Israele

 

 

Ambiguità costruttiva
L’accordo fra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein

di Giorgio Gomel

 

L'accordo stipulato fra Israele, gli Emirati e il Bahrein per giungere a normali rapporti diplomatici suggella un processo da tempo in divenire tra questi in materia di relazioni economico-finanziarie, in campo tecnologico e di intelligence, sotto la spinta anche del comune antagonismo verso l’Iran e le sue ambizioni espansioniste nel Golfo e altrove nel Medio Oriente. Il riconoscimento della legittima esistenza di Israele e l’instaurarsi di piene relazioni, anni dopo i trattati di pace conclusi con l ‘Egitto e la Giordania, sono atti importanti, specie se saranno imitati da altri paesi quali l’Oman e l’Arabia saudita, nella direzione della fine del boicottaggio arabo e dell’ integrazione di Israele in quella regione del mondo a cui essa appartiene in pieno diritto.

Il successo che il premier Netanyahu declama circa l’accordo “storico di pace” con eccessi di trionfalismo - non vi era stato di guerra fra Israele e i paesi arabi del Golfo e i parallelismi quindi con i trattati di pace con l’Egitto del 1979 e con la Giordania del 1994 sono in punto di logica fuorvianti - gli consente peraltro qualche vantaggio in un frangente di acute difficoltà interne, con le massicce proteste in atto contro di lui e le degenerazioni del sistema politico del paese, nonché l’avvio in dicembre del processo per corruzione e abuso di fiducia.

Anche Trump potrà vantare un successo in politica estera nella campagna elettorale in corso sebbene il “deal of the century” promosso dalla sua Amministrazione, teso ad isolare i palestinesi e a giungere ad accordi fra Israele e gli stati arabi sui quali i palestinesi stessi non possano esercitare alcun diritto di veto, incontri difficoltà: sia presso l’Autorità palestinese che ne ha rigettato i contenuti, mancando peraltro di avanzare una controproposta per la ripresa di negoziati con Israele interrotti ormai da sei anni, sia In Israele, dove il movimento dei coloni e la destra nazional-religiosa si oppongono alla nascita di uno stato palestinese, ancorché limitato e frammentato.

Il contesto è difficile per i palestinesi, deboli, divisi fra Cisgiordania e Gaza, fra Fatah e Hamas, ostracizzati da una parte rilevante dello stesso mondo arabo. L’atteggiamento degli Emirati e del Bahrein conferma che alcuni stati arabi sono disposti ad instaurare normali e formali rapporti con Israele senza alcun progresso nei negoziati verso una pace fondata sulla soluzione a due stati.

Una reazione strategicamente più utile da parte dell’Autorità di Ramallah sarebbe quella non di rigettare tout court il piano Trump ma di proporre una ripresa dei negoziati basati su principi ad esso alternativi: per esempio, l’annessione ad Israele dei soli insediamenti prossimi alla Linea verde, con uno scambio paritario di territori; la valle del Giordano parte del futuro stato di Palestina; Gerusalemme est piena capitale di quello stato, e non soltanto quelle aree al di là della barriera di separazione che il piano Trump prefigura come capitale del futuro stato. Inoltre, essa potrebbe esigere che future iniziative diplomatiche di paesi arabi verso Israele siano subordinate a progressi verso la nascita di uno stato palestinese nonché premere per il riconoscimento dello stato da parte di più paesi del mondo.

 Il testo dell’accordo non menziona l’Iniziativa di pace della Lega araba, né la soluzione a due stati, né le risoluzioni delle Nazioni Unite circa il conflitto. L’accordo in realtà contrasta con la stessa Iniziativa, avviata dall’Arabia saudita e ratificata dalla Lega araba quasi venti anni fa, in virtù della quale normali relazioni di pace fra gli stati arabi e Israele sarebbero stati possibili soltanto dopo un accordo fra Israele e i palestinesi sulla base dei confini di Israele pre-1967, di Gerusalemme riconosciuta come capitale dei due stati, di una soluzione concordata circa la questione dei rifugiati, ecc. In questi ultimi giorni la stessa Arabia saudita ha ribadito peraltro la sua fedeltà a quel piano ed alle sue condizioni.

Eppure è con i palestinesi, vicini prossimi, che occorre giungere ad un accordo di pace. Normali rapporti con il mondo arabo non possono sostituire la necessità urgente di una composizione del conflitto basata sulla coesistenza di due stati indipendenti o alternativamente nella forma di uno stato unico, binazionale , con pieni ed eguali diritti civili per i palestinesi ed un assetto politico-istituzionale di tipo confederale.

Come ha osservato ironicamente Noa Landau, una brillante giornalista israeliana, Israele non si è ancora trasferita nella regione del Golfo persico.

Restano una forte ambiguità nel testo dell’accordo e incertezza circa il futuro esito dello stesso per quanto attiene ai piani di annessione di parti della Cisgiordania avanzati nei mesi scorsi da Netanyahu. L’accordo implica di fatto uno scambio fra il processo di normalizzazione dei rapporti e la rinuncia da parte di Israele a tali piani: il comunicato ufficiale recita che tali piani sono sospesi temporaneamente; Netanyahu, accusato dai coloni e dai partiti di destra di tradimento, afferma che essi sono ancora “sul tavolo”, mentre Trump e i suoi consiglieri proclamano il contrario. Gli stessi Ministri degli Esteri e della Difesa di Israele, esponenti del partito Blu e bianco, avversano un’annessione unilaterale e appena il 4% degli israeliani intervistati la ritiene una priorità al momento.

Un’annessione unilaterale ancorché limitata rispetto ai propositi del piano Trump, che propugna di incorporare ad Israele il 30% della Cisgiordania, renderebbe nulli gli accordi di Oslo del 1993, in particolare i principi che definiscono il quadro dei negoziati fra le parti per un accordo sullo status definitivo (Gerusalemme, confini, insediamenti, rifugiati, sicurezza). D’altra parte un’annessione formale non produrrebbe per Israele alcun guadagno rispetto alla situazione di fatto; anzi comporterebbe costi significativi in termini di sicurezza e risorse del bilancio pubblico.

 L’opposizione esplicita di una parte del mondo ebraico nella diaspora, soprattutto progressista, promotore di un appello mondiale di organizzazioni ebraiche sotto l’egida di J-Link (www.jlinknetwork.org), ha concorso in qualche misura alla rinuncia ai piani di annessione (v. miei articoli su HK di maggio e luglio 2020).

Compiacersi della sospensione di un’annessione de iure non può peraltro ignorare il fatto che l’occupazione e l’ annessione de facto di territori densamente abitati da palestinesi continuino ininterrotte sotto la spinta del movimento dei coloni e della destra nazional-religiosa che ne è la controparte politica: è appena di questi giorni il progetto di nuove strade e infrastrutture dirette a collegare Gerusalemme con insediamenti israeliani anche al di là della barriera di separazione incorporando in tal modo sotto il controllo di Israele altre parti della Cisgiordania.

 

Giorgio Gomel

Vignetta di Davì

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