente diversa.

C’è poi il grande problema della patrilinearità: i figli di padre ebreo e madre non ebrea sono accettati come ebrei o devono fare il ghiur?. Dipende dalla congregazione, che decide se stabilire la piena eguaglianza fra padre e madre, o mantenere la matrilinearità dell’appartenenza al popolo d’Israele. Fortunatamente Shir Hadash di Firenze ha deciso, fino dal suo statuto, di accettare i figli di padre ebreo come i figli di madre ebrea, e così anche i miei figli sono pienamente accettati nella congregazione. Purché lo vogliano.

Un cordiale shalom

Sandro Ventura

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