OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-230 CHESHVAN 5782

 

 

Prima pagina

 

 

 

Bendigamos a Amsterdam
Giorgio Berruto

 

Sjachariet, Ngarbiet, Nengiela. Il programma di Kippur è in olandese, ma se fosse in arabo per me non farebbe differenza. Leggo a destra, in caratteri ebraici è più chiaro ed è tutto dire. Shachrit, Arvit, Neillà. Qui nella grande sinagoga portoghese di Amsterdam, per tutti la Esnoga, oggi è un gioco di luci e ombre perché sono accese centinaia di candele e non c’è altra illuminazione. A ben guardare le luci sono poche nel settore riservato alle donne in alto, molte di più in basso intorno alla tevà dove gli uomini gestiscono la preghiera, ma questa non è certo una peculiarità locale. Molti dei presenti, e tutti i chazanim, indossano il cappello a cilindro, come da tradizione, anche se da un sommario computo di scravattato inveterato mi accorgo che la percentuale di cravatte sul totale dei presenti non raggiunge quella di Torino. Sul pavimento cosparso di sabbia e tra gli arredi seicenteschi di legno scuro si accalcano molte più persone di quelle che solitamente frequentano il tempio. Come in tante comunità ebraiche, anche qui Rosh Hashanà e soprattutto Kippur portano a un fiorire repentino, anche se momentaneo, della partecipazione. Chiedo quanti sono gli ebrei ad Amsterdam ma nessuno mi sa rispondere con precisione. Forse ottomila, forse diecimila, ma c’è anche chi dice il doppio. In ogni caso le sinagoghe sono una decina, c’è un tempio liberal, uno modern orthodox, uno chabad e alcune shuln ashkenazite. Anche alla Esnoga, mi dice Marcelo, solo una minoranza delle persone ha origini portoghesi. In effetti incontro soprattutto studenti e giovani lavoratori francesi e israeliani (ma c’è anche la torinese Noemi grazie a cui sono qui), vedo molte persone singole, poche invece le famiglie. C’è Uziel che viene dal Suriname e l’inglese Sam, il cui cholent servito al kiddush del sabato mattina - “ogni settimana è un po’ diverso”, mi dice - merita il più alto elogio. C’è Edward, figlio di genitori nati in Marocco, che alla fine del digiuno di Kippur distribuisce datteri giganteschi e favolosi. Non mancano naturalmente gli olandesi classici, almeno all’aspetto: alti quasi due metri, carnagione chiara chiara, biondi, occhi azzurri, e tra questi, un po’ paradossalmente, trovo i più gelosi cultori delle tradizioni sefardite. Come avviene in molte sinagoghe, i chazanim cercano di alternare melodie popolari e facili da seguire ad altre più ostiche che però rappresentano un prezioso patrimonio della tradizione che soltanto attraverso l’uso può essere mantenuto vivo. In ogni caso, mi spiega Bar, tutto è legato alla tradizione dei canti liturgici portoghesi, guai a proporre variazioni di programma.

Marcelo, che vanta origini di Melilla ed è tra le anime della Esnoga, ci invita per Sukkot in un altro tempio, la piccola shul ashkenazita di Lekstraat. “You’ll see las diferencias among batè hakenesiot”, mi anticipa con l’usuale mescolanza di lingue. In effetti senza di lui non sarei in grado di seguire né la tefillà, dove in ogni caso ciascuno sembra procedere per proprio conto, né la breve derashà del rabbino in un misto di ebraico e inglese, entrambe lingue pronunciate con marcato accento yiddish. Certo visiterò più spesso la Esnoga, ma è bello anche immergersi in ambienti diversi, lontani da quelli relativamente familiari. Se a Sukkot qui alla shul si arriva appena al minian e dietro la grata dalle maglie strette del matroneo non ci sono donne della comunità durante la preghiera, anche alla Esnoga la partecipazione non supera in uno Shabbat ordinario le venticinque persone in tutto. “C’è molta dispersione”, dice Naomi, metà olandese e metà israeliana. Una realtà ebraica composita e plurale, tanto diversa in questo da quella unitaria di Torino, sembra avere il grande pregio di consentire una maggiore libertà di scelta tra ebraismi ma anche il grande difetto di una scarsa coordinazione e una dispersione delle energie e degli interessi. In altre parole, pluralismo e presenza di un centro forte danno l’impressione di non convivere facilmente. Va poi considerato il fatto che la grande maggioranza dagli ebrei di Amsterdam non frequenta mai (neanche a Kippur, tanto per capirci) alcuna sinagoga, ma non so dire se questo indichi disaffezione o assimilazione (ci sono forse altri modi per tenere vivo e sviluppare il proprio e l’altrui ebraismo?) e se ci sia una relazione diretta o inversa oppure non ci sia affatto relazione tra mancanza di un centro e scarsa partecipazione.

La Amsterdam ebraica non si esaurisce in ogni caso nella Esnoga e nella piccola costellazione di altre sinagoghe. Passeggiando lungo i canali del centro inciampo in tante Stolpersteine posate per ricordare alcuni degli oltre sessantamila ebrei della città assassinati durante la Shoah. A metà strada tra il Rijksmuseum, dove ci si accalca ad ammirare La sposa ebrea di Rembrandt, e Sarphatipark, uno dei luoghi verdi più belli della città intitolato all’architetto e benefattore dell’Ottocento Samuel Sarphati, trovo la pietra dedicata a Etty Hillesum. Superato il celebre mercato dei fiori si arriva invece alla Anne Frank Huis, la casa in cui la giovane autrice del Diario si nascose con la famiglia prima della deportazione. Nei locali di una antica sinagoga ashkenazita quasi di fronte alla Esnoga c’è poi uno dei musei ebraici più importanti d’Europa e, a breve distanza sulle rive dell’Amstel, il monumento a Spinoza. Lungo le strade percorse quasi solo da ciclisti non mancano qui e là gli stickers con la faccia di Johan Cruijif, campione dell’Ajax tre volte Pallone d’oro negli anni settanta. “Quando a fine carriera passò dall’Ajax al Feyenoord di Rotterdam fu per molti uno scandalo, ma è rimasto comunque una bandiera per Amsterdam”, dice Selina. “E il legame tra Ajax e ebrei di Amsterdam è ancora sentito”, aggiunge Saul.

Per la mia esperienza personale, l’ospitalità alla Esnoga è seconda soltanto a quella ricevuta a Torino fin dal primo momento del mio arrivo alcuni anni fa. Durante il kiddush all’aperto - nonostante qui tanto caldo non faccia mai e il cielo sia anche d’estate quasi sempre nuvoloso - l’onnipresente Marcelo racconta dell’origine e dei fasti dei marranos en Amsterdam, mi mostra quadri che raffigurano il tempio appena costruito nel seicento al limite tra città e campagna e i volontari della hevrà khadishà, il servizio di assistenza mortuaria, che conducono le salme su piccole imbarcazioni lungo i canali. C’è persino un dipinto che mostra la Esnoga piena di persone durante la festa di Simchat Torà in cui si vede un cane intrufolatosi a breve distanza dalla processione dei sefarim: licenza dell’artista o segno di una attenzione diversa rispetto a quella attuale, quando la presenza di animali nelle sinagoghe non è consentita? Con Marcelo torniamo fuori in tempo per un antico canto di ringraziamento per la fine del pasto, in giudeospagnolo naturalmente. Bendigamos al Altísimo, al Señor que nos crió…

Giorgio Berruto

 

La Sinagoga ESNOGA di Amsterdam illuminata con le candele