Storia

 

 

 

Che Italia ritroveremo?

 

 

Questa lettera è stata scritta da Aldo De Benedetti (1897-1951) , ufficiale ebreo espulso dall’esercito italiano nel 1938 in seguito alle leggi razziali che aveva trascorso gli anni della guerra in Africa, a sua moglie Ester che si trovava ad Asmara con i loro quattro figli.

Addis Abeba, maggio 1945

… Stamani si è sparsa la notizia dell’armistizio in Europa. Come Dio vuole è finita! Una tale notizia dovrebbe aver riempito tutti i cuori di gioia, ed invece malgrado tutto non si riesce ad essere allegri. Eppure ciò significa la fine di oltre cinque anni di stragi e di distruzioni; la possibilità, quando che sia, di rivedere i nostri cari, di tornare in patria, di ricominciare a vivere per un avvenire e non alla giornata, come facciamo tutti quaggiù. Questo significa la notizia dell’armistizio, eppure… quando penso al 4 novembre 1918 ed a quello che ne seguì dopo, mi domando come si può essere lieti oggi.

Troppe incognite gravano ancora su tutto il mondo e su ciascuno di noi in particolare perché si possa avere l’animo lieto. Vi sono quelle più immediate e particolari, quando e come si potrà ritornare presso i nostri cari; le altre pure personali, a più lontana scadenza, come si potrà ricominciare una vita così tragicamente sospesa per oltre cinque anni, come si potrà guadagnare onestamente un pane per noi e per i nostri figli nell’inevitabile trambusto sociale ed economico che farà seguito alla guerra; altre di carattere meno personale ma limitate, quale sarà l’avvenire della nostra patria, così duramente provata, e inoltre priva di concordia interna, elemento indispensabile per una ripresa del suo cammino; infine altre di carattere generale, quale sarà l’avvenire dell’umanità.

Per chi non sappia o non voglia bendarsi gli occhi e le orecchie, tutti questi problemi si presentano nella loro tragica importanza personale e generale, ché nessun uomo, o ben pochi, può estraniarsi dalle preoccupazioni della sorte di tutti gli altri uomini della collettività cui appartiene.

Lasciamo da parte per ora i problemi di più breve scadenza e di più personale interesse e pensiamo a quale potrà essere l’avvenire dell’Italia. Se si dovesse giudicare da quello che si vede e si sente, ci sarebbe ben poco da sperare! In quale stato materiale si trovi ora l’Italia, pur non sapendolo, noi che siamo qui, per personale conoscenza, tuttavia è facile immaginarlo: distruzioni di ogni genere hanno colpito oltre la metà del suolo d’Italia.

Dal lato morale non si sente parlare che di movimenti, dimostrazioni, forse sommosse a scopo politico o economico. Fra quei pochi italiani che ci sono qui, non si sentono che frasi di odio, rivolta, disprezzo. Eppure tutti quelli, anzi soprattutto quelli da cui si sentono le frasi più aspre e più cariche di odio, a modo loro amano l’Italia, ed è questo loro amore, esasperato dalle vicende di questi anni, che li fa parlare e pensare così.

E d’altra parte chi può dire in piena coscienza e buona fede che il suo modo di amare l’Italia sia quello vero? Se almeno ciascuno degli italiani si ponesse questo problema davanti alla mente, non ne verrebbe certo la concordia, ma almeno la reciproca comprensione e tolleranza; ne verrebbe la possibilità delle civili competizioni politiche, fatte di idee e di persuasione e non di violenza, ne verrebbe la possibilità, dopo qualche tempo di inevitabili incertezze, di un assetto stabile in cui la nostra Italia potesse trovare l’appoggio per riprendere la sua via.

Sarà possibile questo fatto? Ne parlavo stamattina con l’ing … di cui ti ho scritto l’altra volta ed egli mi rispondeva che appena “questi scalmanati” saranno riportati in Italia e abbiano sentito cosa è successo lassù in questi anni cambieranno opinione. È da sperare che sia così, e che si possa negli anni che ancora ci rimangono da vivere preparare ai nostri figli una vita meno agitata della nostra.

E infine quale sarà l’avvenire dell’umanità? Troverà essa uno stabile assetto di civile convivenza tra i vari popoli o si andrà ancora incontro a un periodo di equilibrio instabile, di pace formale con la guerra negli animi come nei vent’anni dal ‘19 al ‘39? Comprenderanno i popoli, o, meglio ancora, i loro dirigenti, che tutti hanno il diritto di vivere decorosamente? Possibile che non si possa amare la propria patria, qualunque essa sia, senza odiare o almeno disprezzare le altre patrie?. Si potrà continuare a vivere in un ambiente di rancore reciproco?

Sono tutti questi interrogativi che si affacciano alla mente di quanti non sono ciechi e sordi. E a questi interrogativi non si potrà, secondo me, mai rispondere fino a quando gli uomini non si sentiranno fratelli tra loro. E a tale scopo bisognerebbe ridestare tra gli uomini il concetto, ora molto sbiadito, di Dio, Padre comune di tutti. Millenovecentoquarantacinque anni or sono è stato detto “Pace agli uomini di buona volontà sulla terra”. Io non so che cosa si intendesse per pace e per uomini di buona volontà, ma so che è venuta l’Inquisizione, le stragi degli eretici e il frazionamento dell’Italia, a parte un numero non ben accertato di guerre.

Poco prima un romano aveva detto “nessun uomo può essermi estraneo” ed era pagano, ma intanto Roma estendeva con le armi la sua potenza e, poco dopo, distruggeva Gerusalemme e il tempio. Da allora sono stati fatti molti progressi materiali, si va in aereo anziché a piedi, si sente (quando se ne ha voglia) la radio, si ammazzano scientificamente i nemici (e non solo quelli) con i vari V1, V2, etc, anziché con le frecce e con i coltelli.

Questo è il progresso di quasi duemila anni, la cui storia è fatta di una serie continua di guerre che, anzi, se si voglia esaminare da vicino il progresso tecnico, si vedrà che le invenzioni che sono più rapidamente progredite sono proprio quelle che hanno applicazioni di guerra!...

Nobel inventava la dinamite e fondava il premio per la pace. Un mio soldato nel ‘18 mi diceva scherzando “pochi anni or sono si pagava per andare a vedere gli aeroplani; ora si pagherebbe molto di più per non vederli”.

Verrebbe quasi da pensare che la guerra sia uno stato inevitabile dell’umanità, se si dovesse giudicare da quanto si sa e si è visto. Ma ripugna il pensarlo; non si riesce a concepire che si debba odiare un uomo solo perché è nato qualche chilometro lontano da noi.

Come uno può essere, ad esempio, buon italiano pur essendo più affezionato a Borgo San Salvario che a Borgo San Secondo (scusa!) così, penso che si possa arrivare a sentirsi fratelli di qualunque altro uomo, qualunque ne sia il colore e la patria, pur amando di più quelli del nostro colore e della nostra patria. Si deve poter arrivare alla comprensione reciproca, al riconoscimento dei legittimi interessi di tutti, all’annullamento degli egoismi personali speciali e nazionali, in una parola alla fratellanza.

Non sarà certo facile arrivarvi, ma bisogna dirigersi verso quella meta e, secondo me, il mezzo migliore, anzi l’unico possibile, è il richiamare all’umanità il concetto di Dio, Padre comune di tutti i popoli e di tutti gli uomini.

La via da percorrere sarà molto lunga e certo non sarà possibile che sia opera di una sola o di poche generazioni; ma questo non deve scoraggiare gli uomini che abbiano veramente “buona volontà”. Ognuno di essi (vorrei poter dire “ognuno di noi”) deve mettere la sua opera, per quanto umile e piccola possa essere, per il raggiungimento di questo scopo. Come ogni granello di sabbia, ogni pezzo di pietra, ogni grano di cemento, va a costruire i grandi monumenti della nostra epoca, così ogni minimo atto, ogni opera apparentemente insignificante, avvicinerà l’avvento di un’epoca di vera pace.

Da ragazzo ricordo di aver letto, non so dove, che “la Patria ha più bisogno di uomini buoni che di uomini grandi” ed ugualmente, aggiungo io, l’umanità. Invece da trent’anni a questa parte abbiamo cercato tutti di compiere azioni “brillanti”, di “lasciare la nostra impronta”, dimenticandoci che ciò che cresce rapidamente rapidamente si distrugge, e che le opere veramente durature hanno richiesto anni e secoli per essere costruite. Bisogna ritornare al sano concetto dell’oscuro dovere di ogni giorno, della bontà spicciola, del lavorare per il futuro e non per il presente; bisogna saper rinunciare a vedere il risultato dell’opera nostra, e ciò nonostante continuare con tutte le nostre forze, pensando che anche se non ne godremo noi, ne godranno i nostri figli ed i figli di essi.

Si potrebbe osservare che ciò è superiore alle forze umane, che il lavorare oscuramente, senza la prospettiva di una ricompensa o di almeno un riconoscimento in vita è troppo pretendere dalla natura umana.

Ma nella nostra Legge sta anche scritto “Siate santi, come santo è il Signore Iddio vostro” e la santità non consiste nell’osservanza più o meno rigorosa di riti, nel pronunciare determinate parole a determinate ore. Per usare le parole più conseguenti al significato di esse non parliamo di Santità, si parli solo di Bontà che, in fondo, è appunto la Santità spicciola, non appariscente, soprattutto non sanzionata da decreti…

 

 

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