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Elezioni in Israele: un rompicapo da decifrare

 

di Shanna Orlik

 

 

Ad oltre una settimana di distanza dalle elezioni, quando i risultati definitivi sono stati finalmente pubblicati, sembra che tutti gli israeliani concordino sulla difficoltà di capire chi sia il vero vincitore di questa "seconda chance" elettorale. A differenza della notte delle ultime elezioni, in cui i leader dei due grandi partiti Likud e Kahol Lavan (Blu-Bianco) si erano precipitati sul palco per annunciare le rispettive vittorie, sembra che la lezione sia stata appresa e che, questa volta, i politici abbiano deciso di lasciarci nella nebbia. In questa fase, è molto difficile sapere chi tra Benyamin Netanyahu (Likud) e Benny Gantz (Kahol Lavan) sarà scelto dal Presidente Reuven Rivlin per cercare di formare una coalizione [l’incarico è poi stato affidato a Netanyahu, ndr]. Tuttavia, sembra ancora più complesso capire chi di loro riunirà abbastanza partiti per fornire al paese una maggioranza parlamentare stabile e duratura.

In effetti, dalla sera del 17 settembre esperti e giornalisti non hanno smesso di proporre potenziali combinazioni che avrebbero permesso di formare il prossimo governo israeliano.

Non mi avventurerò qui nell'esercizio matematico che mirerebbe a offrirvi una formula vincente, preferisco tornare ai risultati delle elezioni e a ciò che ci dicono sull’attuale stato della società israeliana.

Cominciamo con il partito che è arrivato per primo alle elezioni di settembre, il partito Blu-Bianco guidato da Benny Gantz e Yair Lapid. Con 33 seggi, questo partito creato meno di un anno fa, sembra aver convinto un gran numero di israeliani. La domanda che ci si può porre è cosa li abbia convinti. Vi sono opinioni divergenti e le due ragioni principali sono, da un lato, una lista di centrodestra composta da ex ufficiali e sostenuta da figure emblematiche della destra storica, come Dan Meridor. Dall’altro lato una ricorrente mobilitazione popolare "anti-Bibi", guidata dal desiderio di cambiare la leadership politica, che ha incoraggiato gli elettori di destra, di centro e di sinistra a non disperdere un “voto utile”. Il partito Blu-Bianco è quindi emerso come un'alternativa politica che è stata in grado di riunire e persino convincere ancora più israeliani rispetto alle elezioni di aprile. Resta da comprendere, in un sistema parlamentare in cui una struttura proporzionale impone una strategia di blocchi, se il candidato Benny Gantz sarà in grado di convincere potenziali partner e formare una coalizione, qualora ricevesse l’investitura a formare il governo.

Di fronte a Kahol Lavan, il Likud, un partito politico di destra guidato dal primo ministro Benyamin Netanyahu, ha ottenuto un numero inferiore di seggi (32), perdendo così lo status di vincitore. Questo stallo appare ancor più sorprendente se si considera che i due principali rivali di Likud alle elezioni di aprile, Moshè Kahlon (partito Kulanu) e Moshe Feiglin (partito Zeut), hanno questa volta sostenuto Benyamin Netanyahu ma non sono riusciti a rimpolpare i ranghi del Likud. Questa sconfitta riguarda in generale non solo il Likud, ma tutta la destra. In effetti, il partito Yamina, che costituisce l'unione dei partiti di estrema destra La Casa Ebraica (che era diventata in aprile la "nuova destra") di Naftali Benett e Ayelet Shaked e L'Unione Nazionale-Tkuma di Betzalel Smotrich, ha ottenuto solo 7 seggi, salvando così alcuni dei suoi deputati che non avevano superato la soglia minima alle elezioni di aprile. Se i media già stavano proiettando Ayelet Shaked come prossimo primo ministro di Israele per questa coalizione che rappresenta l'estrema destra, favorevole all'annessione della Cisgiordania, il ritorno alla realtà è stato amaro. Inoltre, all'estrema destra di sempre, il partito kahanista Otzma Yehudit (Forza Ebraica) non ha saputo neppure lui come convincere e raccogliere abbastanza voti per superare la soglia di sbarramento.

Se ci sono vincitori nel blocco di destra, questi sono certamente i due partiti ultraortodossi ashkenazita e sefardita, che, ancora una volta hanno dimostrato di saper mobilitare i loro elettori, tanto da riuscire a guadagnarsi rispettivamente 8 e 9 seggi. Sebbene avessero ufficialmente firmato un patto di lealtà con Benyamin Netanyahu, permangono dubbi sulla loro fedeltà: il partito sefardita ultraortodosso Shass, per esempio, in passato ha già dimostrato un certo grado di trasformismo, passando a coalizioni di centro o di sinistra per meglio servire il suo elettorato di riferimento, dai banchi del governo e non dell’opposizione... una chiara porta aperta a Benny Gantz.

A sinistra, il grande vincitore è senza dubbio la lista dei partiti Arabi Uniti, che ora si posiziona come il terzo partito più grande del parlamento israeliano. Una vittoria che può essere interpretata in molti modi: in primo luogo, in un sistema democratico, non ci si può che rallegrare della grande partecipazione di una parte della società, specialmente quando si tratta di una minoranza. I dirigenti della lista Reshima Meshutefet (Lista Unita) hanno affermato che ciò che avrebbe spinto i loro elettori ad andare alle urne è quello che descrivono come un "incitamento all'odio e al razzismo anti-arabo" propagandato direttamente da Benyamin Netanyahu nelle settimane precedenti le elezioni. Se i media e la destra parlano senza esitazione di un "blocco di sinistra" come potenziale alleanza di Benny Gantz con il Partito Laburista, l'Unione Democratica e la lista Araba Unita, la realtà politica è alquanto diversa. Nonostante la storica decisione della lista Araba Unita (escluso il partito Balad) di raccomandare formalmente Benny Gantz durante l'incontro post-elettorale con il presidente Rivlin, sembra chiaro che oggi nessuno dei leader dei principali partiti sarebbe pronto ad invitarli a partecipare alla coalizione.

La sinistra ebraica e sionista sembra continuare la sua caduta libera: il Partito Laburista, che si è unito al partito centrista Gesher per raggiungere gli elettori del centro-sinistra, preoccupati per le questioni economiche e sociali, ha ottenuto solo sei seggi. Anche L’Unione Democratica, composta dal partito Meretz, affiancato da Stav Shaffir (laburista) e dall'ex primo ministro Ehud Barak, non è riuscito a convincere. Sebbene l'annuncio di questa Unione inizialmente apparisse molto promettente (circa 12 seggi nei primi sondaggi), la svolta strategica nelle ultime settimane della campagna non ha riscosso il successo sperato: in effetti, l'Unione Democratica ha fatto una campagna sui difetti dei suoi avversari, enfatizzando i pericoli del controllo religioso, ma non è riuscita ad offrire una visione concreta positiva e non è stata in grado di allargare la sfera di consenso oltre alla base elettorale tradizionalmente radunata attorno al Meretz.

Se il momento delle conclusioni non è ancora giunto, chi sembra oggi tenere le fila della politica israeliana è Avigdor Lieberman e gli 8 seggi del suo partito Israel Beytenu (Israele, la nostra casa). Nel corso della sua consultazione con il Presidente Rivlin del 22 settembre non ha scelto di raccomandare né Netanyahu né Gantz, mantenendosi le mani libere per i futuri negoziati. Avigdor Lieberman, ex stretto collaboratore di Netanyahu e promettente membro del Likud, ha rappresentato l’elemento di destabilizzazione dell'ultimo governo e la ragione del fallimento di Netanyahu in Aprile, portando a nuove elezioni. Ha aumentato il suo numero di elettori al di là della sua base elettorale di immigrati di destra di lingua russa, posizionandosi come baluardo della laicità contro l'influenza degli ultraortodossi sullo Stato di Israele.

Nelle settimane a venire Israele dovrà uscire dall’attuale confusione politica e fornire finalmente le risposte alle domande che tutti si pongono: quali gruppi di cittadini saranno rappresentati nel futuro governo (ebrei, arabi, religiosi e laici, haredim, destra, sinistra ...)? Un governo di unità nazionale formato da Likud, Kahol Lavan e Israel Beytenu sarà la soluzione del rompicapo matematico che impedisce ora di immaginare una coalizione stabile? Gli israeliani dovranno tornare alle urne per la terza volta nonostante il costo di diversi miliardi di shkalim? E in ultimo, queste elezioni finalmente segneranno la storica conclusione dell'era Netanyahu? Non ci rimane che aspettare.

Shanna Orlik

24 settembre

Traduzione di Emilio e Beatrice Hirsch

 

 

Shanna Orlik, 28 anni, bogeret, cioè membro adulto, del movimento Hashomer Hatzair in Francia, ha fatto l'Alyà con la sua kvutzà (gruppo) nel 2013 ed ora vive con i suoi compagni a Tel Aviv. Laureata in Scienze Politiche e Legge (a Parigi) e Conflict Resolution and Mediation (a Tel Aviv). Negli ultimi anni ha lavorato come project manager e coordinatrice del dipartimento di Hagshamà (autorealizzazione) per il Movimento Mondiale dell'Hashomer e per la World Zionist Organization.

 

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