Tivù

 

 

Hassidim soap opera

 

di Emilio Hirsch

 

 

Da pochi mesi la rete internet e Netflix hanno aperto uno squarcio di luce nel mondo per me alquanto tenebroso dei moderni chassidim e in quello degli ultraortodossi messianici del genere Chabad Lubavitch. Mondi non solo insulari ma antimodernisti e antiscientifici da cui generalmente ho cercato di mantenere il debito distacco mi hanno improvvisamente aperto le loro porte senza bisogno di mettermi il caffettano ed il cappello di pelo magari nell’afa estiva di Gerusalemme o Brooklyn. Due film in particolare mi hanno permesso di assaporare aspetti curiosi, intimi, ironici, spesso simpatici e talvolta raccapriccianti della vita di tutti i giorni di chi si lascia cullare dal chassidismo o cerca di abbandonarne l’abbraccio tentacolare. Parlo della serie TV Shtisel che in 24 puntate ci lancia nel mondo dell’ultraortodossia israeliana in una soap opera accattivante e ottimamente orchestrata da una regia sapiente ma soprattutto da un copione leggero ed allo stesso tempo intenso, nonché da straordinari attori israeliani capaci di creare personaggi degni di un romanzo di Singer nei nostri giorni. Mi riferisco, tuttavia, anche al lungometraggio a carattere apparentemente documentaristico “One of Us”, dove tre personaggi reali sono seguiti nel loro tentativo di abbandonare l’ultraortodossia di una comunità di Brooklyn e ritornare nel mondo “mainstream” della vita moderna.

Sono due opere completamente diverse e tra loro in contrasto diretto. Tuttavia la forzatura che ho dovuto fare a me stesso per incominciare a seguirle è stata la stessa. Sono il mio stesso popolo ma sono davvero la mia stessa cultura? Domande del genere mi hanno spesso tenuto lontano dall’avere troppo a che fare con “loro”. Devo ammettere che se non ne avessi intensamente sentito parlare da chi in famiglia era già stato catturato dalle trasmissioni non le avrei mai notate né tantomeno ne avrei scritto. All’inizio le storie sono risultate, come temevo, aliene e distanti ma poi con il proseguire delle puntate di Sthisel e delle storie di One of Us i personaggi prima rasentanti il patetico e lo sgradevole si sono stemperati in fratelli virtuali di cui patire e compatire angosce e sollievi, crucci e speranze, in un calmo turbinio di vita dove improvvisamente Am Israel ci pare meno diviso ed inconciliabile.

In entrambe le trasmissioni siamo proiettati in un miscuglio di lingue dove l’Yiddish è ancora idioma vivissimo e il suo passaggio all’ebraico ed all’inglese in tonalità tedescheggianti risulta sorprendente e affascinante. Sì, come avrete intuito, la serie ed il film non sono disponibili in italiano ma in lingua originale con sottotitoli italiani a volte chiaramente scarni ed imprecisi. Ciononostante, la difficoltà linguistica non distoglie dall’evolversi delle vicende amorose osteggiate da consuetudini sociali incomprensibili del bell’Akiva Shtisel o dalle velleità recitative di Luzer Twersky, reale giovane attore newyorkese alle prese con l’abbandono di una famiglia che, per rimanere più fedele di lui all’ultraortodossia, rifiuta di incontrarlo da anni. Gli argomenti, tutt’altro che banali, toccano conformismo e ostracismo, brama di scoperta ed emancipazione ma anche di continuazione del legame con la Legge dei Padri e le sue sfaccettate declinazioni interpretative, non solo formale e ritualistico, come spesso ci appare, ma più profondamente filosofico ed esistenziale. Tutti i personaggi, di fantasia o reali che siano, in un modo o nell’altro, sono alla stessa ricerca di quello che cerca l’ebreo laico ed il religioso illuminato a cui questo giornale tendenzialmente si rivolge.

Di proposito non voglio né fornire un riassunto delle storie né un reale giudizio su quello che viene rappresentato. Lascio al lettore il divertimento ma anche la sofferenza di buttarsi nelle trame e soprattutto nelle difficoltà che i personaggi reali e immaginari ci presentano, di immergersi nelle loro domande, nelle loro insicurezze e frustrazioni. Sono le nostre.

Emilio Hirsch

 

 
     

 

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