Ricordi

Massimo Montagnana

 

 

Ius cordis

di Andrea De Benedetti

 

È difficile scrivere di un amico che non c’è più. È difficile soprattutto non sovrapporre il filtro dell’affetto e del dolore privato a un’immagine se non imparziale, quantomeno rappresentativa di ciò che quella persona ha significato per tutti. Nel caso di Massimo, che ci ha lasciati lo scorso mese di luglio a seguito di una terribile malattia, l’impresa è in parte agevolata dal fatto che tutti quelli che lo hanno conosciuto possono dire di aver frequentato la stessa persona: vitale, allegra, generosa, divertente, affettuosa, appassionata, coraggiosa, leale. Poiché ci troviamo sulle colonne di Ha Keillah, è però giusto spendere qualche parola in più a proposito di un altro tratto flagrante e ineludibile della sua personalità, ovvero la profonda adesione di Massimo all’identità ebraica. A qualcuno potrà sembrare singolare, forse persino arrogante, che un non ebreo (o quasi ebreo) come il sottoscritto si metta a disquisire dell’ebraicità di un altro non o quasi ebreo come Massimo. Ritengo tuttavia doveroso, nell’onorare la sua memoria, ricordare quanto forte e imperioso fosse in lui il richiamo delle radici e quanto entusiasta e disinteressato fosse il suo modo di aderirvi. Senza essere mai stato iscritto ad alcuna comunità, senza aver frequentato la scuola ebraica né l’Hashomer Hatzair, senza soprattutto aver potuto completare il percorso di conversione come avrebbe desiderato, Massimo ha fatto tantissimo per l’ebraismo italiano, e lo ha fatto nel modo in cui faceva tutte le cose: organizzando, tessendo reti, dando una mano dove necessario, risolvendo problemi, seminando concordia, sorridendo e divertendo, facendo squadra e comunità.

Al contrario di Groucho Marx che - come recitava una sua celebre battuta - non avrebbe voluto mai fare parte di un club che lo ammettesse tra i suoi membri, Massimo avrebbe dato qualunque cosa per far parte di una comunità che non lo poteva accettare ufficialmente, e stante l’irrealizzabilità di tale obiettivo, si comportava comunque come se di quella comunità fosse un membro a pieno titolo. Nulla lo rendeva più orgoglioso del fatto che i suoi meravigliosi figli Matteo e Micol frequentassero la scuola ebraica di Milano e l’Hashomer, che santificassero le festività ebraiche, che cercassero di osservare un po’ di kasherut (lui su questo faceva un po’ di fatica, e non lo dissimulava), che amassero Israele quanto lo amava lui, che insieme all’adorata moglie Karen fossero insomma - passatemi l’espressione - ebrei «al posto suo». Se la legge ebraica sottostà, di fatto, alla logica dello “ius sanguinis”, del diritto del sangue, rispetto al problema dell’identità Massimo applicava nei fatti una sorta di “ius cordis”, di diritto del cuore, sostenendo la Fondazione della Scuola Ebraica, organizzando e promuovendo decine di iniziative, infiammandosi in difesa di Israele e facendo da cicerone e tour-operator per gli amici goym che non c’erano mai stati. Perché se sull’«essere» o «diventare ebrei» bisogna per forza rimettersi al giudizio di un rabbino, il «sentirsi ebrei» è una faccenda su cui nessuno, a parte l’interessato, ha il diritto di pronunciarsi. Il fatto che Ha Keillah abbia voluto ricordare Massimo, in questo senso, è forse il modo migliore per riconoscere la legittimità di questo principio.

Andrea De Benedetti

 

Massimo Montagnana al Bar Mitzvà di suo figlio Matteo

 

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