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Dal gialloverde al giallorosa

 

di Emilio Jona

 

 Dal nostro angolo marginale di ciò che resta di un ebraismo italiano di sinistra, è doveroso dire cosa pensiamo, mettendo un qualche ordine mentale nella congerie di letture e interpretazione degli ultimi sconcertanti fatti politici di questa Italietta misera, altezzosa e preoccupante, frutto di un anno e mezzo di governo gialloverde e conclusasi inaspettatamente con un improvviso rovesciamento politico, che ha dato luogo ad un governo, in parte, di diverso colore.

Ciò che è avvenuto è stato prodotto dal duplice e convergente intervento di un comico e di un politico astuto, Beppe Grillo e Matteo Renzi, che hanno curiose affinità, evidenziate da Mario Tronti in una sua recente intervista: la loro visione antipolitica, la volontà di distruzione dei partiti tradizionali, la loro concezione del parlamento da aprire come una scatola di tonno. Tronti pensa che l'accordo con i Cinquestelle sia, per il PD, un suicidio assicurato, perché i Cinquestelle continueranno nella loro demagogia populista mentre il PD gestirà i dicasteri più impopolari, quelli del rigore dei conti economici. Certo, si tratta di un governo nato senza alcuna seria discussione programmatica, frutto dell’accordo tra un partito dominato dalle correnti e una piattaforma informatica di grillozzi; un governo frutto della provvidenziale decisione di un politico dell'improvvisazione, bullo e sprovveduto, di affossare il precedente, intriso di demagogia e di incompetenza, in cui si era reso ben visibile e dominante, favorendone fortunosamente un altro, altrettanto improvvisato, e per metà fatto degli stessi incompetenti e sprovveduti partner di quello di prima.

Bene, ci siamo liberati momentaneamente di Salvini e della sua destra dura, xenofoba e razzista e oggi, con rapido voltafaccia, nazionalista e non più padana e antisudista, e ne siamo contenti; ma non è che il futuro si presenti roseo e accattivante. Anzitutto nessuno dei due leader, Di Maio e Zingaretti, era favorevole a questo matrimonio giallorosso; li hanno spiazzati le decisioni di Grillo e di Renzi. Poi Renzi, da entrambi non amato, con la sua ben nota spregiudicatezza e con il suo fare cinico e spettacolare, ha operato in modo da diventare, giocando fuori e dentro il PD, l'arbitro che deciderà la vita e la durata di questo governo, nato in una settimana di frenetiche discussioni, su di un programma raffazzonato, magari anche condivisibile, ma di una genericità disarmante.

Molte sono le domande che dobbiamo porci: dati i tempi e le urgenze si poteva fare altrimenti, si poteva elaborare qualcosa di più forte, visibile e concreto, traendolo anche da qualcuna delle cinque parole che formano il logos delle 5 stelle? Era giusto alleare il PD a un movimento ostile alla democrazia rappresentativa e dedito ad una parodia buffonesca e bislacca di democrazia diretta, un movimento che non ha fatto alcuna revisione critica neppure sulle leggi infami sulla sicurezza, da lui approvate ancora pochi giorni prima dello scioglimento del contratto di governo con la Lega? Si poteva seguire la volontà di Salvini e andare alle elezioni anticipate, affrontando a viso aperto una destra illiberale ed estrema, alleata con quanto di peggio esiste in Europa, in una lotta che avrebbe potuto essere mortale? Si poteva correre il rischio di ritrovarci in questo novembre in uno stato di democrazia illiberale alla Orban, con uno sguardo di riguardo per movimenti paranazisti, come Casa Pound e Forza Nuova? Io penso tranquillamente e amaramente di no, che non potevamo correre questo rischio e insieme che questo rischio è tuttora esistente, perché se questo governo non avrà un po' di senno, di competenza e non farà quelle riforme, non assumerà quelle iniziative essenziali, su fisco, lavoro, innovazione, piccole e grandi opere pubbliche che come insegna il vecchio Keynes, sono il volano per uscire dalle crisi di sistema, se questo governo fallisse, noi avremmo solo ritardato e aggravato il rischio che Salvini, Meloni e compagnia prendano il potere e magari i pieni poteri.

La consapevolezza dei rischi è grande. Nessuno dei componenti della compagine giallorossa ha fatto quella indispensabile analisi, critica e autocritica sul proprio passato, almeno per quanto riguarda la durissima contrapposizione, la totale conflittualità che, fino all'altro ieri, ha contrassegnato i loro rapporti. Per cui l'alleanza appare segnata dalla fretta e dalla semplice contrapposizione a Salvini. Non una parola, né dal vecchio/ nuovo presidente del consiglio, né dall'incompetente e presuntuoso ministro degli esteri, è stata spesa non dico per dissociarsi, ma per fare una qualche ammenda sugli atti del precedente governo, che anzi sono stati espressamente confermati e apprezzati. Tutto quindi può andare a catafascio tra la pochezza e l'ignoranza, la scarsa democraticità dei Cinquestelle, l'egocentrismo e la spregiudicatezza di Renzi, le tante anime contrastanti del PD con i loro capi corrente e la cronica conflittualità interna.

Ora ciò che resta è la speranza che l'abisso che sta davanti a noi, faccia sì che i nostri ministri prendano coscienza che se questo governo non opera bene, con qualche tangibile successo e in modo concorde, con una visione unitaria dei problemi e delle soluzioni, il rischio che corriamo sono le elezioni anticipate, con la pressoché certa vittoria di una democrazia alla Salvini, fondata sull'odio e sulla paura, e la fine di quella forma di democrazia rappresentativa, certo del tutto imperfetta (forse un meno peggio più che un bene), ma sicuramente ancora la migliore in un mondo devastato dal razzismo, dall'intolleranza, da pericolosissime guerre solo in apparenza locali, dalla mancanza di democrazia, di libertà e di un benessere equamente distribuito.

Ed ora passiamo alla sinistra, che esiste, con buona pace dei Cinquestelle, e di cui questa rivista è parte. Essa dovrebbe ricordare, come scriveva l'autore da cui siamo partiti, che “la storia del 900 consegna una lezione magistrale: una sinistra senza popolo lascia il popolo alla destra”, e che ci sarebbe molto popolo da riconquistare, quello perduto e passato ai Cinquestelle e alla Lega, e quello del 50/% degli italiani che non votano e che non sono necessariamente dei qualunquisti, ma forse semplicemente dei disillusi.

Ora il rischio che sotto questo profilo si può intravedere in questi giorni riguarda la calda, sacrificale partecipazione dei leader del PD al nuovo governo, a fronte del muso lungo e silenzioso del Di Maio e alla baldanza oppositiva degli ultras alla Di Battista. Il rischio che l'abbraccio col M5S possa essere, anziché salutifero, letale esiste e il PD, che è quanto resta di visibile e consistente della democrazia rappresentativa in Italia, dovrebbe tenerlo bene a mente, trovando ragioni e anticorpi per evitarlo: Per intanto ci piacerebbe un abbraccio più critico e lieve.

Emilio Jona

 

  Vignetta di Davì

 

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