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Elezioni di novembre

 

Questo numero è dedicato in buona parte al ricordo di persone molto care che ci hanno lasciato quest’estate (Tullio Levi, tra i fondatori e i più assidui collaboratori del nostro giornale, e Massimo Montagnana, figlio del nostro redattore Manfredo), a cui si è aggiunto più recentemente Amos Luzzatto, ex presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. È stato davvero molto difficile per noi trovare la serenità per parlare d’altro. In parte ci siamo riusciti grazie al prezioso contributo dei nostri collaboratori, Israel De Benedetti, Gilberto Bosco e Davide Silvera, che ci hanno offerto con le loro testimonianze un quadro della realtà israeliana colpita in pieno dalla seconda ondata della pandemia e agitata da forti tensioni. Al contempo, però, pur con tutti i limiti evidenziati dalle analisi di Israel De Benedetti e Giorgio Gomel, non possiamo fare a meno di guardare con ottimismo agli accordi di pace siglati da Israele con gli Emirati Arabi Uniti e con il Bahrein. Al di là del significato politico di questi accordi non possiamo tralasciarne l’aspetto simbolico: una finestra aperta sulla speranza di vedere Israele in pace con i suoi vicini e inserito a pieno titolo nel contesto mediorientale. Intanto si è aperta per gli israeliani la possibilità concreta di viaggiare in quei paesi, e quindi per alcuni di ritrovare le proprie radici e riallacciare i contatti con i luoghi di provenienza delle loro famiglie e magari potersi recare materialmente sulle tombe dei loro nonni e bisnonni (una cosa che per noi ebrei piemontesi è così facile e scontata che forse fatichiamo ad apprezzarne il valore). Una preziosa testimonianza su questo ci è offerta da Ruth Mussi, ebrea araba israeliana e torinese.

Invece non siamo stati capaci di parlare adeguatamente delle elezioni che incombono su di noi. Entrambe a novembre, entrambe forse molto significative per il nostro futuro, entrambe per certi versi preoccupanti, ma sul cui esito la nostra capacità di incidere è purtroppo assai scarsa. Negli Stati Uniti vediamo il presidente uscente Donald Trump assumere atteggiamenti sempre più preoccupanti nella sua sottovalutazione del Covid (persino dopo esserne stato colpito) ma soprattutto nella sua mancata condanna di gruppi razzisti, antisemiti e di estrema destra, anche violenti e in alcune sue esternazioni che sembrano volte a delegittimare preventivamente il risultato delle elezioni nel caso dovesse uscirne sconfitto.

Per quanto riguarda l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ormai sappiamo bene che il voto di novembre riguarderà solo Roma, Milano e le (poche) Comunità medie che hanno scelto di eleggere i propri rappresentanti nel Consiglio, e che soltanto a Roma e Milano ci saranno vere e proprie liste, campagna elettorale, confronto di idee, ecc. Nelle Comunità medie e piccole come la nostra le vicende dell’Ucei arrivano dunque attutite, ma qualora si dovesse delineare un brusco cambio di rotta le conseguenze potrebbero essere significative anche per noi. Esiste infatti una corrente di pensiero tutt’altro che minoritaria che mira a delegittimare la nostra stessa esistenza: l’ebraismo italiano è composto solo da Roma e Milano, per le altre Comunità non si può parlare di una vita ebraica vera e propria - è stato non solo mormorato a mo’ di pettegolezzo ma dichiarato anche in contesti ufficiali (paradossalmente persino a Torino!) - di conseguenza tutti i soldi che non vanno a Roma e Milano servono solo per conservare musei. Inutile dire quanto queste affermazioni siano prive di fondamento, e a maggior ragione per Comunità come la nostra che hanno una scuola ebraica, una casa di riposo, una ricca vita culturale, ecc. Cosa ne sarebbe di noi se coloro che credono a queste vere e proprie bufale e le diffondono avessero la maggioranza nel prossimo Consiglio dell’Unione? Certamente tra le prime vittime ci sarebbe l’attuale sistema di informazione dell’Ucei, il portale Moked e il giornale Pagine ebraiche, che, nonostante vincoli e difficoltà che purtroppo sono cresciuti negli ultimi anni, offrono un’informazione capillare che raggiunge tutti gli ebrei italiani (e anche i non ebrei interessati a conoscere la nostra realtà) e offrono un’occasione di dibattito e confronto tra diverse idee e visioni della realtà. Sarebbe triste se nei prossimi quattro anni l’informazione ebraica dovesse uniformarsi al pensiero unico di una maggioranza che forse non è neppure così ampia come si crede.

Infine c’è il problema non indifferente dell’inclusione. L’ebraismo italiano è per tradizione unitario e ortodosso ma è un dato di fatto che negli ultimi anni sono nate nel nostro paese nuove realtà (ne abbiamo dato conto su queste pagine). Al di là di quello che personalmente possiamo pensare, non possiamo né farle sparire con la bacchetta magica né fingere che non esistano: sono gruppi di persone che si considerano ebree, e spesso lo sono anche secondo l’halakhà, che chiedono una qualche forma di riconoscimento e rappresentanza, necessitano come tutti di protezione da eventuali attacchi antisemiti, vorrebbero avere la possibilità di stare a casa da scuola o dal lavoro di sabato e nelle feste, ecc. Non sappiamo quale sia la strada giusta ma certamente ignorare il problema, fingere che non esista o, peggio ancora, rifiutarsi di accettare persino che se ne parli non sarebbe una soluzione adeguata. E dunque chiudiamo questo numero prima di entrambe le elezioni di novembre incerti tra una buona dose di preoccupazione e una piccola dose di speranza.

HK

   Vignetta di Davì

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