Italia

 

 

 

L’ottimismo del pessimismo

 

di Anna Segre

 

 

Spesso quando discuto sull’attuale governo sono accusata di essere troppo ottimista. A mia volta accuso i miei interlocutori di eccessivo ottimismo per aver sottovalutato i rischi che abbiamo corso quest’estate.

L’alternativa (non possibile: certa) al Conte-bis sarebbe stata un governo di estrema destra a guida Salvini, con la possibilità di eleggere tra due anni il Presidente della Repubblica e quasi certamente con una maggioranza tale da poter modificare la Costituzione a proprio piacimento. E, in prospettiva, il rischio concreto di un’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, che a sua volta potrebbe essere l’inizio della disgregazione dell’Europa stessa. Senza contare i pericoli aggiuntivi che si prospettavano per noi ebrei con un governo in mano a forze politiche alle cui manifestazioni i saluti fascisti sono una cosa normale, così come è normale allontanare un giornalista sgradito gridando “Ebreo, vattene!”

Però - mi obiettano a questo punto - se questo governo fallirà il pericolo sarà doppio perché il consenso elettorale della destra sarà ancora più alto. Cioè, in sostanza: per evitare di avere Salvini premier domani con un’ampia maggioranza sarebbe stato meglio farlo premier oggi con una maggioranza risicata e lasciare che si bruciasse da solo. È una logica che non mi convince: non ha funzionato con Mussolini, non ha funzionato con Berlusconi (è vero che il suo primo governo era caduto dopo pochi mesi, ma poi ha vinto le elezioni altre due volte), non capisco proprio perché dovrebbe funzionare con Salvini.

Ma sarà poi vero che un’eventuale caduta di questo governo porterebbe sicuramente ad una vittoria della destra più schiacciante di quella che si sarebbe prospettata se fossimo andati subito al voto? Personalmente non ne sono convinta. Forse, anche senza fantasticare di successi strabilianti, si può ragionevolmente sperare in qualche piccolo risultato concreto che potrebbe dare qualche frutto nelle prossime elezioni politiche.

Prima di tutto c’è l’Europa, ambito nel quale il nuovo governo ha già ottenuto indiscutibili successi, dalla nomina di Gentiloni ad un ruolo importante nella Commissione all’accordo di Malta sulla redistribuzione automatica dei migranti. Qualcuno potrebbe affermare che sono successi simbolici, soprattutto il secondo. Forse, ma tutto il dibattito politico degli ultimi anni è basato essenzialmente su immagini, narrazioni, slogan, gesti eclatanti, in un gioco perverso in cui vince chi riesce a dettare il vocabolario comune; dunque, se anche l’accordo fosse poco più che uno slogan avrebbe già comunque una sua utilità nella misura in cui si oppone ad altri slogan (l’Europa che ci sfrutta, ci lascia da soli, ecc.) contribuendo a disinnescarli. È comunque evidente che molti paesi europei, e in particolare Francia e Germania, hanno preso sul serio il pericolo di un’Italia in mano ai sovranisti e sono pronti a fare mosse concrete perché ciò non avvenga; inoltre si può sperare che un confronto con le istituzioni europee fatto di dialogo e collaborazione anziché di insulti e rivendicazioni di sovranità possa produrre qualche risultato positivo.

In secondo luogo questo è un governo in cui tutti - per lo meno a parole - dichiarano di voler mettere in primo piano le politiche sociali: taglio del cuneo fiscale, misure di sostegno ai redditi più bassi, maggiori risorse per istruzione, sanità, ecc. Questi, se non altro, sono gli obiettivi dichiarati. Riuscire a far entrare qualche soldo in più nelle tasche di chi fatica ad arrivare alla fine del mese non sarà certo un’impresa facile, ma almeno nel governo non siede più chi invoca a gran voce politiche di segno opposto come la flat tax. Anche in questo caso, se anche fossero solo slogan, se non altro avrebbero il merito di disinnescare altri slogan che urlano il contrario.

Ma se anche l’azione di questo governo non producesse risultati in termini di consenso elettorale, credo che comunque ciò che è accaduto da agosto ad oggi abbia avuto già di per sé un valore positivo e che abbia rappresentato un momento significativo nella storia del nostro paese.

Prima di tutto, è stata riaffermata la centralità del parlamento. E questo non è certo un risultato da poco se a questa consapevolezza è giunta una forza politica nata con una vocazione antiparlamentare in nome di una fantomatica democrazia diretta. È stato ricordato a tutti che la democrazia non è fatta solo di prese di posizione da cui non si transige ma anche di confronto, mediazione talvolta anche faticosa, ricerca del compromesso; che il dialogo con chi ha opinioni diverse non solo non ha in sé nulla di scandaloso ma, anzi, in alcuni casi può essere doveroso. Dopo quest’estate gli italiani hanno capito che in Italia un politico non può svegliarsi una mattina e invocare i pieni poteri solo perché i sondaggi in quel momento gli sono favorevoli.

In secondo luogo, come si è detto in precedenza, è stato rotto il monopolio della destra sul vocabolario politico: si può di nuovo parlare di integrazione, di ius culturae, di ambiente e sviluppo sostenibile, di laicità delle istituzioni e di tante altre cose; si può tornare a dire cose di sinistra senza essere guardati come dei marziani. Anche in questo caso si tratta solo di slogan? Può essere, ma anche così non mancano di produrre effetti: si è visto, per esempio, che il vocabolario del popolo PD e quello del popolo Cinquestelle sono meno distanti tra loro di quanto lo fossero quello dei Cinquestelle e quello della Lega, e questa impressione (vera o falsa che sia) di vicinanza potrebbe comunque rivelarsi utile ai fini delle future alleanze elettorali. Anche la presenza di Liberi e Uguali nel governo può avere se non altro un valore simbolico per dare l’impressione di un rosa meno pallido.

In conclusione,

·        abbiamo evitato per il momento di avere Salvini premier: è già qualcosa;

·        abbiamo estromesso la destra dal governo: è già qualcosa;

·        abbiamo messo un freno alle legittimazione di personaggi e gruppi neofascisti: è già qualcosa;

·        abbiamo dimostrato la centralità del Parlamento: è già qualcosa;

·        siamo ancora in Europa, e neppure troppo malvisti: è già qualcosa;

·        possiamo sperare per i prossimi mesi in politiche economiche non troppo devastanti e controproducenti: è già qualcosa;

·        gli slogan della destra non sono più gli unici che si sentono: è già qualcosa;

·        si può parlare di nuovo di integrazione, di ambiente, di laicità: è già qualcosa;

Ci basta per essere ottimisti? Forse no. Ma l’ottimismo può anche essere una scelta; tanto più può essere, come in questo caso, una scelta dettata dal pessimismo.

Anna Segre

 

        Vignetta di Davì

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