OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-229 CHESHVAN 5782

 

 

Israele

 

 

 

Bennet, manager e leader

Claudio Millul

 

 

La concomitanza di tre pietre miliari significative ha focalizzato il dibattito pubblico del dopofeste: i cento giorni di grazia del nuovo governo, il discorso pronunciato dal primo ministro Naftali Bennett all’assemblea generale dell’Onu e l’apertura ufficiale della nuova stagione parlamentare dopo le vacanze estive; ottima occasione per una prima tirata di somme e per ricominciare a scannarsi (non sia mai che perdiamo l’allenamento).

Il sabato del villaggio

Bennett è volato a New York seguito dagli occhi attenti della stampa e dal suo sguardo benevolo, inteso ad applaudire più che a criticare. Dopo quattro giorni è tornato in patria ricoperto dalle critiche, dagli attacchi e dalle battute sarcastiche dell’opposizione: il suo discorso all’assemblea dell’ONU è stato registrato nei libri della storia locale (redatta da Bibi) come “il discorso di un governo incidentale, discorso vuoto di contenuti di fronte a una sala vuota di pubblico, ridotto in sostanza ad una critica offensiva contro gli esperti ai vertici del ministero della sanità”.

In viaggio per l’America Bennett aveva preannunciato le premesse del suo intervento: “Troppo a lungo Israele è stata identificata con il conflitto con i suoi vicini. È arrivato il momento di esporre al mondo la narrazione di Israele come si definisce ai propri occhi, in maniera matura e autentica, astenendosi da falsi clichè”. E così di fatto ha esordito nel suo discorso. “Faro luminoso in mezzo a un mare oscuro e burrascoso; fiaccola di democrazia, pluralismo e innovazione, tenace nell’intento di portare un contributo effettivo al processo di sviluppo mondiale, nonostante si trovi nel quartiere più duro e minaccioso sulla superficie terrestre” Un modello disegnato su misura per riedificare una nuova immagine dello Stato d’Israele dopo la decadenza vertiginosa negli ultimi decenni: non identificati dal conflitto acerbo e sanguinoso con i nostri vicini, ma piuttosto dal rinnovamento, dall’energia e dal coraggio del dialogo e della collaborazione tra diversi. Continua Bennett:

"Due pericolose pandemie minacciano oggi lo sviluppo della società civile:

 1. il corona, che sconvolge tutto il sistema economico delle nazioni e la routine della loro vita quotidiana.

 2. la polarizzazione e l‘odio di parte, che disgregano e lacerano la compagine sociale e il sistema politico e civile".

Diagnosi analogica concisa e forse restrittiva, ma senza dubbio calzante.

Hibath Tzion, foto di Giulio Momigliano

 

Veni, vidi, vici

“Israele si trova oggi all’avanguardia della ricerca scientifica indispensabile alla sconfitta del Covid, verso un probabile superamento della “quarta ondata” senza lockdown, grazie a un modello di politica che abbina all’aggiornamento scientifico continuo un uso consapevole e coraggioso della forza decisionale.

"Il modello israeliano propone tre principi direttivi:

Primo: la vita del paese deve rimanere aperta. Tutti noi abbiamo pagato a caro prezzo il congelamento della vita quotidiana del 2020. Per far riprendere lo sviluppo economico, la vita scolastica, la routine del lavoro, restrizioni e quarantene non possono costituire una soluzione a lungo termine.

Secondo: vaccinazione anticipata. Ci troviamo di fronte ad un virus micidiale ed è indispensabile sforzarsi di anticiparlo. Dopo due mesi di esperienza intensiva posso riferire che il booster (la terza vaccinazione) funziona, e fornisce un grado di protezione sette volte maggiore delle due prime porzioni.

Terzo: mettere in atto, trarre conclusioni, e reagire velocemente. Abbiamo costituito una equipe di emergenza nazionale che si riunisce quotidianamente per scavalcare molteplici ostacoli burocratici, prendere decisioni veloci e metterle immediatamente in atto. Se un provvedimento funziona lo continuiamo, se fallisce lo mettiamo da parte”.

 Il finale di questa parte del discorso è stato recepito come una fastidiosa punzecchiatura diretta agli esperti del ministero della sanità.

 “La direzione del paese in un periodo di pandemia non è solo un fatto di salute pubblica. Si tratta di un equilibrio delicato tra tutti gli aspetti della vita quotidiana che sono influenzati dal Covid, in particolare occupazione e educazione. L’unica funzione che ha una visione comprensiva della complessità della situazione è quella del premier nazionale”.

In sintesi: non soffocare la vita quotidiana con lockdown paralizzanti, ma provvedere al massimo mantenimento dell’attività economica, culturale e sociale assicurando la maggior protezione possibile al cittadino attraverso la diffusione del vaccino e la definizione di misure di monitoraggio non restrittive e tempestivamente aggiornate.

Una critica aspra di Haim Ramon (ex vice primo ministro ed ex ministro della sanità nel governo di Olmert) è comparsa in un articolo di commento su Haaretz del fine settimana successivo. Supportato da una catasta di dati statistici (non sempre calzanti) scrive Ramon: “Il modello di Bennett che si basa sull’abolizione delle restrizioni e l’accettazione della mortalità è vergognoso moralmente e di fatto fallimentare”. Sulla stessa linea ma con accenti ben più marcati ha continuato l’ex premier Benjamin Netanyahu nel discorso di capo dell’opposizione alla riapertura della sessione autunnale del parlamento. Al quale Boghi Yahalom (ex ministro della difesa) ha reagito dicendo: “Dopo la trentesima bugia ho smesso di ascoltare". E con tutto ciò le critiche ai contenuti sono apparse marginali rispetto alla saga artificiale scatenata su tutti i media a proposito del presunto conflitto con il ministero della sanità: senza dubbio più facile deviare l’attenzione dell’opinione pubblica che approfondire la fallace complessità di paragoni tra situazioni radicalmente diverse e finalità politiche moralmente opposte.

Mahabarà, nei pressi di Hibath Tzion, foto di Giulio Momigliano

 

Le parole non fermano le turbine

Tuttavia non tutte son rose e fiori. La seconda parte del suo discorso Bennett l’ha dedicata al pericolo iraniano “che non preoccupa solo Israele ma minaccia tutto il mondo civile”.

Israele è letteralmente contornata da organizzazioni terroristiche che aspirano all’instaurazione di un dominio dell’Islam estremista su tutto il Medio Oriente: Hezbollah, milizie sciite, Jihad islamica e Hamas. Cosa le accomuna oltre allo scopo di distruggere lo Stato d’Israele? L’appoggio iraniano. Durante gli ultimi tre decenni l’Iran ha diffuso spargimento di sangue e distruzione in tutta l’area mediorientale, paese dopo paese: Libano, Iraq, Siria, Yemen e Gaza. Totalmente sfasciati, i loro cittadini sofferenti e affamati, le loro economie distrutte. Al contrario del tocco del re Mida il tocco del regime iraniano è mortale; ogni luogo in cui l’Iran arriva è destinato a fallire. […] L’esperienza ci dimostra che quello che inizia in Medio Oriente non si ferma là.

Ma il colpo finale Bennett l’ha sferrato contro il nuovo presidente iraniano Ebrahim Raisi, uno dei principali componenti della «Commissione della morte» istituita nel 1988, e responsabile della strage di 5000 attivisti politici dell’opposizione, il quale, secondo testimonianze di reduci, dopo ogni giro di esecuzioni festeggiava la strage del suo popolo mangiando dolci alla crema.

Negli ultimi anni, dopo l’abolizione dell’accordo da parte del presidente Trump, l’Iran ha fatto paurosi balzi in avanti nella ricerca scientifica e nello sviluppo dell’industria nucleare, compresi nuovi impianti segreti. Facendosi beffe di ogni commissione di controllo, infrangendo gli accordi stabiliti, il progetto nucleare dell’Iran è giunto a uno spartiacque, e così anche il nostro limite di sopportazione. Le parole non fermano le turbine. Non permetteremo all’Iran di raggiungere armi nucleari”. Frasi forti ed esplicite, pronunciate in un inglese inappuntabile, sia pure senza messe in scena di pannelli grafici.`

E la conclusione del paragrafo iraniano si riconnette con la tesi di fondo di collaborazione sincera tra partner diversi per uno specifico scopo comune: “Se ci sforziamo di pensare insieme e di collaborare seriamente nell’usare tutte le nostre risorse di improvvisazione creativa riusciremo a fermare il minaccioso progetto iraniano." L'appello per un accordo di collaborazione viene rafforzato accentuando gli sforzi di autonomia richiesti da ogni partecipante per assumere le decisioni necessarie: “Attaccare Israele non vi rende più morali; combattere contro l’unica democrazia del Medio Oriente non vi rende più liberali; adottare clichè preconfezionati senza sforzarsi di comprendere le realtà di fondo è pigrizia mentale. Ognuno dei paesi di questa assemblea ha il dovere di effettuare una scelta libera. Scelta morale, non politica. Scelta tra le tenebre di persecuzioni, maltrattamenti e oscurantismo politico e civile e la luce che promuove libertà, prosperità e nuove possibilità di realizzazioni umane“.

Con la candida ingenuità da “Benè Akiva” (quelli dei campeggi di buona memoria per intenderci) nel discorso di Bennett il sapore del vino del Kiddush delle feste (“… Che ci ha scelto fra tutte le genti e ci ha innalzato sopra tutti i linguaggi...) si confonde con quello delle sufganiot [frittelle, ndr] di Chanukkà che già si vendono nei supermercati: “Poca luce riesce a scacciare le tenebre più oscure - dice Bennett concludendo il suo discorso - Il faro luminoso in mezzo al mare in burrasca risplende più che mai; ci attendono giorni migliori!

Come si vede la narrazione del popolo eletto scacciata dalla porta ritorna dalla finestra, e rimangono non pochi dubbi se i partecipanti all’Assemblea delle nazioni riusciranno a deglutirla.

Questo anche tenendo conto del fatto che in tutto il suo intervento Bennett non ha inserito nemmeno una parola sui palestinesi: non su Gaza, non sull’ultimatum di Abu Mazen. Niente, semplicemente. E di fatto in aggiunta agli attacchi isterici della destra (“occasione mancata per proclamare dal più importante pulpito internazionale gli interessi vitali dello Stato d’Israele) non sono mancate dure critiche anche da parte dell’opposizione opposta: scrive l’anziana parlamentare della Lista Unita Aida Touma-Suleiman: “Far sparire l’occupazione e il popolo palestinese, affermare la superiorità morale d’Israele e lanciare minacce bellicose contro l’iran sono esattamente i principi che hanno ispirato la politica di Netanyhau”. Ma anche all’interno della coalizione la parlamentare laburista Emily Muasi ha dichiarato: “L’aspirazione e lo sforzo per raggiungere un accordo stabile tra noi e i palestinesi è condizione indispensabile per la sussistenza di Israele come Stato ebraico e democratico”. Al che il giornalista Ronnen Segal ha concluso: “La fresca novità del discorso di Bennett è l’astensione dal pronunciarsi sul problema palestinese. Silenzio uguale ammissione della morte di fatto delle trattative di pace con i palestinesi.”

Netanya, foto di Giulio Momigliano

 

Fu vera gloria?

Azzardare un bilancio – sia pure provvisorio - rischia di risultare non solo molto soggettivo, ma soprattutto sconclusionato, sia per la cautela delle posizioni espresse, generalmente “sulle uova”, sia perché in ogni caso tenderebbe a rispecchiare più le aspettative mie personali che non una valutazione critica equilibrata.

Questo governo non si potrà permettere aperture ideologiche in nessuna direzione - ha affermato un consigliere di Bennett aggiornando i giornalisti prima del suo ritorno in Israele - ogni spostamento di 10 gradi a destra dovrà essere controbilanciato da uno spostamento analogo a sinistra, in una dinamica pendolare che porterà o alla paralisi o allo sfascio della coalizione”.

La vera prova del fuoco che aspetta al varco il governo a metà novembre è l’approvazione definitiva del bilancio (approvato in prima istanza a settembre dopo due anni di mancanza e di brancolamento economico durante la gestione di Netanyahu): nessuna manifestazione di leadership (interna o esterna) potrebbe giustificare la scelta di correre questo rischio.

Forse non coraggioso, ma certo onestamente attenuto alle regole del gioco, in una rigida politica pragmatica guidata da un sano senso di responsabilità civile. I sondaggi di fine settimana, che di fatto hanno confermato la dissociazione eclettica su cui si fonda la coalizione, non hanno finalmente deviato la retorica politica. Meglio manager efficiente ed onesto che leader di parte populista e manipolatore.

Ma direi che il messaggio va oltre una timida onestà: svincolarsi da posizioni di parte preconcette e shabloniot per approfondire un dialogo concreto fondato su fatti precisi e indirizzato a decisioni equilibrate e produttive è senza dubbio un valore rilevante ed attuale non solo nell’ambito dell’Assemblea delle nazioni, ma anche e soprattutto nei confronti di una società globale abbagliata da dicotomie manichee e da immagini da rotocalco.

Ingenuità innocente, efficienza onesta o cinico pragmatismo e prosopopea pericolosa?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Claudio Millul, Haifa

 

 

Tel Aviv, foto di Giulio Momigliano