... e altro

 

 

 

A volontà di popolo

 

di Alessandro Treves

 

 

C’è una teca, al Museo dell'Antica Agorà di Atene, con forse un centinaio di ostraka, ognuno con su scritto il nome di un politico che - chi l’ha scritto - voleva bandire dalla città. Tanti nomi diversi, e nella grafìa particolare di ciascun coccetto vien fatto di provare a intuire i motivi, forse personali, forse meschini, dell’animosità verso quello specifico individuo. Altrettanti cocci si vedono nella teca accanto, ma questa volta recano tutti lo stesso nome: Temistocle, figlio di Neocle. Tanta unanimità fa impressione. Diretta contro l’eroe che, impariamo a scuola, aveva salvato la Grecia tutta, anzi, l’Ellade, dall’invasione di Serse. Certo, i cocci sembrano ben torniti e simili fra loro, e la spiegazione nella teca ci dice che sono stati trovati tutti insieme in un pozzo - come preparati dalla macchina propagandistica di qualche avversario politico, magari del suo rivale Aristide. Pare che recenti esami calligrafici abbiano concluso che sono proprio scritti dalla stessa mano. E tuttavia, se anche quegli ostraka furono “precompilati”, come molte delle opinioni postate sui moderni social network, ottennero pur sempre la maggioranza relativa in una votazione di almeno 6000 cittadini, uno vale uno, e Temistocle venne effettivamente ostracizzato e costretto all’esilio, neanche dieci anni dopo la vittoria di Salamina. Viene da chiedersi se ergersi a supremi difensori a fronte della minaccia persiana - ora si dice iraniana - non porti un po’ jella.

Ma Temistocle non pare sia solo colui che ha perorato con gli Ateniesi la costruzione di 200 triremi, che ha convinto a più riprese gli Spartani e gli altri alleati a fare fronte comune, che ha saputo utilizzare stratagemmi e disinformazione degni del Mossad per attirare in trappola la flotta persiana; se sono vere le dicerie riportate dagli storici posteriori, fu anche un politico arrogante e vanaglorioso, dedito al proprio tornaconto e cinico anche con gli alleati della Lega di Delo, come quando avrebbe tramato per distruggere le loro navi, e garantire così l’egemonia ateniese e sua personale. La sua immagine presso gli ex-concittadini venne definitivamente intaccata quando, per sfuggire ai processi, si rifugiò dagli stessi persiani, dal nuovo re Artaserse, mettendosi al suo servizio come governatore della città di Magnesia.

Quella però è storia successiva, che esula dai confini dell’Agorà e della Boulè. Non influisce più di tanto sulla nostra ammirazione per i meccanismi di democrazia diretta, cui tendiamo ad associare quei luoghi. Dopotutto, è da lì che sale l’emozione, nel visitare il Museo dell'Antica Agorà. Quello che accadeva fra quelle pietre rimane il nostro metro per valutare criticamente, 2500 anni dopo, fenomeni come la piattaforma Rousseau, o le campagne di informazione e disinformazione sui social, o la formazione del consenso con i media prezzolati, ad esempio con i giornali gratuiti tipo Israel Hayom. E rispetto alla rabbia spesso diffusa su questi canali, l’ostracismo, focalizzato verso un unico potente e dalle conseguenze controllate (l’ostracizzato veniva allontanato ma non, tecnicamente, punito, né gli erano confiscati i beni), appare quasi l’epitome della saggezza e del buon governo democratici.

Nell’Atene di Pericle si stima vivessero 300.000 abitanti. Di questi, però, almeno la metà erano schiavi o meteci, cioè residenti senza cittadinanza. Circa la metà donne, lasciando una percentuale di cittadini che avrebbero potuto teoricamente esprimere i propri diritti politici ben inferiore alla percentuale che ne gode fra quanti abitano ora tra il Giordano e il mare. Sottraendo anche i giovani prima del servizio militare, gli ateniesi a pieno titolo si crede non siano mai stati più di 50.000. Pericle però introdusse una riforma, uno ius soli alla rovescia, che privava della cittadinanza chi non fosse nato da genitori entrambi ateniesi. Si pensa che questo abbia ridotto i potenziali partecipanti all’assemblea popolare, l’Ecclesia, a circa 30.000. Considerando però che l’Ecclesia si riuniva sul colle della Pnice, che anche dopo il suo raddoppiamento non aveva più di 13.500 posti, si può stimare in un diecimila il numero di chi andava ad un’assemblea molto affollata, il 3% della popolazione. Delle orazioni tenute in queste assemblee ci sono rimasti esempi luminosi, fulgide testimonianze dell’abilità oratoria di pochissimi; ma non ci è rimasta granché traccia della moltitudine di deliberazioni mediocri, o meschine, e tanto meno dell’elaborazione di idee da parte della gran massa dei partecipanti, che forse ne ha espresse solo in occasione degli ostracismi. E forse, anche allora, usando un coccetto precompilato. Lasciamo gli ostraka nella teca.

Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

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