OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-229 CHESHVAN 5782

 

 

Prima pagina

 

 

Violenza: il pericolo di abituarsi
Manfredo Montagnana

 

Gli attacchi verbali e fisici dei sedicenti “no vax” o “no green pass” hanno una matrice che viene lentamente riconosciuta dai media, quella dell’estrema destra. In un mondo che da decenni conosce continue ed estese violenze dall’Africa all’Asia, dall’Europa alle Americhe, all’Oceania (non c’è mai stata pace in tutto il pianeta dopo la seconda guerra mondiale) gli atti compiuti dai “no …” ci toccano da vicino e devono far riflettere tutti, ma in particolari noi ebrei.

Sgombriamo subito il terreno da un semplicistico e fuorviante confronto: pur denunciando il credo neofascista della estrema destra italiana che guida questi movimenti, non si deve fare l’errore di credere che ciò sia premessa di un riaffermarsi del fascismo. Un rapido e doveroso riesame del periodo 1919 – 1921 dimostra che alla base dell’affermarsi di Mussolini stavano gli interessi dell’alta borghesia, dei proprietari terrieri,  degli industriali e le condizioni sociali postbelliche che avevano portato contadini ed operai a forme estreme di lotta. Non solo questi fattori sono oggi assenti, ma il nostro paese possiede valide istituzioni che garantiscono una sicura difesa da eventuali tentativi di riportare in vita una dittatura di quel tipo.

Riflettiamo invece sul fatto che il lento ma costante aumento degli episodi di violenza (non solo nel nostro paese) in relazione a questioni importanti come quella della salute nasce dalla ormai radicata convinzione che il sapere sia nelle mani di gruppi di persone che ingannano i cittadini per difendere i loro (non individuati) interessi: gli scienziati, i professori, gli intellettuali, chiunque si sforzi di basare le proprie valutazioni su un esame condiviso dei fatti e su un ragionamento che possa essere confutato.

A me pare che questo fenomeno costituisca uno strumento efficace nelle mani dei dirigenti dei gruppi politici come Casa Pound e Forza Nuova per diffondere il rifiuto delle ricerche non solo nel campo della scienza e della medicina ma anche e soprattutto in quelli della storia, della politica, dell’economia. Purtroppo il continuo decadimento dei partiti politici nati dagli storici PCI, PSI, DC, nel senso di un’assenza di programmi basati su sistemi di valori condivisi, lascia ampio spazio proprio all’ultradestra ed alle aggregazioni sovraniste e populiste di Salvini e Meloni.

Si tratta di una totale inversione del pensiero di molti cittadini italiani rispetto al periodo postbellico quando era generale la stima nei confronti degli studiosi e delle loro ricerche, rispetto esemplificato dall’ampia diffusione in quegli anni di periodici come Il calendario del popolo e Vie nuove che avvicinavano i cittadini alla conoscenza dei più diversi rami del sapere.

A me pare che un ruolo non secondario nell’affermarsi del rifiuto del sapere vada attribuito all’uso perverso dei nuovi mezzi di comunicazione che spinge, in particolare i giovani, a considerare la lettura come una perdita di tempo. Le discussioni, che fino a pochi decenni addietro avvenivano attraverso dibattiti e confronti sulla carta stampata o nel corso di trasmissioni radiofoniche e televisive, oggi si verificano in modo anonimo e senza controlli, consentendo a milioni di persone di esprimere idee improvvisate su ogni argomento e di contestare dati e teorie oggetto di studi decennali.

Che si può fare? In primo luogo occorre intervenire affinché televisione, radio e quotidiani chiariscano quanto le iniziative in piazza siano ispirate da note organizzazioni politiche, come le già citate Forza Nuova e Casa Pound, le quali sono spesso responsabili della preparazione e della gestione sul campo di quelle manifestazioni.

Soprattutto le forze politiche dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) superare le generiche assicurazioni in merito ai maxi investimenti europei e destinare consistenti fondi alla trasformazione delle scuole in centri di promozione culturale non solo per i loro studenti ma per tutti i cittadini. Che significa? Provo a proporre qualche esempio, avendo dato per scontato un cospicuo incremento del corpo docente e del personale ATA:

-       Incentivare i docenti ad estendere e approfondire le proprie conoscenze usando uno strumento ben noto nelle università, quello dell’anno sabbatico;

-       aumentare le dimensioni degli edifici scolastici in modo da assicurare sia presenze limitate in aula sia attività di laboratorio e di approfondimento;

-       prevedere che una parte degli spazi così acquisiti siano destinati ad iniziative culturali extrascolastiche, anche nelle ore serali;

-       favorire la trasformazione di aree adiacenti agli istituti superiori in campi sportivi.

Per evitare di cadere anch’io nel generico, chiarisco che queste proposte hanno senso solo se sono corredate da adeguati progetti contenenti: le dimensioni numeriche di ciascun intervento, il costo complessivo anno per anno, la durata prevista e le scadenze intermedie.

Perché un’azione politica basata su iniziative simili a queste deve essere considerata utopistica quando invece è indispensabile per ridare alla scienza e alla cultura il ruolo che loro compete?

 

Manfredo Montagnana

 

Vignetta di Davì