Lettere

 

Lettera da lontano
 

Conversioni sì, conversioni no, conversioni forse: un tema affascinante. Per parlarne con responsabilità bisognerebbe forse essere un maestro; poi mi è venuto in mente: ma io sono maestro di musica! E allora…

Il pianista ha appena terminato il suo esame. “Ha suonato da cani”, commenta uno dei maestri. “Sono andato a dirglielo. Sai cosa mi ha risposto? Che suo nonno ha sempre suonato così, e tutti lo consideravano un buon ebreo, pardon, un buon pianista.” “Può anche tornare, ma ho paura che non servirà a nulla.”

Siamo in fondo alla sala. Il mio vicino, Baruch, è nervosissimo, gli sono perfino caduti gli occhialetti. “Ma come si permettono? Perché si arrogano il diritto di giudicare?” Cerco di spiegare, anche all’Università, perfino ad un esame di scuola guida… niente, non ascolta. Per fortuna la commissione ci zittisce.

Entra un altro candidato. Suona decisamene meglio, per fortuna. Un maestro sale sul palco e gli dice qualcosa, poi il giovane esce. “Che gli hai detto?” chiede un commissario. “Che andava tutto bene. Solo il Kitzur, pardon, gli studi di Clementi, erano imparati così, a memoria ma senza convinzione. Non era contento, ma mi ha detto che quella parte la riporta al prossimo esame.”

Io sono uscito subito, con la scusa di fumare. Dopo un poco arriva Baruch, agitando nervosamente i suoi occhialetti: “Ma come si permette il suo rabbino, pardon il suo maestro di pianoforte, dopo avergli detto che doveva studiare tre anni adesso lo vuole rimandare?” “Dai, - riprovo io - facciamo due passi, chiacchieriamo, ci confrontiamo e intanto andiamo a fare minian per Minchà”. Invece se ne va.

Mi avvio anch’io. Arrivato in Sinagoga trovo un numero di Ha Keillah. apro e leggo: “Posso però affermare che nessun mio allievo di provata serietà ed impegno nell'osservanza delle mitzvot è stato respinto.” Brava questa Fausta Carli Finzi, questa potrebbe essere la soluzione, penso. Rispetti le mitzvot? Bene, ti converti. Non te la senti? Va bene lo stesso, nessuno è obbligato a convertirsi. E vengo, vengo, sono il nono, speriamo in bene.

Gilberto Bosco


Metto i miei occhiali con le lenti spesse e un po' rigate e scorro su e giù la lettera di Gilberto Bosco. È una bella lettera, chiara e perfino poetica. Eppure c'è qualcosa che non mi convince. Più cose, anzi. Perché siamo proprio sicuri che un ghiur sia equiparabile a un esame di musica o di guida? Quando si affronta una conversione, non si tratta solo di acquisire competenze. Si tratta anche di assumersi la responsabilità della decisione presa e questo non dubito che verrebbe confermato da qualunque rabbino. Mi ha interessato anche la lettera di Sandro Ventura, che descrive un modello di ebraismo differente, che pone al centro la libertà e la responsabilità della scelta del convertito, largamente negata dall'attuale modello in uso nell'ebraismo ortodosso italiano.

Torno a leggere, ancora una volta, la lettera di Gilberto. Chissà se il decimo per minchà è poi arrivato. Vorrei suggerire che il problema, se non si arriva a dieci, se non si forma una comunità in armonia, possa non essere solo mio, che quella volta, è vero, me ne sono andato. Nessuno dei nove mi chiede perché non ero presente, eppure il problema è anche loro. Forse non c'ero perché riflettevo, dietro alle mie lenti spesse, sulla decenza, quella che dovrebbe venire prima di tutto e di cui ho scritto sullo scorso numero di Ha Kehillah a proposito delle conversioni. O forse per altri motivi. Ma anche su questi, nessuno mi ha interrogato.

Prendiamo comunque per buona la metafora del pianista, che è bella e chiara ma lascia intendere che le mie  intenzioni non siano state colte appieno. Non c’è dubbio che se all’esame di occhialaio avessi fatto una brutta figura, occhialaio non lo sarei diventato. Sembra banale e scontato ma ho chiaramente avuto la possibilità di far valutare la mia preparazione. Cosa sarebbe successo se invece di presentarmi ai maggiori e agli anziani della mia congregazione, mi avessero mandato via dicendomi che oggi non si fanno esami? E se mi avessero detto torna domani e ancora lo stesso l’indomani? Avrei continuato a sperare un giorno di diventare un buon occhialaio anch’io? Forse avrei dovuto accettare questo come parte dell’esame: percepire la mia determinazione? Tutto però ha un umano limite e il gioco del tira e molla va bene ai bambini ma non a seri occhialai. Forse che i maggiorenti ed anziani abbiano paura di commettere errori e di doverne rispondere nell’Olam Habà? Quello che l’occhialaio può dire oggi grazie alla sua ormai lunga esperienza è che maggiorenti, anziani, maestri pianisti e rabbini sono sempre esseri umani nella loro fallibilità e che nell’Olam Habà dovranno non solo rispondere di troppo lassismo ma anche di troppa rigidità. Ecco perché è meglio ricordarglielo di tanto in tanto.

Baruch l’Occhialaio

 

 

Share |