OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-229 CHESHVAN 5782

 

 

Israele

 

 

 

Educazione civica in Israele

Rimmon Lavi

 

 

Può l'educazione civica consolidare le fondamenta democratiche di una società? Pongo questa domanda in seguito a due articoli di Anna Segre su Moked, da cui ho scoperto, con mia sorpresa, che solo adesso questa materia è diventata una disciplina a sé nelle scuole pubbliche italiane. Io invece mi ricordo le animate lezioni sulla costituzione italiana nei primi anni '60 col nostro professore di storia, Luciano Segre, al liceo ebraico di Milano. L'esperienza israeliana pare non confermare questa speranza.

 

Scolaretti, foto di Giulio Momigliano
 

Le origini

In assenza di tradizione democratica tra la maggioranza degli "olim" delle ondate di immigrati dai paesi dell'Europa dell'est e dai paesi arabi nel primo decennio dalla fondazione dello stato, questa materia è stata obbligatoria in Israele quasi fin dall'inizio, sperando così di amalgamare le nuove generazioni, non solo con la nuova lingua comune, ma anche con il rispetto delle forme di vita civile in un moderno stato indipendente (ciò che Ben Gurion chiamò "mamlachtiut").

Malgrado le diverse personalità politiche che hanno coperto la carica di Ministro dell'educazione in Israele dagli anni '50 fino a oggi, passando per quasi tutti i partiti dalla sinistra sionista alla destra nazionalista o religiosa, e per tutte le varie coalizioni, le intenzioni dichiarate hanno sempre mirato ai valori della democrazia liberale, accentuando la necessità di trovare più o meno un equilibrio tra il potere della maggioranza, la difesa dei diritti del singolo cittadino e il carattere nazionale d'Israele come focolare del popolo ebraico. È vero che di tanto in tanto al parlamento o nei media sono stati criticati capitoli di testi approvati dal ministero o insegnanti specifici, a volte sostenuti, a volte rimproverati da questo o quell’altro ministro per aver introdotto in classe o permesso discussioni su temi controversi (come per esempio la tragedia dei profughi palestinesi in seguito alla Guerra d'indipendenza del 1948 e alla creazione dello Stato d’Israele). Bisogna riconoscere che raramente il programma di studi, la preparazione degli insegnanti e la carriera di quelli posti in discussione è stata colpita seriamente dall'identità politica del ministro. Direi piuttosto che l'atmosfera generale nel paese ha influenzato l'interpretazione dei concetti fondamentali nell'ambito scolastico: fino al 1966 nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione le limitazioni alla libertà della popolazione araba sottoposta all'amministrazione militare; dopo l'avvento della destra al potere si è gradualmente incrinato il principio della difesa dei diritti del singolo di fronte al potere della maggioranza, che aveva a suo tempo contenuto l'egemonia laburista dominata da Ben Gurion. Questi infatti aveva coltivato il centralismo, usando i servizi segreti contro ogni opposizione di destra e di sinistra, cercando per esempio di chiudere il giornale comunista e corrompendo collaboratori tra gli arabi. Begin, invece, aveva ricavato dalla sua esperienza prima di lotta clandestina e poi di opposizione oppressa un legalismo democratico liberale che dopo la sua morte sta scomparendo del tutto tra gli eredi del suo campo politico, ormai destra sovranista.

 

Il sistema attuale

 Già dalla nona classe della scuola pubblica, cioè circa dall'età di 15 anni, il programma di educazione civica dovrebbe preparare progressivamente gli alunni fino all' esame di maturità, per un minimo di due crediti obbligatori in questa materia sui 21 totali richiesti per ottenere il certificato che permette l'iscrizione all'università. È anche possibile aggiungere tre crediti in più, con lavoro personale di ricerca e di approfondimento (come anche in altre materie base obbligatorie, come matematica, inglese, lingua e letteratura ebraica o araba, Bibbia), o con un progetto personale nella comunità. Durante la nona classe sono previste due ore settimanali, e altrettante per ogni anno seguente, ma queste possono poi essere cumulate per usarle in modo flessibile a discrezione del preside e degli insegnanti della scuola, includendo anche visite al Parlamento, in tribunale e nei ministeri. Molti alunni si presentano all'esame di maturità in questa materia alla fine dell'undicesima classe, e possono sostituire il 30% dell'esame esterno con attività educative nel campo civile e sociale. I professori sono in genere quelli che insegnano anche storia o altre materie umanistiche, ma non sempre. Per lo più l'educazione civica è affidata all'insegnante incaricato dello sviluppo sociale della classe e delle attività extracurriculari e di attualità.

Formalmente il programma di studio è unico per tutte le divisioni autonome che formano il sistema scolastico israeliano (laico, religioso, agricolo e arabo) ma in pratica ci sono notevoli differenze d'interpretazione, e nell'uso stesso dei testi validati o raccomandati dal ministero, mentre il sistema ortodosso indipendente (ma pienamente sovvenzionato dallo stato) ignora completamente questa materia.

Bimbi di kibbutz, foto di Giulio Momigliano
 

Come si specchia nella realtà attuale?

Dovremmo dunque aspettarci una preparazione civica e democratica ben radicata nelle generazioni cresciute in Israele attraverso tale sistema scolastico, che già formano la maggioranza della popolazione adulta. Invece ecco per esempio tendenze preoccupanti nei sondaggi sulle posizioni dei giovani svolti dall'Istituto israeliano per la democrazia e da sociologi dell'Università di Tel-Aviv, secondo i quali il 51% avrebbe già nel 2004 favorito il divieto per i cittadini arabi di essere eletti al Parlamento, malgrado l’adesione a concetti generali di libertà e di uguaglianza civile, libertà di opinione e potere della maggioranza (ma solo per gli ebrei), con aspirazione a una forte leadership. E queste tendenze si rafforzano nella popolazione ebraica del paese, divisa sempre di più su spaccature politiche, etniche e sociali, esasperate durante gli anni del Netanyahu al potere. Il principio di eguaglianza sembra sempre più minacciato: aumenta per esempio di continuo il sostegno alla proposta di annullare la cittadinanza ad arabi "sospetti", e cresce la critica a un eventuale intervento della Corte Suprema in difesa della legalità democratica. Durante i coprifuoco forzati per il Covid19 già si era formata una reazione autoritaria e quasi razzista contro le affollatissime e povere comunità ortodosse. Anche ultimamente, in seguito alle sommosse nelle città miste, dovute agli eventi a Gerusalemme, ai missili di Hamas da Gaza su metà d'Israele e alla grave risposta israeliana su Gaza, le tendenze antidemocratiche, soprattutto tra i giovani ebrei e arabi, si sono esacerbate.

 

I fattori esterni

Il prof. Shlomo Avineri sostiene che la democrazia israeliana è più stabile di quanto si tema perché è fondata non tanto sulle basi amministrative del mandato britannico (di tipo coloniale, che non trasmettevano la tradizione democratica conquistata in Inghilterra durante i secoli, non cristallizzata in una costituzione formale) quanto sulle tradizioni di autonomia comunitaria ebraica nella diaspora, anche sotto regimi dispotici dei "gentili", sia in Europa dell'Est sia nei paesi musulmani. Secondo lui questa tradizione, per cui non l'autorità religiosa ma quella eletta consensualmente dirigeva la comunità, sarebbe più democratica, pluralista, tollerante e diffidente del dispotismo – come infatti si era realizzata nei Congressi Sionistici. Mi pare che l'influenza di questa tradizione si stia riducendo, proprio a causa della politicizzazione dell'apparato religioso divenuto di stato e dello sfruttamento reciproco dei vari partiti e dei gruppi religiosi ortodossi.

Anche l'assenza di alternanza frequente al governo tra maggioranza e minoranza, del tipo anglo-sassone, sia durante i 19 anni di egemonia della cosiddetta sinistra, sia durante gli ultimi decenni di egemonia della destra assieme ai religiosi, ha abituato il pubblico ad accuse di "tradimento" in caso di eventuale cambio al potere. La possibilità per una minoranza attuale di divenire maggioranza è fondamentale per una democrazia liberale, ma il concetto stesso, come quello di vera uguaglianza, è problematico in uno stato etnocentrico, in cui la maggioranza ebraica è espressione della sua raison d'être: quindi il concetto stesso sfuma anche nel gioco elettorale tra gli ebrei stessi e nella prassi legislativa (come per esempio nella Legge costituzionale della Nazione ebraica del 2018).

 

Prospettiva?

Potrebbe una costituzione formale assicurare la stabilità della democrazia liberale e impedire che degeneri in un sistema tecnico di elezioni "libere", con legalizzazione della dittatura della maggioranza? La situazione in Italia malgrado la splendida Costituzione italiana permette poco ottimismo.

In Israele gli ortodossi hanno bloccato a suo tempo la costituente e continuano a bocciare una legislazione costituzionale che difenda l'eguaglianza tra cittadini di tutti i sessi, religioni ed etnie. La polarizzazione esasperata da Netanyahu negli ultimi due anni e i recenti eventi traumatici tra arabi ed ebrei nelle città miste hanno indotto alcuni esperti in pedagogia a promuovere una rivalutazione e riforma dell'educazione civica: in seguito a critiche pubbliche sull'insegnamento troppo tecnico della materia, viene attualmente permessa molta più autonomia e flessibilità ai presidi, perché si dia maggior peso ai principi fondamentali della democrazia più che all’ordinamento dello stato e ai meccanismi istituzionali.

Mi pare che le esperienze in Israele, con educazione civica obbligatoria da 60 anni ma senza costituzione, e in Italia, con costituzione ma fino a poco fa senza educazione civica formalmente organizzata, fanno dubitare che un elemento senza l'altro possa bastare a consolidare la democrazia liberale: forse non basterebbero neppure tutte e due assieme, senza una tradizione creata lentamente nei secoli attraverso crisi politiche e sociali.

La storia di più di due secoli dalla rivoluzione francese ci mostra che per ottenere l'indipendenza tutte le nazioni si sono liberate da gioghi imperiali, coloniali o dispotici, sventolando gli ideali di Liberté, Égalité, Fraternité che sono alla base della democrazia liberale. Ma tutte hanno traversato, più o meno presto, periodi più o meno lunghi di esasperazione nazionalista, a volte totalitaria, sempre congiunta con xenofobia e intolleranza verso le minoranze etniche e politiche e verso i diritti del singolo cittadino. Speriamo che Israele, nata dall'esperienza più terribile delle conseguenze estreme del razzismo e del totalitarismo, sappia ridurre al minimo, fosse vero anche grazie alla riforma in corso dell'educazione civica, questo pericolo interno.

Rimmon Lavi, Gerusalemme

 

Lezione di agricoltura, foto di Giulio Momigliano