OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-229 CHESHVAN 5782

 

 

Dialoghi

 

 

Due ebrei, tre opinioni, una keillah
Anna Segre

 

Ringrazio Sandro Ventura per le belle parole di apprezzamento del mio articolo e per la sua articolata e approfondita risposta. Mi pare tuttavia che sia necessario chiarire un equivoco di fondo: quando parlavo di torre d’avorio non mi riferivo alle Comunità ebraiche e all’Ucei, ma ai singoli ebrei che si astengono dal prendere parte attivamente alla vita di queste istituzioni lasciando così la rappresentanza degli ebrei italiani nelle mani di gruppi forse non maggioritari ma più organizzati e combattivi. Quindi dal mio punto di vista le organizzazioni alternative alle Comunità territoriali e all’Ucei sono proprio un esempio del tipo di torre d’avorio che non mi convince: poche centinaia di persone in tutta Italia, realtà che per quanto in crescita continuano a costituire minoranze esigue persino per i nostri piccoli numeri, che scelgono di starsene per i fatti loro lasciando che siano altri ad andare sui giornali e in tv a fare dichiarazioni a nome di tutti gli ebrei italiani.

Dalla stessa lettera di Sandro emerge l’immagine di gruppi ristretti di persone molto omogenee che si ritrovano tra di loro, incapaci di dialogare con chi ha idee diverse e un livello diverso di osservanza. Trovo sconcertante, per esempio, quello che scrive a proposito di Israele: che ciascuno ha le sue opinioni ma se le tiene per sé perché non si parla dei temi “divisivi”. Ma se non posso parlare di Israele con altri ebrei con chi dovrei parlarne? Dal mio punto di vista è proprio sui temi “divisivi” che ci si deve confrontare, altrimenti non sarebbe un dialogo ma un monologo. Lo stesso discorso vale per il livello di osservanza: a quanto pare la logica delle comunità non ortodosse è di ritrovarsi in gruppi anche piccolissimi purché ciascuno possa avere esattamente il livello di osservanza che gli piace, né una virgola di più né una virgola di meno, senza nessuna capacità di mediazione; altrimenti come si spiegherebbe la presenza a Milano di due gruppi distinti?

Mi dispiace, ma non è questa la mia idea di comunità ebraica. Per me una comunità è fatta di persone diverse che si confrontano e spesso litigano ma sanno convivere e gestire insieme culto, attività culturali, scuola, giovani, feste, ecc. E questo è possibile solo sotto il cappello di un’ortodossia formale (una persona non osservante potrà sempre mangiare un panino kasher o spegnere il cellulare di Shabbat pur di condividere una festa o un’attività con tutti gli altri ebrei), altrimenti le persone osservanti saranno inevitabilmente escluse, e questo dal mio punto di vista sarebbe un impoverimento grave. La mia non è una visione utopica, è il modo di vivere l’ebraismo in cui sono nata e cresciuta, e che prevale tuttora in molti ambiti, per esempio nella Fgei dei miei tempi e, credo, nell’Ugei di oggi (non per niente il titolo che ho dato a questo articolo, uno slogan che rispecchia bene la mia idea di comunità, riprende il titolo che era stato dato molti anni fa a un raduno della Fgei): campeggi in cui si mangia kasher e si osserva lo Shabbat ma non si impone niente a nessuno e ciascuno è libero di essere se stesso purché rispetti gli altri. Ho ritrovato la stessa atmosfera durante gli Shabbaton comunitari che si sono svolti per alcuni anni sul Lago Sirio a qualche decina di chilometri da Torino.

Non mi riconosco nell’immagine dell’ebraismo torinese offerta da Sandro, né nel passato né del presente, e tra parentesi neppure nell’indirizzo perché la Comunità Ebraica di Torino e la sinagoga non si trovano in via San Pio V ma in Piazzetta Primo Levi, zona pedonale che interrompe la via (chiedo scusa per la pedanteria ma in questo periodo la toponomastica sembra rivestire una particolare importanza). Peraltro il dedicatario della piazzetta mi pare molto lontano dall’essere lontano dall’ebraismo come gli altri due personaggi menzionati: sul tema dell’ebraismo in Primo Levi ci sarebbe da scrivere infiniti articoli, e anche io credo di averne scritto più di uno; qui mi limito a ricordare, oltre alle infinite citazioni bibliche presenti nei suoi testi, che ben due dei suoi libri (Lilit e Se non ora, quando?) hanno titoli legati alla cultura ebraica (rispettivamente un midrash e una frase dei Pirkè Avot), per non parlare della sua poesia più famosa, Shemà.

Insomma, l’identità ebraica torinese non può essere forzata dentro le ristrette categorie in cui Sandro Ventura cerca di incasellarla. In Piazzetta Primo Levi si va per partecipare alle funzioni (in ebraico, che personalmente considero una cosa bellissima perché ci fa sentire a casa in qualunque parte del mondo ci capiti di trovarci) e studiare Torah e Talmud, ma anche per ascoltare conferenze, guardare spettacoli, discutere, deliberare, partecipare a feste, prendere in prestito libri, imparare l’ebraico e molto altro ancora. Se nell’ultimo anno e mezzo questo non si è fatto (o per lo meno non si è fatto in presenza) a causa della pandemia questo non significa che questo modo di essere comunità sia stato abolito o rinnegato. Vale la pena di precisare che a quasi tutte le attività che ho menzionato (tranne le lezioni organizzate per gruppi classe fissi), può partecipare chiunque liberamente; per l’iscrizione alla Comunità il discorso è diverso ma su questo tornerò più avanti.

Dunque se a Torino non è nata (nonostante qualche tentativo) una comunità ebraica alternativa a quella territoriale formalmente ortodossa forse è perché non se ne sente il bisogno. E francamente non sarei particolarmente felice se nascesse, se questo significasse dover scegliere in quale sinagoga andare e a quale evento culturale partecipare, con il dispiacere di vedere sempre metà della gente che vedevo prima perché i quattro gatti che siamo si devono dividere due gatti di qua e due gatti di là; peggio ancora, poi, se dovessi scegliere una volta per tutte a quale delle due realtà iscrivermi perdendo quindi ogni potere decisionale sull’altra realtà e trovandomi quasi certamente in minoranza perché molto probabilmente da entrambe le parti prevarrebbero le persone contrarie al dialogo.

Personalmente continuo a pensare che il modello comunitario “all’italiana” sia preferibile a quello parcellizzato. Mi sembra ingeneroso attribuire la persistenza di questo modello solo alla legge fascista: è un modello che favorisce il confronto e il dialogo, ed è (per lo meno nelle sue intenzioni) un modello inclusivo: tutti osservano le mitzvot nei luoghi e nelle attività comuni per non costringere gli osservanti a farsi una comunità a sé, ma all’esterno ciascuno è libero di fare come preferisce. Se nel resto della diaspora si fa diversamente questo non significa necessariamente che il nostro modello sia sbagliato. E non si può neppure dire che sia minoritario nel mondo ebraico, dato che è quello prevalente anche in Israele, almeno per ora.

Certo, vedo anch’io che il modello è in difficoltà, sia in Israele sia in Italia, e questo è dovuto al suo punto debole: un modello nato per essere inclusivo entra in crisi nel momento in cui cessa di esserlo o per lo meno non lo è per tutti; questo a mio parere succede soprattutto in due ambiti: le conversioni e il ruolo delle donne; sono gli ambiti in cui non si può risolvere ogni questione chiedendo semplicemente a chi è meno osservante di adattarsi. Ma per entrambi esistono soluzioni possibili anche all’interno dell’ebraismo ortodosso: ci sono contesti ortodossi in cui le donne hanno sempre maggior peso (ormai le rabbine ortodosse sono sostanzialmente una realtà), e ci sono rabbini ortodossi più facilitanti verso le conversioni. Se queste soluzioni per lo più non sono adottate in Italia è perché sono state le stesse istituzioni comunitarie, votate dagli iscritti (quelli che vanno a votare e non si chiudono nelle torri d’avorio) a non volerlo: per esempio ricordo a chi non lo sapesse che il Rabbino Capo di Torino precedente a quello attuale era stato aspramente contestato da alcuni perché troppo inclusivo nelle conversioni; allo stesso modo esistono anche nell’ambito dell’ortodossia possibilità per le donne (a partire da una semplice riorganizzazione dei posti in sinagoga) che a Torino non sono state sfruttate per un malinteso senso di fedeltà alla tradizione, comunque per scelta degli stessi ebrei torinesi.

Se avessi il potere di decidere non abolirei le Comunità territoriali: nei miei sogni non vorrei una Fiep federata all’Ucei, o un’Ucei in funzione di ombrello tra la Fiep e un’ipotetica federazione delle Comunità ortodosse, piuttosto vorrei comunità più inclusive, con più sinagoghe e più rabbini dove i numeri lo consentono; credo che, almeno in teoria, con qualche compromesso da entrambe le parti questo sarebbe possibile sotto l’ombrello dell’ortodossia, per esempio assumendo rabbini e rabbine non ortodossi ufficialmente come insegnanti, classificando le sinagoghe non ortodosse come centri culturali o qualcosa del genere. Compromessi che possono essere dolorosi per qualcuno ma che secondo me con i nostri numeri meriterebbero mille volte di essere cercati. Anche perché tali compromessi riguarderebbero solo una porzione limitatissima della vita comunitaria, mentre ci sono numerosi altri ambiti (scuola, attività giovanili, attività culturali, feste, newsletter, giornali, ecc.) in cui la convivenza non crea alcun problema. Il nostro stesso giornale mi pare dimostrarlo.

So bene, però, che la realtà non va nella direzione dei miei sogni e che la via del dialogo e della ricerca di compromessi si sta facendo sempre più impervia. Può darsi quindi che Sandro Ventura abbia ragione: non posso escludere che tra alcuni anni debba nascere una Comunità torinese non ortodossa e che io stessa non possa fare a meno di sceglierla perché quella ortodossa sarà diventata troppo rigida e intollerante. Ma la considero un’ipotesi da incubo, una distopia, e lotterò con tutte le mie forze perché non si realizzi, stando dentro la mia Comunità con le unghie e con i denti anche a costo di litigi e mal di pancia e non chiudendomi un una piccola comunità d’avorio fatta a mia immagine e somiglianza.

Anna Segre

 

 

Anna Segre e Sandro Ventura