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Il rovescio delle medaglie:
i militari ebrei italiani dal Risorgimento alla Shoah

 

di Giorgio Berruto

 

Il re di Sardegna Carlo Alberto ha varcato da alcuni giorni il Ticino dichiarando guerra all’Austria quando, il 29 marzo 1948, estende agli ebrei piemontesi i diritti civili garantiti poche settimane prima alla minoranza valdese. Una coincidenza che sembra un segno del destino. Fin dal primo momento, infatti, è evidente la concomitanza tra la costruzione manu militari dello stato unitario e l’emancipazione giuridica degli ebrei, una sovrapposizione che ha indubbiamente influenzato sia la partecipazione cospicua di volontari ebrei alle guerre risorgimentali sia lo sviluppo rapido di una coscienza di appartenenza a quella patria che aveva aperto le porte dei ghetti. Numerosi sono gli ebrei italiani combattenti nelle guerre di indipendenza, i mazziniani e i garibaldini, coloro che imbracciano le armi in difesa della repubblica a Venezia e a Roma nel 1848 e aderiscono alla spedizione dei Mille dodici anni più tardi. Al contempo, il diritto e il dovere di indossare la divisa in difesa del proprio paese - prima il Piemonte sabaudo, poi lo stato unitario - è accolto spesso dagli ebrei con autentico entusiasmo.

L’importante convegno Il rovescio delle medaglie. I militari ebrei italiani 1848-1948, organizzato dall’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione insieme con la Comunità Ebraica di Roma, ha recentemente messo a tema la partecipazione degli ebrei nelle forze armate del nostro paese, con un focus particolare sulla Grande guerra e sul tradimento subìto nel 1938 con la legislazione razzista, prodromo alla deportazione di qualche anno successiva. Dei circa 5500 ebrei italiani che prendono parte alla Prima guerra mondiale - la metà come ufficiali, a motivo dell’alto grado di istruzione rispetto alla media del paese - 450 non tornano dal fronte. Giovanni Cecini, curatore del volume che ha raccolto gli atti del convegno, nello studio Ebrei non più italiani e fascisti. Decorati, discriminati, perseguitati si è soffermato su venticinque profili di alto livello di militari ebrei italiani negli anni dello stato liberale e del fascismo, tra cui i generali Umberto e Emanuele Pugliese, Guido e Giorgio Liuzzi, Ivo Levi, Guido Jung.

Gli anni immediatamente successivi alla Grande guerra vedono la partecipazione di decine di ebrei all’“impresa di Fiume”, mentre sono circa 230 gli ebrei tra i fascisti attivi al tempo della Marcia su Roma e non mancano alcuni casi di squadristi. Almeno 150, inoltre, gli ebrei che combattono durante la guerra d’Etiopia, due anni prima che le leggi razziste calino come una ghigliottina a dividere in due tronchi il corpo del paese, riservando ai non ebrei il carattere di italiani e perseguitando gli ebrei. Non pochi dei circa 2000 ebrei che dopo l’8 settembre 1943 partecipano in prima persona alla Resistenza nell’Italia settentrionale sono ex militari. Il ritardo con cui viene abrogata la legislazione antisemita dopo la caduta del fascismo il 25 luglio è un chiaro, ulteriore elemento che motiva la rottura della fiducia degli ebrei nei confronti della monarchia ed è segno delle difficoltà a voltare pagina dopo venti lunghi anni di regime liberticida. Nella coscienza degli ebrei la frattura del 1938 e delle sue conseguenze decreta un rovesciamento nella percezione di sé: non più italiani ebrei, bensì ebrei italiani, con conseguenze oggi tutt’altro che esaurite. Dopo gli anni della persecuzione e della Shoah la presenza ebraica nei corpi militari italiani declina rapidamente. Tra i motivi non solo il trauma delle leggi razziste e il regresso del nazionalismo e del militarismo nell’Europa del dopoguerra, ma anche la nascita dello stato di Israele, che dal 1948 catalizza l’interesse degli ebrei italiani desiderosi di combattere.

Giorgio Berruto

 

 

Soldati ebrei nella Grande Guerra

     

 

 

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