OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-230 CHESHVAN 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Non ci dobbiamo preoccupare
Anna Segre

13 ottobre

 

Assaltano le sedi della CGIL ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Inneggiano al fascismo orgogliosamente e senza timore, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Un consigliere circoscrizionale neoeletto nella nostra città ringrazia i camerati ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Le teorie complottiste che in un modo o nell’altro vedono coinvolti gli ebrei proliferano, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Il candidato di centrodestra alla carica di sindaco di Roma ha scritto che si parla molto di Shoah perché gli ebrei possiedono le banche e controllano la politica mondiale, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Una parte dell’ebraismo italiano sembra voler chiudere un occhio di fronte a tutto questo in cambio di un’ostentata amicizia verso Israele, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Nonostante le contiguità del partito con ambienti neofascisti messe in luce da inchieste giornalistiche e giudiziarie e la scelta evidente di dare spazio alla destra estrema e ai nostalgici nelle candidature per le elezioni comunali, un ex presidente della Comunità ebraica di Roma intervistato da un quotidiano esprime parole di apprezzamento per “il passo avanti compiuto da Fratelli d’Italia”, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

È difficile prevedere quale orientamento prevarrà nel Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che sarà eletto tra pochi giorni e dunque non possiamo sapere quale sarà la voce dell’ebraismo italiano verso l’esterno nei prossimi quattro anni, ma ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Anche all’interno del mondo ebraico italiano non sono mancati, ancora di recente, episodi di intolleranza e incapacità di accettare le opinioni altrui. Non siamo in grado di prevedere se il prossimo Consiglio dell’Ucei si darà da fare per favorire il libero confronto delle idee oppure lo ostacolerà. Tuttavia ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

Negli ultimi anni è capitato sempre più spesso di sentir dire da qualcuno che l’ebraismo italiano fuori da Milano e Roma non merita di essere sostenuto perché comunque non ha futuro. Dalla nostra posizione minoritaria e periferica non siamo in grado di prevedere quale peso avranno queste voci nel prossimo Consiglio dell’Unione. Tuttavia ci dicono che non ci dobbiamo preoccupare.

E allora di che cosa ci dobbiamo preoccupare?

 


Non ci dovevamo preoccupare?

Riflessioni a caldo, 18 ottobre, sera

 

Quanto erano giustificate le preoccupazioni espresse nel mio editoriale di pochi giorni fa? Per quanto riguarda i ballottaggi nelle città di Torino e Roma possiamo forse tirare un parziale sospiro di sollievo. Molto parziale perché già il fatto che una persona i cui scritti denotano un sostanziale antisemitismo sia potuta arrivare al ballottaggio nella città che ospita la più grande comunità ebraica d’Italia senza che nessuno (forse neppure gli ebrei, ma di questo parleremo più avanti) ci trovasse da ridire più di tanto è già di per sé decisamente inquietante. Così com’è inquietante che persino a Torino, città considerata antifascista persino ai tempi del fascismo, un neoeletto consigliere circoscrizionale non si faccia problemi a ringraziare pubblicamente i camerati. E non ci possiamo nascondere che gli esiti di queste elezioni amministrative sono legati a un’astensione record che lascia aperte troppe incognite in vista delle prossime elezioni politiche. Diciamo dunque che ci dobbiamo preoccupare un po’ meno di quanto si potesse temere una settimana fa ma sempre troppo per i nostri gusti.

E l’Italia ebraica che è andata al voto nello stesso giorno dei ballottaggi? Mentre andiamo in stampa non siamo ancora in grado di prevedere quali saranno i futuri assetti dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, né se la Presidente uscente Noemi Di Segni sarà riconfermata o meno. E non siamo neppure in grado di fare supposizioni perché l’attuale bizzarro meccanismo elettorale prevede il voto per liste solo a Milano e a Roma, mentre le altre Comunità eleggono o nominano un rappresentante; dunque per interpretare il voto occorrerebbe conoscere di persona tutti i consiglieri neoeletti: la lista dei nomi ci dice poco.

In teoria sarebbe possibile (e anche auspicabile) che si tornasse come un tempo ad avere liste con lo stesso nome su tutto il territorio nazionale. In parte è così per le liste “Per Israele” ma non per quelle che a loro si oppongono, che si sono presentate agli elettori in ordine sparso per motivi che a noi non romani e milanesi appaiono talvolta imperscrutabili. Ma in realtà il problema è ancora più generale: nelle comunità medie (come la nostra) e piccole l’Ucei pare non esistere più: raramente se ne parla, si sa poco delle decisioni che vengono prese, come se fossero cose che non ci riguardano. Invece ci riguardano eccome, sia nella vita quotidiana (finanziamenti, attività culturali, kasherut, ecc.) sia perché l’Ucei è la voce degli ebrei italiani di fronte al mondo esterno (insieme all’onnipresente Comunità Ebraica di Roma, che spesso ruba la scena alle nostre istituzioni nazionali), sia per la gestione del rapporto con le comunità ebraiche non ortodosse che attualmente non hanno alcuna forma di rappresentanza. Di tutti questi importantissimi temi a Torino (e, suppongo, anche altrove) si sa poco o nulla, anche se Giulio Disegni, il rappresentante di Torino nel Consiglio dell’Unione, è uno dei due vicepresidenti uscenti. In qualche occasione ci è stato riferito qualcosa in coda ad assemblee comunitarie in cui si parlava d’altro, ma rimane, fortissima, la sensazione di essere tagliati fuori da decisioni che possono influenzare le nostre vite in modo significativo. Qualche informazione talvolta ci arriva dai media Ucei (Pagine ebraiche e Moked), ma anche in quel contesto negli ultimi anni sono emerse reticenze e censure che di fatto ci hanno impedito di avere informazioni esaurienti (e c’è chi auspica censure ancora più pesanti, se non addirittura la fine di queste testate). Spesso si capisce qualcosa solo leggendo tra le righe delle comunicazioni ufficiali, ma per saper leggere tra le righe bisogna possedere già qualche informazione, di quelle che mancano di più a chi più ne avrebbe bisogno. Questa situazione è particolarmente triste per una Comunità come la nostra che per decenni ha avuto un ruolo di primo piano nella vita dell’ebraismo italiano e ora si sente quasi estranea.

Il 17 ottobre il Consiglio della Comunità Ebraica di Torino ha nuovamente designato Giulio Disegni, l’unico candidato; una nomina che non è stata preceduta da un dibattito pubblico sul suo programma, che è stato presentato solo al Consiglio; peraltro la notizia della convocazione del Consiglio per la nomina era stata data con pochissimo preavviso, e questo non ha certo facilitato la presentazione di candidature alternative. Preciso a scanso di equivoci che questa mia non vuole essere una critica alla persona (Giulio Disegni è stato tra l’altro per molti anni un valido e attivo redattore e collaboratore del nostro giornale), ma una riflessione su quello che a mio parere è un sintomo della scarsa attenzione che le Comunità come la nostra riservano a tutto ciò che riguarda l’Ucei, come se ci fossero sempre cose più importanti di cui discutere.

Dai dati su Milano e Roma (gli unici che possiamo tentare di interpretare) risulta a Milano una perfetta parità tra le due liste principali, mentre a Roma emerge una vittoria abbastanza netta della lista Per Israele che attualmente guida la Comunità. Questo nonostante alcuni mesi fa la gestione troppo verticistica dell’informazione comunitaria avesse suscitato critiche molto dure, tanto che la lista di minoranza Menorah aveva scelto di dar vita a un proprio organo d’informazione online, Riflessi (scelta molto interessante, anche se a quanto pare non ha ancora dato i suoi frutti in termini elettorali, su cui torneremo nei prossimi numeri). Dal nostro punto di vista parziale e difettoso più che le vicende interne alla Comunità di Roma appaiono preoccupanti alcune ambigue aperture nei confronti di Fratelli d’Italia nonostante siano più che evidenti i legami non recisi e non rescindibili di quel partito con la galassia dell’estrema destra e del neofascismo.

Quello che però ci sfugge è come mai i gruppi che si oppongono all’attuale maggioranza comunitaria romana non siano poi capaci di costruire una proposta alternativa unitaria: una scelta forse opportuna in termini elettorali (supponendo che le due liste separate abbiano raccolto più consensi di quanti ne avrebbe potuto raccogliere una lista unitaria), ma a mio parere infelice dal punto di vista simbolico perché attenua l’impressione di gravità e urgenza che una lista unita avrebbe potuto suscitare negli elettori. Leggendo i nomi dei candidati romani per il Consiglio dell’Ucei ho trovato molte persone che avrei votato volentieri sia nella lista Binah sia in quella Menorah e confesso che non sono riuscita a capire la logica con cui si sono suddivisi, o la differenza sostanziale tra i programmi delle due liste.  (Qualcuno potrebbe obiettarmi che un non torinese direbbe esattamente lo stesso per quanto riguarda le liste torinesi Beiachad e Anavim; e infatti non per nulla ci siamo ritrovati già due volte nella scelta di un candidato Presidente comune).

Insomma nell’Italia ebraica qualcuno ogni tanto pare preoccupato, ma nessuno dà realmente l’impressione di esserlo più di tanto: non le medie e piccole Comunità (per lo meno la nostra), dove le notizie relative alle elezioni Ucei non sembrano aver suscitato un particolare interesse; non gli ebrei “lontani” che dall’Ucei forse non si sentono rappresentati ma non si scaldano più di tanto per cambiare le cose, oppure si sentono rappresentati e danno per scontato che le cose continueranno così senza che questo richieda particolari sforzi. Ed è proprio questa mancanza di preoccupazione, a mio parere, l’elemento più preoccupante. Perché la preoccupazione suscita reazioni, come si è visto bene soprattutto nei ballottaggi a Torino e a Roma, dove la vittoria così larga del centrosinistra si spiega anche come risposta alla devastazione della sede della CGIL e all’incapacità da parte dei partiti e candidati di centrodestra di condannare la violenza e il fascismo senza reticenze o ambiguità. Dunque sì, rispondendo alla domanda iniziale direi che abbiamo fatto bene a preoccuparci, perché è solo la preoccupazione di ieri che ci consente di essere un po’ meno preoccupati oggi.

Nel mondo ebraico italiano questa reazione preoccupata non c’è stata. Forse semplicemente perché per noi ebrei l’antifascismo è un valore assodato su cui non c’è neppure bisogno di discutere? Speriamo che sia così, nonostante qualche segnale inquietante di segno opposto. Staremo a vedere. Ma intanto ci conviene non distrarci troppo.

Infine una considerazione che può suonare vecchia (ma dal mio punto di vista un problema non si può definire vecchio finché non viene risolto): nel neoeletto Consiglio dell’Ucei le donne sono come al solito una  netta minoranza, con la parziale eccezione di Roma che aveva tre donne capolista: in tutto le donne sono poco più di un quarto del  Consiglio, 14 su 52, una sola eletta a Milano su 10 consiglieri e solo 4 nominate o elette dalle 19 Comunità medie e piccole.

Non sarebbe opportuno un giorno o l’altro preoccuparci anche di questo?

Anna Segre

Il nuovo consiglio dell’Ucei

 

     Vignetta di Davì