OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-230 CHESHVAN 5782

 

 

Storie di ebrei torinesi

 

 

 

Tommaso Levi, l’avvocato del dialogo
Intervista di Bruna Laudi

 

 

Storie di ebrei torinesi… Nell’ultimo anno, nonostante la vulgata corrente dicesse che saremmo usciti dalla pandemia tutti più buoni, la nostra comunità si è trovata ad affrontare episodi che sembrano andare in tutt’altra direzione!

In un solo inverno due gruppi molto attivi in campo culturale, all’interno e all’esterno dell’ambito ebraico, Anavim e GSE, hanno subito attacchi di hacker durante incontri on line; pochi mesi dopo una consigliera comunale ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un post contro la concentrazione delle testate giornalistiche accompagnato da una vignetta esplicitamente antisemita, con l’iconografia classica dei tempi bui del fascismo e delle leggi razziali.

Questi fatti si sono svolti nei mesi di novembre 2020, gennaio e febbraio 2021 e hanno avuto vasta eco sui giornali e anche in trasmissioni televisive.

Ometto tutto il ciarpame antisemita circolato sui social durante il conflitto scoppiato a maggio tra Israele e Gaza perché desidero focalizzare l’attenzione sugli episodi torinesi e su come sono stati affrontati.

In tutti e tre i casi siamo in ambito di diritto penale e il difensore della Comunità è l’avvocato Tommaso Levi: per ascendenza famigliare è molto legato all’ebraismo torinese e offre il suo patrocinio in caso di azioni penali contro razzismo e antisemitismo.

 

Quali sono le motivazioni del tuo impegno?

Ho sempre sentito molto forte il legame con la Comunità Ebraica di Torino: mia mamma, Lucetta Momigliano, ha molti rapporti di amicizia e affetto nell’ambiente ebraico e ha lavorato per anni con l’Archivio Terracini, grazie alle sue competenze come storica dell’arte. Ricordo quando c'era Isacco Levi, meraviglioso personaggio che faceva una volta all’anno la commemorazione di mio padre (professore Franco Levi). Sono quindi cresciuto in un ambiente che, insieme alle mie letture, ha sicuramente incoraggiato il mio avvicinamento alla Comunità e il mio desiderio di farne parte.

Sono anche stato due volte presidente di seggio per le elezioni del Consiglio e ho avuto modo di incontrare tante persone che conoscevano la mia famiglia. Da circa dieci anni ho fornito un supporto legale: vedere continui attacchi ad una comunità che svolge anche un ruolo culturale importante nella città mi ha indotto a un impegno diretto e sollecitato un desiderio di maggiore appartenenza.

Il tema dell’antisemitismo mi tocca profondamente, come qualunque forma di razzismo, e sono convinto che vada affrontato e non sottovalutato, per questo, spinto anche dall’amicizia con l’avvocato Giulio Disegni, ho deciso di aiutare la Comunità Ebraica in questa battaglia, assistendola nei, purtroppo numerosi, procedimenti legati a fenomeni di antisemitismo.

Quale è stata la prima occasione per fornire un supporto legale?

Era sorto un problema legato al tracciamento dei cibi kasher: c’era incompatibilità con le leggi agroalimentari italiane nelle etichette dei cibi di importazione.

Un commerciante della zona teneva nel suo negozio alimenti kasher per la comunità. Era intervenuta l’ASL per fare una sanzione per questioni di etichettatura: sostanzialmente non rispettavano le rigide regole finalizzate ad assicurare la genuinità del decadimento. Si trattava di un conflitto tra le regole alimentari ebraiche e le leggi dello Stato. In quell’occasione sono venuto a contatto con un mondo osservante che conoscevo poco ed è stata un'esperienza affascinante.

Hai curato le denunce di Anavim e del GSE contro ignoti per le incursioni durante le attività online; ovviamente non ti chiedo nulla su un procedimento in corso, se non le tue impressioni circa l’attenzione che viene data dalla Procura a questo tipo di reati.

Le denunce sono state prese molto seriamente dalla Procura e c’è un Pubblico Ministero che si occupa di tutti questi casi oltre a episodi esterni all'ambito comunitario: al momento le indagini sembrerebbero concluse. Sono riusciti a raccogliere molte informazioni. Il resto è segreto istruttorio. Tra le tante ipotesi c'è anche quella di capire se c’è una regia comune dietro a questi episodi: bisogna aspettare i tempi della Giustizia, purtroppo lunghi, ma non possiamo fare diversamente.

Sicuramente c’è una grande sensibilità a questi temi da parte del Procuratore che dirige la sezione che si occupa di reati contro l’ordine pubblico, il quale ha voluto incontrare il Presidente della Comunità, per discuterne in modo approfondito e concreto.

Penso anche che la Comunità stessa dovrebbe diventare un punto di riferimento contro qualunque forma di razzismo, estendendo il suo sguardo verso altre minoranze. L’antisemitismo ha una valenza simbolica, per cui ne viene riconosciuta la gravità, ma ci sono altre forme di razzismo che colpiscono per esempio gli stranieri e che vengono sostenute da alibi che fanno molta presa sulle persone: a me piacerebbe che la Comunità diventasse un baluardo contro queste forme di razzismo strisciante, tenendo anche conto delle caratteristiche del quartiere San Salvario in cui si trova. Credo che sarebbe un salto di qualità per sgombrare il campo dal pregiudizio che la Comunità sia in qualche modo autoreferenziale.

La riforma Cartabia sulla revisione del processo penale prevede l’introduzione della Giustizia riparativa. La ratio cui si ispira è legata alla riparazione del rapporto tra vittima e reo attraverso procedimenti e strumenti diversi da quelli tipizzati nei procedimenti penali. Tra gli aspetti oggetto della disciplina vi sono la formazione e l’accreditamento dei mediatori esperti in programmi di giustizia riparativa. La conclusione della denuncia contro la consigliera Amore per la vignetta antisemita si può configurare già in quest’ottica?

Nel post pubblicato su Facebook dalla consigliera M5S di Torino Monica Amore c’era una vignetta molto esplicita, che rispecchiava l'iconografia classica della campagna antisemita del ventennio fascista. In mezzo alle sigle di diverse testate giornalistiche del gruppo GEDI compariva la caricatura di un uomo col naso adunco molto pronunciato, il sorriso maligno, la barba lunga, la kippah sul capo, una stella di Davide dietro alla schiena, che impugnava un coltello insanguinato con la mano sinistra. A commento la scritta “Interessante!”. Era evidente l’accusa al mondo ebraico di controllare l'informazione.

La Comunità ha presentato denuncia per istigazione all’odio razziale: la consigliera ha dichiarato di non aver compreso la gravità del post, di avere riportato le immagini senza rendersi conto del loro significato e, sostanzialmente, si è scusata. D'intesa con la procura della Repubblica si è ritenuto che si potesse organizzare un incontro tra la Comunità, persona offesa, e la figura politica indagata. Hanno partecipato all’incontro la Sindaca e un Senatore del movimento politico cui apparteneva la consigliera: hanno chiesto scusa e hanno fatto uscire un comunicato sui giornali in cui condannavano l’episodio, si professavano vicini alla Comunità, manifestavano il loro impegno a combattere l’antisemitismo e alla fine la denuncia è stata ritirata. Ritengo che sia stata una esperienza positiva: non penso che il razzismo si combatta con le sentenze di condanna al carcere, a meno che non ci siano episodi di violenza. Ovviamente è importante la denuncia, per poi aprire un dialogo che possa portare a una maggiore consapevolezza. La riforma Cartabia introduce proprio questo concetto di giustizia riparativa nel procedimento penale: il reo fa un percorso che prevede un dialogo con la parte offesa in alternativa a pene che esacerbano solo i pregiudizi. 

Così magari si mettono in movimento esperienze positive. Voglio fare un esempio per far comprendere cosa si intende per giustizia riparativa. Sono convinto che “gli odiatori da tastiera” se avessero la possibilità di incontrare personalmente una persona come Liliana Segre modificherebbero il loro atteggiamento dettato dal pregiudizio e dalla presunta impunità dei social.

Ci sono però anche stati casi, da te affrontati, in cui una conciliazione si è rivelata impossibile.

Certamente. Uno è il caso della villa di Saint Vincent: sul cancello di ingresso comparivano due enormi aquile rappresentate a immagine della simbologia nazista, accanto a triangoli come quelli che comparivano sulle uniformi dei prigionieri dei lager. Parte la denuncia, la Digos fa indagini approfondite e si scopre un ambiente di chiara ispirazione nazista e l’abitudine da parte del proprietario di diffondere tra gli amici della sua cerchia filmati di uno storico francese negazionista, scaricati da YouTube prima che la piattaforma li cancellasse. Il giudice ha ravvisato il reato di propaganda e ha condannato a pagare un risarcimento pecuniario alla Comunità, parte lesa.

Mi ha rattristato particolarmente non tanto lui ma il contesto in cui si è svolto il processo: i testimoni intervenuti a sua difesa hanno minimizzato senza mostrare alcun tipo di sorpresa né risentimento rispetto al fatto che in quella casa ci fosse una svastica di tre metri disegnata sul soffitto. Persino il giudice si è innervosito quando il proprietario sosteneva che erano simboli esoterici con valenza di pace.

L’altro caso si è svolto a Vercelli: era in atto l’operazione “Piombo fuso” su Gaza e alcuni ragazzi dei centri sociali avevano appeso uno striscione alla cancellata del tempio con la scritta: “Stop bombe su Gaza, Israele assassini”.

La Comunità aveva denunciato l’affissione illegittima, la denuncia di propaganda finalizzata all’odio razziale era partita dalla Digos e dalla procura in autonomia. I ragazzi sono stati assolti perché il giudice non ha ravvisato il reato di istigazione all’odio razziale ma solo la manifestazione di un dissenso politico. Certamente resta la gravità del fatto che lo striscione fosse appeso proprio sul cancello di una sinagoga! Il problema della confusione tra i piani andrebbe comunque affrontato perché crea un’ambiguità le cui conseguenze non sono semplici da gestire.

Resta l’amarezza di non essere riusciti a far capire a quei ragazzi l’insidiosità del loro gesto attraverso l’apertura di dialogo con la Comunità.

Come se non bastasse il tuo carico professionale, hai anche deciso di impegnarti politicamente candidandoti alle elezioni comunali nel consiglio di circoscrizione, scelta peraltro comune ad altri membri della Comunità o comunque a parenti di iscritti. Naturalmente ti faccio questa domanda perché il giornale uscirà dopo il voto! Cosa ti ha spinto in questa direzione?

 

Ho trovato particolarmente stimolante l’idea che persone con una loro professione e famiglia si ritrovassero periodicamente a progettare scenari futuri. A questo si aggiunge un senso di grande insofferenza per la scarsezza della politica locale e nazionale: persone impreparate, senza idee, senza visione, spesso disoneste non solo intellettualmente, spesso razziste.

Mi sono avvicinato al gruppo “Torino domani” che, in occasione delle elezioni cittadine, ha prima supportato un candidato alle primarie PD che, purtroppo, è arrivato secondo per pochi voti: in seguito ha deciso di fare una lista civica di coalizione e mi hanno chiesto di candidarmi [con 144 voti di preferenza Tommaso Levi è risultato il secondo della sua lista, ndr].

Non avendo competenze ed esperienze pregresse ho pensato, anche per i miei impegni lavorativi, che l’unica cosa seria da fare era candidarmi nella circoscrizione in cui sono nato e cresciuto.

Ho scoperto in questi mesi un mondo meraviglioso di persone sinceramente dedicate agli altri. Questa esperienza mi sta facendo molto bene e credo che tutti noi dovremmo dedicare mezz’ora al giorno del nostro tempo al bene comune.

 

Intervista di Bruna Laudi

L'avv. Tommaso Levi