Libri

 

 

 

La moglie del rabbino

 

di Anna Segre

 

Chaim Grade (1910-1982), considerato tra i più importanti scrittori yiddish ma poco conosciuto in Italia, in questo romanzo breve del 1974 tradotto per la prima volta in italiano racconta una vicenda ambientata (come si può dedurre da pochi dettagli) nella Lituania negli anni tra le due guerre. Un mondo quasi esclusivamente ebraico, di artigiani, commercianti e studiosi, lacerato da aspre lotte tra sionisti e antisionisti, in cui la modernità si fa strada a piccoli passi.

In questo mondo vive la protagonista, Perele, “personaggio estremo ma allo stesso tempo plausibile, odioso ma che non si può evitare di ammirare”, come scrive la traduttrice Anna Linda Callow nella postfazione. “Figlia di un famoso rabbino, Perele ha introiettato i valori della società di talmudisti in cui vive, ma pur dotata di un’intelligenza acuta non può incarnarli personalmente esclusa com’è dagli studi riservati ai maschi, per cui deve trovare uno sposo degno del suo rango e vivere quei valori attraverso i successi del marito e dei figli.”

Non si può certo biasimare la traduttrice, che non aveva altra scelta, ma “moglie del rabbino” non rende la vasta gamma di significati connessi con il termine rebbetsin del titolo originale. Nell’ebraismo ortodosso, dove (almeno per ora e con qualche eccezione) i rabbini sono solo uomini, le figure femminili al loro fianco hanno un ruolo essenziale: donne che dialogano con le donne e che in qualche modo hanno la possibilità di farsi portatrici delle loro istanze; ancora oggi nelle nostre Comunità, in un contesto in cui l’emancipazione femminile dovrebbe essere una cosa scontata (ma in realtà lo è solo in parte), le mogli dei rabbini sono figure significative, con un ruolo magari non ufficiale ma spesso indispensabile. Anche a Torino abbiamo avuto e abbiamo modo di apprezzarle: da Ornella e Anna, insegnanti alla scuola ebraica, a Renana, Alessandra, Elisabetta, animatrici del bet midrash delle donne (nato a Torino anche per l’impulso di Shulamit, “rebbetsin” di Firenze).

Perele, però, purtroppo non somiglia a nessuna di loro: non è empatica con le altre donne, le frequenta solo nella misura in cui le sembra necessario per l’etichetta, e in fin dei conti non pare neppure essere davvero interessata allo studio della Torà e del Talmud, se non come strumento di prestigio per il marito e i figli. È per puro orgoglio che si rammarica del fatto che il fidanzato che molti anni prima l’aveva lasciata sia considerato uno studioso molto più importante di suo marito. Ma Perele non è neppure una Lady Macbeth, e, per quanto sia calcolatrice e manipolatrice, non è chiaro quanto sia realmente responsabile della catena di eventi che si innesca a partire dalla sua decisione di trasferirsi nella città dove vive l’ex fidanzato e che porta i due rabbini (l’ex fidanzato e il marito) uno contro l’altro. A un certo punto sembra che la contesa vada avanti da sé, innestata nelle aspre lotte tra sionisti e antisionisti e alimentata dai rispettivi seguaci indipendentemente dalla volontà dei maestri. Anche in questa situazione conflittuale tra due rabbini che non hanno animosità personali ma sono incastrati in un meccanismo creato non da loro e da cui non riescono a uscire, la Lituania degli anni ’20 o ’30 del ‘900 e la Torino dell’inizio del secolo successivo appaiono meno distanti di quanto possa sembrare.

Naturalmente, poi, c’è tutto il resto: un mondo scandito dal ritmo delle stagioni e delle festività, che suscita nostalgia non perché fosse idilliaco ma perché sappiamo che è scomparso nel modo più tragico; le sfumature del carattere della protagonista e il suo rapporto con il marito e i figli; le complesse dinamiche di una comunità ebraica con i suoi sottili e complessi giochi di potere; e mi fermo prima di cadere nella tentazione di ricominciare con la ricerca delle somiglianze.

Anna Segre

 

Chaim Grade, La moglie del rabbino, traduzione dallo yiddish e postfazione di Anna Linda Callow, Giuntina 2019, € 18

 

 

Share |