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Qabbalah ebraica, cabala cristiana

La magia della realtà secondo Pico della Mirandola

 di Giorgio Berruto

 

La riflessione di Giovanni Pico della Mirandola, che si sviluppa nel secondo Quattrocento in Italia centrale, costituisce nella storia della cultura europea uno dei ponti tra Medioevo ed età moderna, proprio in anni in cui comincia a diffondersi la consapevolezza di vivere una rinascita della filosofia e delle lettere, il Rinascimento appunto. Sulla trattazione da parte di Pico di magia e cabala si concentra il dettagliato studio di Flavia Buzzetta Magia naturalis e scientia cabalae in Giovanni Pico della Mirandola, pubblicato da Olschki nella collana di studi pichiani. Alla studiosa preme chiarire la visione tutto sommato organica e unitaria di magia e cabala negli scritti del mirandolano, nonostante si tratti di nuclei concettuali affrontati non con una trattazione sistematica, ma attraverso numerosi riferimenti e allusioni in opere diverse per stile, finalità e destinazione.

Della tradizione medievale Pico riprende la distinzione tra magia naturalis e demoniaca. La seconda ricorre a poteri malvagi ed è dunque esecrabile; la prima è invece non solo lecita, ma utile e opportuna, poiché agisce sulle strutture profonde e sulle forze occulte della natura alla ricerca di benefici. Questa è la concezione che soggiace all’idea originale di Pico della magia come scientia, una scienza da coltivare per capire, assecondare e perfezionare la natura; per questo la magia è compimento della naturalis philosophia, cioè apex et fastigium totius philosophiae. Pico dispone peraltro di materiali inaccessibili ai dotti dell’Europa cristiana solo pochi decenni prima. Nel tardo Medioevo infatti, in particolare in seguito all’esodo di numerosi intellettuali greci dopo la caduta di Costantinopoli in mano turca (1453), giungono nuove fonti attraverso traduzioni dal greco, l’ebraico e l’arabo, determinanti anche per l’evoluzione del concetto di magia. Celebri, per esempio, le versioni in latino, da parte di Marsilio Ficino, del Corpus hermeticum e di autori neoplatonici come Plotino, Giamblico e Proclo. Un simile flusso imponente di traduzioni accentua la tendenza umanistica al sincretismo, ad attingere cioè a svariate tradizioni in un quadro grosso modo unitario: è esattamente quello che fa in questi anni Pico della Mirandola.

Un’idea di cosmo di stampo sostanzialmente neoplatonico innervata da tradizioni eterogenee è fatta propria da Pico, che pensa alla natura come a una totalità organica in cui ogni elemento è legato e intrecciato a tutti gli altri e all’insieme attraverso una fitta rete di corrispondenze. Questa natura pensata in base al principio della simpatia universale esalta la figura del mago, che di essa è ministrum, fedele servitore, sacerdote che amministra il suo tempio. In alcuni passi Pico indica nel mago l’amministratore dell’insieme del creato, in altri si spinge a definirlo artifex, prosecutore cioè della creazione divina. Riconoscere la gloria di Dio attraverso la scoperta dei secreta naturae è in ogni caso il fine della magia e il compito del mago. Ma se la magia è una scienza inventata dall’uomo per risalire induttivamente dagli effetti alle cause, è l’uomo stesso a godere di una posizione privilegiata perché nelle condizioni di realizzare le potenzialità proprie della sua dignitas.

Negli stessi testi in cui affronta la magia naturalis, Pico rimodula in chiave cristiana il concetto ebraico di qabbalah, configurando un paesaggio sapienziale destinato a godere di immensa fortuna nel Rinascimento. Il mirandolano vede nella cabala, sapere insieme pratico-operativo e speculativo, un unico sistema di dottrine, a cui tutte le tradizioni esoteriche rinviano. Riunisce così numerose fonti ebraiche, dai testi della Merkavah a quelli del chassidismo tedesco medievale, dallo Zohar alla qabbalah profetica a forte impianto operativo di Abraham Abulafia. A questi riferimenti Pico mescola fonti neoplatoniche, gnostiche e appartenenti a altre tradizioni filosofiche e religiose del mondo antico, già a loro volta confluite ampiamente nella qabbalah ebraica. Questo insieme viene rielaborato sincretisticamente e ripensato in chiave cristiana. Molte delle traduzioni che rendono accessibili manoscritti prima sconosciuti sono peraltro già interpretazioni, soprattutto quando sono condotte - caso frequente - da ebrei convertiti al cristianesimo. È il caso di Flavio Mitridate, al quale Pico stesso commissiona traduzioni in latino di opere cabbalistiche ebraiche, e che orienta una lettura in chiave cristiana dei testi.

La cabala, come la magia, è per Pico perfettamente compatibile con la fede cattolica e anzi utile a confermarla. Si tratta infatti di un sapere di origine divina, trasmesso per bocca di Dio a Mosè sul monte Sinai, un sapere orale che svela il senso nascosto della legge scritta celato sotto il significato letterale. È una sorta di “Torah orale”, a lungo trasmessa a voce, indispensabile per capire a fondo la Torah scritta e in questo modo decifrare gli arcani dell’Unico Vero - rimodulazione pichiana dell’En Sof dello Zohar - che nel momento stesso della rivelazione si cela. La cabala, in quanto vera legis interpretatio, ha dunque marcato valore ermeneutico; è scientia revelata, ma anche scoperta e acquisita dall’uomo a posteriori, risalendo come la magia dagli effetti alle cause.

Ci sono passi di Pico in cui cabala e magia si confondono. Secondo il più importante studioso vivente di qabbalah e mistica ebraica, Moshe Idel, i due concetti si sovrappongono tanto da diventare sinonimi. Qual è allora lo spazio per la magia naturalis nel cosmo neoplatonizzante configurato dalla cabala? Secondo Flavia Buzzetta c’è in Pico non un primato della magia o della cabala, ma la compresenza di due vie convergenti che conducono al creato e, attraverso questo, all’unico Dio creatore. Quello che è costante nella trattazione non sistematica di Pico è la caratterizzazione del tessuto della realtà come una gerarchia di piani in cui l’inferiore dipende causalmente dal superiore, un cosmo in cui la magia sia strumento per “maritare” la terra al cielo, ciò che è inferiore a ciò che è superiore appunto, mediando tra i differenti livelli gerarchici. La cabala, a tratti pensata come la parte superiore della magia naturalis, è il sapere dei saperi, il sapere cioè in grado di concatenare tutte le altre scienze e ricondurle in unità, quella medesima unità del sapere universale su cui si fonda la pax philosophica che Pico vagheggia.

La cabala cristiana è dunque scienza della parola, dei segreti e delle manifestazioni di Dio, della totalità del creato capace di cogliere la concatenazione occulta di tutti gli elementi di questo. Uno dei campi in cui la cabala si esercita è la revolutio alphabetaria, arte della combinazione delle lettere dell’alfabeto ebraico, alle quali una longeva e multiforme tradizione attribuiva valore cosmopoietico e performativo, la capacità cioè di precedere e strutturare la realtà. Conseguenza inevitabile e dalle importanti implicazioni di questa idea, secondo cui il mondo è un libro scritto con caratteri ebraici, è l’impulso allo studio e alla conoscenza della lingua ebraica, che porterà nel mondo cristiano allo sviluppo dell’ebraistica. L’altro grande settore in cui la cabala trova applicazione è definito da Pico triplex Merchiava (una distorsione di Merkavah, il carro divino dei mistici ebrei altomedievali), che segna la ripartizione del cosmo in tre ordini gerarchici interconnessi: i mondi angelico, celeste e terrestre.

Pico della Mirandola è autore di una lettura cristologica delle dieci Sefirot, intese sulla scorta dello Zohar come paradigma antropomorfico. Le Sefirot che nella tradizione qabbalistica ebraica plasmavano l’Adam Qadmon, il primo uomo, rispecchiano per Pico la natura del Cristo. È questa la parte forse più interessante della dottrina del filosofo emiliano, e non a caso è anche quella che le autorità ecclesiastiche coeve guardarono con maggiore sospetto. Più in generale, le Sefirot sono archetipi numerici e alfabetici che presiedono alla creazione e alla strutturazione del cosmo. Pico non manca di fornire una interpretazione in chiave trinitaria delle Sefirot superiori occulte Keter (corona, quindi potenza creatrice), Hokhmah (sapienza) e Binah (intelligenza). “Fecemi la divina potestate / la somma sapienza e il primo amore”: è la scritta che campeggia all’ingresso dell’inferno nella prima cantica della Divina commedia, e che indica le persone della trinità cristiana, rispettivamente Dio padre, il Figlio e lo Spirito santo. La sovrapposizione alle persone trinitarie delle prime tre Sefirot è suggestiva e tipica del lavoro di riflessione, da parte di Pico, a partire dalla qabbalah ebraica ma in una cornice saldamente cristiana.

La trattazione della cabala da parte di Pico della Mirandola comporta una chiara tendenza all’essoterismo, ad aprire cioè una conoscenza prima riservata a pochi sapienti isolati, o al massimo a piccoli gruppi, a circoli via via più ampi. Come ha notato Idel, questo processo, che si sviluppa a partire dal Cinquecento, influenza anche la vicenda della qabbalah ebraica. I testi di quest’ultima, inclusi quelli più diffusi come lo Zohar, godevano infatti nel Medioevo di una circolazione molto ridotta negli stessi ambienti ebraici. La grande diffusione, complice l’introduzione della stampa con caratteri mobili ma anche la mutata atmosfera in seno all’ebraismo mediterraneo, comincia alla fine del secolo XVI con i testi di Safed di Luria, Cordovero e Vital. Una diffusione che nell’arco di pochi decenni diventa capillare, influenza in profondità i riferimenti ideali dell’ebraismo del tempo ed è decisiva, secondo la lettura di Gershom Scholem, per le esplosioni sabbatiana prima e chassidica poi. Nel mondo ebraico dei primi ghetti moderni e del lungo trauma dell’espulsione dalla Spagna, del marranesimo e del consolidamento delle comunità nell’Europa orientale, l’assimilazione da parte delle masse di dottrine qabbalistiche contribuirà a rendere fertile il terreno per gli sconvolgimenti interni e le lacerazioni che verranno.

Giorgio Berruto

 

Flavia Buzzetta, Magia naturalis e scientia cabalae in Giovanni Pico della Mirandola, Olschki, Firenze 2019, pp.344, € 35

 

Ritratto di Pico della Mirandola

 

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