Storie di ebrei torinesi

 

 

Claudia Abbina

 

 

Quando intervisto qualcuno amo farlo nella sua casa, per osservare la persona nell’ambiente in cui vive e aver modo di capire tante cose che non passano attraverso la liturgia delle domande e delle risposte e che appartengono solo all’intervistato e ne permettono una visione e una interpretazione autentica. L’emergenza sanitaria ha reso più difficoltosi gli spostamenti e ha anche modificato la relazione tra le persone: se fino all’anno scorso mi sarebbe sembrato impossibile fare un’intervista telefonica ora sembra la soluzione più semplice e sicura. Allora bisogna che la mente colleghi l’immagine pensata alla voce, il ricordo della persona alle parole che arrivano attraverso il telefono e che ci si sforzi di interpretare le emozioni non attraverso le espressioni del viso ma grazie all’inflessione della voce. È vero che c’è anche la possibilità di fare videochiamate, ma in certi momenti possono essere invasive e non gradite.

La personalità di Claudia Abbina mi ha aiutato molto in questo esercizio di interpretazione solo attraverso il suono della voce: l’accento romano è la prima cosa che colpisce in questa “ebrea torinese” e il ricordo della sua capigliatura e del suo sorriso mi inducono immediatamente ad interrogarla sulla sua “romanità”.

La tua famiglia è romana da sempre?

I miei nonni paterni erano Abbina e Efrati.

Gli Abbina arrivano dalla Spagna e il cognome dovrebbe essere legato all’ebraico “Binà”, che in italiano significa “comprensione” (uno dei tre poteri intellettuali primari). Pare fossero di scola Catalana. Gli Efrati invece sono proprio “romani de Roma”, sono infatti arrivati con Tito.

Da parte materna invece i miei nonni sono Di Castro e Sabbadini, anche loro romani.

Hai racconti del periodo antecedente il 1870, quando il ghetto di Roma faceva parte dello Stato della Chiesa?

Purtroppo, non ho conosciuto i miei bisnonni per cui non ho racconti di questo tipo, però grazie alle ricerche di Lionella Viterbo e alle carte da lei conservate, abbiamo avuto le cronache del “Diario del viaggio di AmaDio Abbina e Sabato Ambron in Terrasanta fatto nel 1746” che i miei genitori hanno fatto pubblicare in occasione del bat mitzvà della figlia di mia sorella, Yael Ascoli.

Un altro documento interessante è un video del nonno paterno che, alla fine della guerra, nascosto dietro a una finestra, ha ripreso con una cinepresa l’arrivo degli americani a Roma e la ritirata dei tedeschi.

Quanti anni fa sei arrivata a Torino e come è stato il tuo inserimento?

Mi sono sposata nel 1996 e ho affrontato fiduciosa il cambiamento di città e di ambiente, senza troppe riflessioni sul passo che stavo per fare, con una gran voglia di vivere: andavo spesso a Roma dove ritrovavo famiglia ed amici. Avendo una laurea in giurisprudenza ho fatto praticantato da avvocato e ho stretto nuove relazioni, persone con cui studiavo e condividevo momenti conviviali. La solitudine è arrivata quando aspettavo la mia prima figlia. La gravidanza era difficile e ho dovuto passare mesi a letto: quelli che credevo amici sono tutti scomparsi, tranne una, e per me è stata una profonda delusione. Per fortuna gli amici di vecchia data mi venivano a trovare, anche da Roma, e ho superato quel periodo. Dopo la nascita di Chiara uscivo con la carrozzina convinta che, come a Roma, avrei incontrato tante mamme come me con cui parlare e scambiare esperienze, invece, con mio grande stupore, non incontravo nessuno, non si vedevano carrozzine in giro!

Dopo la nascita delle bimbe e il loro inserimento a scuola è stato molto più facile stringere nuove amicizie e inserirmi nella realtà torinese anche se continuavo a tenere forti legami con Roma.

Poi è iniziata l’avventura comunitaria, che è durata dieci anni.

Personalmente ho seguito poco quel periodo, perché ancora non facevo parte a tutti gli effetti del Gruppo di studi, lavoravo ancora e venivamo poco a Torino. Come è nata ComunitAttiva?

Eravamo un gruppo di trentenni molto entusiasti: inizialmente ci si incontrava nelle case di uno o dell’altro e ci si confrontava su quale visione avevamo di Comunità, su quali fossero le nostre aspettative e i nostri desideri. Molte delle persone che frequentavano questi incontri per me erano ancora sconosciute e fu una occasione per allacciare nuove relazioni.

In questo senso fu molto importante per me la vicinanza di Tullio Levi, zio di mio marito: è stato affettuoso con me dall’inizio, mi ha fatto sentire parte della famiglia e mi ha aiutato a inserirmi in questo gruppo: grazie anche all’incoraggiamento di Tullio e alla fiducia che mi dimostrava, nel 2001 ho deciso di candidarmi alle elezioni comunitarie e sono entrata in Consiglio, presieduto allora da Maurizio Piperno Beer. Nel 2005 è diventato presidente Tullio: ho imparato tantissimo con lui, era una scheggia tra pensiero e azione, era un entusiasta, si buttava nelle cose come un bambino. La mia indole sarebbe più cauta, da lui ho imparato a essere più veloce nell’azione. Grazie a lui ho imparato a leggere i bilanci, a fare progetti: ho imparato un metodo di lavoro.

Quali deleghe avevi in consiglio?

Mi occupavo dei giovani, perché io stessa ero giovane, e mi piaceva molto; per un periodo ebbi la delega alla scuola, poi ho deciso di rinunciare perché non volevo confondere il mio ruolo di genitore di allieve con quello di consigliere. Mi è dispiaciuto lasciare, perché mi interessava veramente molto e si era creato un bel clima costruttivo e di collaborazione con gli insegnanti. Abbiamo incrementato l’insegnamento dell’ebraico, abbiamo cercato di fare progetti che potessero offrire sempre di più ai bambini, nonostante le difficoltà e i vincoli di bilancio. Anche su questo Tullio era entusiasta e infaticabile, il confronto era sempre positivo con l’intento di costruire e fare crescere.

Ho quindi cominciato ad occuparmi del Centro sociale, una nuova esperienza estremamente positiva grazie anche alla collaborazione di molte persone, in particolare di Elsa Segre, che mi ha aiutato con entusiasmo e affetto. Volevamo che ci fosse sempre qualcosa di buono e allettante in occasione del kiddush, organizzavamo molte attività per bambini e famiglie, per invogliare i piccoli a venire al tempio, coinvolgerli. Preparavamo i pasti per i bimbi per Kippur, per aiutare le mamme e non costringerle a tornare a casa a cucinare durante il digiuno.

Infine, seguivo il Notiziario e ho creato il primo sito comunitario con l’aiuto di Daniela Fubini.

Nell’intercalare di Claudia ricorre spesso la parola “coccole”, perché questo era il senso del suo impegno: creare un clima confortevole per chi accedeva ai servizi della comunità.

Quanti anni è durato il tuo lavoro nel Consiglio?

Dal 2001 al 2011. A un certo punto non mi sono più candidata perché ero molto stanca: il clima si era fatto pesante e io non riuscivo più a ritrovarmi in quelle atmosfere. La pratica amministrativa è diventata molto impegnativa perché ci sono vincoli e normative sempre più stringenti: per questo è necessario che nel Consiglio il dibattito sia sempre costruttivo e rivolto al bene della Comunità. Collaborazione e rispetto di tutti. Quando invece i rapporti diventano gravidi di reciproche accuse, si minacciano denunce e si mettono in atto, cadono questi presupposti e tutto diventa molto difficile.

Come scrivevo all’inizio, non posso vedere Claudia, ma sento l’incrinatura nella voce, l’emozione di momenti difficili che ritorna nel ricordo. Le chiedo di spiegarmi meglio i valori che animarono quel periodo.

Eravamo giovani e ci incontravamo per confrontarci su come volevamo che fosse la Comunità: una casa accogliente dove ritrovarsi e stare bene insieme, nel rispetto di tutti, osservanti e non osservanti. Il nostro obiettivo era organizzare attività di ogni genere anche per i bambini, creare un luogo ospitale e aperto: eventi culturali da accostare a quelli legati alle feste ebraiche, momenti di festa e di condivisione. Volevamo una comunità per tutti gli ebrei.

Quanti eravate in ComunitAttiva?

Tra i 20 e i 30 a seconda delle volte.

A un certo punto il gruppo è sparito, cosa è successo?

Questo gruppo è stato vissuto male da gran parte della comunità. Per me è qualcosa di inspiegabile: eravamo un gruppo di giovani mediamente trentenni o poco più, disponibili a mettersi in gioco, a lavorare per la Comunità, a entrare nel consiglio. Proponevamo un’idea di Comunità diversa, più inclusiva. La cosa più stupefacente fu che anche il Gruppo di Studi Ebraici vedeva male ComunitAttiva: molti non capivano il significato di questa nuova presenza, si chiedevano perché, se i giovani volevano impegnarsi attivamente, non entrassero nel Gruppo di Studi: ma molti di loro erano lontani dal GSE per provenienza, mentre altri erano figli o nipoti dei fondatori, avevano bisogno di creare qualcosa di nuovo e diverso. ComunitAttiva era per certi versi più trasversale del GSE, unita da un’idea inclusiva di Comunità. Tullio cercava di mediare perché aveva capito l’importanza di queste nuove energie e anche il bisogno di essere qualcosa di diverso dal GSE, ma non per questo “qualcosa contro”, lui non ha mai pensato di lasciare il Gruppo di Studi.

Per me è stata un’esperienza amara: il giornale Ha Keillah rappresentava il faro della mia giovinezza, il mito fondativo. Avevo diretto Ha Tikwa (giornale della Federazione Giovanile Ebraica) per parecchi anni, ispirandomi proprio alle idee promosse dal Gruppo di Studi, uniche nel panorama italiano.

Questo atteggiamento ostile ha creato una vera e propria frattura: volevamo essere una realtà indipendente, ma nel rispetto reciproco. Invece tutto era faticoso, ogni proposta veniva contestata. Quando abbiamo lasciato, anche perché avevamo perso le elezioni, tutto è stato buttato via, cancellato. È stata una delusione grande, che ha creato un profondo senso di isolamento.

Come vedi il futuro della Comunità?

La domanda è difficile, la Comunità purtroppo è sempre meno numerosa e soprattutto ci sono pochi giovani. Ci sono però delle realtà che continuano ad essere trainanti, come il Gruppo di Studi, e che garantiscono attività e fermento culturale. Il GSE deve continuare ad esistere ma, senza creare fratture generazionali, dovrebbe considerare che ogni generazione ha le sue esperienze. I figli fanno qualcosa di diverso dai genitori: bisogna avere il coraggio di aprirsi a nuove idee, non si tratta di fare passi indietro, bisogna e si può lavorare insieme. D’altronde oggi la vita di chi è in età lavorativa è molto difficile e chi si occupa di Comunità è sempre più avanti nell’età. 

Inoltre, credo che un problema che vada affrontato sia proprio come conciliare volontariato e lavoro retribuito. In ambito comunitario si tende a pensare che tutti debbano sempre prestare la loro opera gratuitamente, ma non può funzionare sempre così. A volte servono competenze e le competenze si pagano. Per il bene delle Comunità è giusto e fondamentale che ci sia il volontariato ma non si può pretendere che ogni prestazione sia sempre di volontariato.

Infine, riguardo alla mia visione di Comunità, l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare cose insieme per stare bene insieme: se si riesce in questo tutto il resto arriva (andare al tempio ed avere il piacere di incontrarsi, partecipare ad attività ludiche e culturali perché ci si vede piacevolmente e si condividono esperienze, e così via).

Cosa hai fatto quando è cessato l’impegno comunitario?

Ho ricominciato a lavorare, come avvocato prima, poi come segretario generale della Fondazione Museo della Ceramica “Vecchia Mondovì”, creata da Marco Levi, la cui eredità permise nel 2010 di dare vita al Museo: sono stati quasi dieci anni di un’esperienza unica con Guido Neppi Modona, che ne era il presidente. È stato bellissimo assistere alla realizzazione di un sogno: ho lavorato con gli architetti, ho fatto progetti per avere finanziamenti, ho gestito bilanci. Sempre sostenuta da Tullio.

La mia vita torinese ha richiesto che mi reinventassi più volte, e non era nei miei progetti! Pratica legale, avvocato, comunità, Fondazione. La mia ultima esperienza lavorativa è stata di nuovo con Tullio: con sua figlia Marta e sua nuora Susanna abbiamo ristrutturato alcuni appartamenti in via Camerana e ne abbiamo ricavato degli alloggi da utilizzare come appartamenti per vacanze. Il mio ruolo è consistito, nella fase iniziale, nel predisporre uno studio di fattibilità economica, mentre ora mi occupo della gestione completa dell’attività insieme alla nuora di Tullio. 

Tullio è stato nuovamente il motore di questa iniziativa: una guida sicura che capiva e incoraggiava. Quando manifestavo ansia e nervosismo bastava un suo gesto, uno sguardo, per tranquillizzarmi.

Il ricordo di Tullio prende il sopravvento su tutta la narrazione: la voce tradisce una forte emozione, so per certo che le lacrime affiorano e lascio che Claudia si abbandoni all’immagine che le resta di lui, senza più interromperla con fastidiose domande.

Tullio era un uomo di cultura, generoso, simpatico, intelligente: leggeva molto, ricordava, sapeva tanto su argomenti diversi. Ma era anche un imprenditore con grandi competenze. Aveva la capacità di valorizzare le persone, dava fiducia e incoraggiava ad avere fiducia in sé stessi: questo induceva a dare il meglio per non deluderlo. Era presidente della Comunità durante la crisi economica del 2008 e ne ha salvato i bilanci senza che si perdesse un centesimo.

È stato una presenza costante nella vita famigliare, aveva sempre un pensiero per le mie figlie in occasione delle feste: a tutti noi ha insegnato tanto.

Sapeva riconoscere i suoi errori, era aperto e disponibile all’ascolto. Non portava rancore e dimenticava i torti subiti. Anche negli ultimi giorni era sereno.

Ho avuto la fortuna di incrociarlo, condividere con lui tante esperienze, è stato un dono.

 

Intervista di Bruna Laudi

 

Claudia Abbina

 

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