Memoria

 

 

 

Cosa fai in giro?

 

di Emilio Jona

 

 

Le Edizioni dell’asino ripubblicano questo celebre saggio/racconto di Cesare Cases, che era apparso, la prima volta, nel 1978 su di un numero della rivista «Il Ponte» dedicato alle leggi razziali del 1938, era stato ripreso sul «manifesto» nel 1982, ristampato da Loescher nella nota antologia scolastica Il materiale e l’immaginario e quindi incluso nel 2001 nei Meridiani mondadoriani tra i Racconti italiani del Novecento, su suggerimento di Luca Baranelli, che scrive oggi la pregevole nota introduttiva a questa sua opportuna ristampa. Cosa fai in giro? parla di antisemitismo, ma soprattutto di cosa significhi per Cases essere ebreo, e ha ragione Baranelli di considerare questo testo come «un vertice assoluto del [suo] saggismo narrativo», in «un equilibrio perfetto, come scrisse Sebastiano Timpanaro, fra ironia e malinconia, affetto e sarcasmo, memoria privata e riflessione pubblica», e di affermare che «quello stile e quel lessico ora semplici ora colti, quel periodare in apparenza colloquiale, ma sapientemente radicato nella migliore tradizione della nostra prosa letteraria, trasmettevano una grande felicità narrativa, densa di riflessioni ideologiche, storiche, politiche e morali».

Ora, pur condividendo questi giudizi, che sono peraltro consolidati (si veda per ultimo la recensione di T. Munari sul «Sole 24 ore» del 30 giugno 2019), penso, quale modesto ebreo, come lui “laico e libertario”, che ha avuto esperienze del tutto simili a quelle di Cases, quanto a condizione sociale, frequentazione delle sinagoghe e fatti di antisemitismo, che le valutazioni, i giudizi più generali che Cases trae dalle sue esperienze, meritino qualche domanda e qualche osservazione critica. Qui, ovviamente, non sono in gioco le splendide pagine narrative sulle figure dell’avo Israele Carmi, rabbino di Reggio Emilia, del padre o di Arnaldo Ceccherini e del professore di ginnastica Mancuso, ma due sue, motivate, considerazioni sull’antisemitismo e sulla natura dell’ebraismo milanese, e in sostanza italiano, che tradurrei e riassumerei così.

 

1978

L’anno è il 1978 e Cases si stupisce dell’indignazione di un amico torinese che sostiene che a Milano vi sia antisemitismo, mentre contesta l’opinione della sua bambina che lui sia un ebreo esposto alla vecchia tentazione dell’antisemitismo perché non apprezza le angurie israeliane. Cases nega che ai suoi tempi (era nato nel 1920) vi fosse antisemitismo a livello popolare o nella media e piccola borghesia milanese: «essere ebrei - egli dice - significava soltanto costituire a pieno diritto una porzione della borghesia che aveva origini e in parte costumi diversi dalle altre». Neppure le leggi razziali, secondo lui, riuscirono a realizzare un vero antisemitismo e a Milano non ci fu «la lacerazione conosciuta dalle città di provincia… la persecuzione non ti condannava, ma nemmeno ti privilegiava… era raro trovare sia delatori sia gente che ti buttasse le braccia al collo… tuttavia, al momento buono, anche la fredda omertà borghese rivelava le sue virtù». Ora, scrive Cases, mentre in comunità compatte e legate alla tradizione «l’appartenenza naturale e irriflessa poteva essere, in prima istanza un fatto ovvio. In una situazione di emancipazione e di atomismo sociale il raro ricorso alla tradizione era uno sforzo imposto dall’esterno e soggettivamente incomprensibile», e incomprensibile resta per Cases la tesi di Benjamin, Bloch e Gershom Scholem dell’incompatibilità di borghesia e spirito ebraico, perché «tramontata la comunità ebraica come fatto culturale, salvo che nell’ebraismo orientale, essere ebrei significa[va] semplicemente un modo di essere borghesi… E la comunità scomparsa era ridotta al culto della feroce ascesi inframondana… sicché assolto il rito e pagato il debito si poteva tornare alla religione famigliare, l’unica in cui si era rifugiato il Dio degli ebrei». Così l’ebraismo del giovane Cases si dipana tra le tre/quattro presenze all’anno al tempio «nell’insincero tentativo di ricostruire la comunità che non esisteva più», con l’officiante che inframezza la sua cantilena nel gergo sacro con le offerte in beneficenza di chi va a sefer, a ognuna delle quali, dice Cases, «mio padre e mio nonno rizzavano le orecchie facendo il conto della media, e calcolando quanto avrebbero dovuto dare, se fosse toccato loro il paventato onore, per non sfigurare di fronte agli altri». L’ebraismo di Cases era per sua ammissione debole e il sionismo assente, Ma le leggi razziali e l’apertura di una scuola ebraica a Milano ebbero qualche giovamento per la sua identità ebraica, «tra compagni - egli racconta - la solidarietà di fronte al destino che ci aveva colpito creava un’atmosfera comunitaria. Al solito l’antisemitismo dava un senso al mysterium judaicum: le sinagoghe si riempivano e le mense si vuotavano di salami e prosciutti».

 

Cosa fai in giro?

Cases racconta che suo padre, con i tedeschi ormai padroni della città, continuava a circolare in centro, così un collega avvocato incontrandolo lo aveva redarguito: «Cases ’ste fet in gir?» e alla risposta di suo padre, carica di «realismo milanese ottenebrato dal formalismo giuridico (forse di origine ebraica, anche se non se ne rendeva conto)», «Fin che gh’è minga de legg…», l’amico, di lui ben più saggio, gli aveva obbiettato: «Legg o minga legg… quej a voialter ve ciapen e ve portan via l’istess». Certo l’«equo coerente inquieto, cauto Cases», come lo definiva Fortini, parla del suo ebraismo in modo realistico e disincantano e si situa (come ebbe a scrivere Cesare Pianciola), tra un illuminismo lombardo e un’ironia e autoironia ebraica, ma sino a che punto - mi chiedo - questo suo atteggiamento e giudizio sull’ebraicità è generalizzabile o invece va letto, in tutta prevalenza, come rispettabilissima storia personale del suo io narrante? Non c’era antisemitismo nel 1978 a Milano o era solo sotto traccia come mostra il presente? E la storia di quella diaspora ebraica altro non era che una storia e un aspetto particolare di quello della borghesia? E le innumerevoli modalità con cui l’ebraismo si è declinato nel mondo è riducibile a un lacerto di vicende famigliari di un popolo schiacciato dalle contraddizioni «tra l’angustia e l’immobilità di una separatezza spacciata per felicità e l’irraggiungibilità dei veri desideri umani?». Ho qualche dubbio. Siamo in tanti ad essere ebrei marginali o residuali, pur avendo tutti un patrimonio genetico alquanto tormentato, e che comunque ancora in qualche modo ci tormenta. Mi viene da pensare come limite più estremo, a quello negazionista di un maestro di Cases come György Lukács, che affermava in una sua testimonianza autobiografica che la sua origine ebraica non aveva avuto influsso di sorta nella sua formazione spirituale, che lui era stato il rampollo aristocratico di una ricca famiglia che viveva a Lip’tva’sos, il quartiere signorile di Budapest, e come tale non aveva avuto alcuna difficoltà ad essere accolto e accettato nel ginnasio luterano della città, mentre la religione lo aveva interessato solo in quanto aveva costituito una parte del protocollo domestico ed era entrata nelle conclusioni dei matrimoni e nello svolgimento di alcune cerimonie. Per altro lo stesso Sigmund Freud, insieme ad un severo pensiero critico anche sulla religione dei suoi padri, mai aveva negato o trascurato le sue origini, ma anzi si era sempre considerato come un erede dello spirito dei profeti d'Israele; e lo stesso Umberto Saba, che aveva definito la sua appartenenza al popolo ebraico «poco più che una nota di colore», aveva dato nei suoi deliziosi raccontini sul ghetto di Trieste e sui suoi abitanti, tra i quali lo zio Samuele Davide Luzzatto, il grande chakhàm Shadal, una rappresentazione delicata, ebraicamente dotta e partecipe. Mi viene da pensare poi all’ebraicità piemontese, così diversa da quella milanese di Cases, e in cui pienamente mi ritrovo, così come la descrive Primo Levi in Argon nel Sistema periodico, con i suoi antenati, in realtà da noi non così lontani, «portati al discorso arguto, alla discussione elegante, sofisticata e gratuita, alla dignitosa astensione, alla volontaria relegazione al margine del magma della vita», che non è affatto solo piemontese ma propria di molto ebraismo diasporico. Penso, per non andare lontano, a una figura torinese di oggi come Franco Segre che pur appartenendo a quello stesso mondo di nostri antenati, vive nella calda vita dalla parte degli umiliati e offesi, e pratica un ebraismo in cui rispetta le mitzvot e insieme ne diffonde la realtà, l’uso e la cultura. Anche un pittore e pensatore ebreo come Stefano Levi della Torre, con la sua libera, acuta e personale lettura del testo sacro lo sa rendere attuale nel nostro presente. A me pare che tutto ciò racconti di un ebraismo ancor vivo e poliedrico quale si presenta nella pur disgregata vicenda dell’ebreo contemporaneo diasporico, non riducibile alla sua possibile borghesità. A differenza, verrebbe da aggiungere, da quello israeliano devastato dalla sua deriva religiosa, tanto da fa dire a Yehoshua che Mosè sul monte Sinai ha sbagliato a legare la religione all'identità.

 

Le orecchie di porco

Ancora qualche marginale domanda: perché Cases deve tanto rassicurare la sua bambina che non è un antisemita? Sembra quasi rivolta più a sé stesso, seminatore di dubbi e di soluzioni da discutere, e con ciò tipico rappresentante di un’antica ermeneutica ebraica. Penso anche che la sua sottovalutazione dell’antisemitismo vada storicizzata. Cases l’ha vissuto sulla sua pelle solo per due anni, poi nel 1940 è fortunatamente emigrato in Svizzera; noi lo abbiamo invece sofferto sette anni, con limitazioni della vita di relazione sempre più forti, fino a che un quarto degli ebrei italiani è finito nei forni crematori. E poi anche i fatti di antisemitismo pesano in modo diverso da persona a persona. Ad esempio Cases ricorda bonariamente le orecchie di porco fatte a suo padre dai compagni di scuola, io invece ne ho fatto un’esperienza traumatica che ha avuto un peso, in seguito nella mia condotta e nei miei pensieri. Mio padre era un bravo avvocato, a lui ricorreva buona parte degli industriali biellesi ed io ero amico dei figli della più ricca borghesia biellese. Nell'autunno del 1938, avevo 11 anni, cessai senza capirne bene le ragioni, di frequentare il ginnasio della città, ma un mio compagno mi invitò ugualmente ad una festa in una grande e bella villa sulle colline tra Biella e Cossato; la sua istitutrice era una giovane tedesca, solida ed aggraziata, una lunga treccia bionda attorno al capo, cerulei occhi d’acciaio. Avrei capito solo in seguito che in lei s’incarnava lo stereotipo nazi della sana fattrice della futura stirpe del terzo Reich, mentre quel giorno realizzava, con la complicità d’ignari scolari, un piccolo saggio di persecuzione antisemita. Infatti cominciò ben presto, sicuramente da lei orchestrato, un mio isolamento canzonatorio, un’esclusione, una separatezza derisoria nei giochi a nascondino, a guardie e ladri o nelle contese del pallone. Poiché mi credevo libero dalle sottomissioni avite, mi ribellai, mi picchiai duramente con uno dei miei compagni, credo con il più innocente, di cui nel dopoguerra divenni amico, e me ne andai. Ricordo perfettamente di quel giorno la stazioncina di Avandino sulla tramvia Biella-Cossato-Vallemosso, i suoi binari lungo il basso muretto di cinta del parco della villa Buratti. Ero salito sul tram, che aveva ripreso la sua corsa, ma guardando dal finestrino vidi trascorrere capitanati dalla fräulein, in fila lungo il muretto tutti i miei vecchi compagni di scuola che mi facevano con l’orlo della camicia o del pullover l’orecchio del maiale.

Ma questi miei pochi pensieri a margine di Cosa fai in giro?, non possono non rapportarsi alle ultime righe di questo saggio/racconto. Esse illuminano di una luce e di una saggezza, con buona pace del suo autore, irrimediabilmente ebraica tutte le sue cautele e le sue riserve espresse nelle pagine che precedono. Egli si rivolge, come all’inizio del suo racconto, alla sua bambina e conclude: «Vieni qui, bimba mia, affinché possa ripararti sotto il fragile schermo della benedizione, anche se non ho il talèt e tu sei solo mezza ebrea, per di più femmina. Però non hai ancora avuto la prima mestruazione e sei pura al cospetto del Signore nostro Iddio, che ci trasse dalla terra d’Egitto e ci donò il frutto della pianta d’anguria».

Emilio Jona

 

 

 

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