OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-230 CHESHVAN 5782

 

 

Storia e memoria

 

 

 

Abramo il talebano

Alessandro Treves

 

 

Ci ricorda qualcosa? La rapida riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, con la (ri)proclamazione dell’Emirato Islamico, può aver evocato, pur fra tante differenze, le rapide conquiste dello Stato Islamico, 7 anni e mezzo prima, nell’Iraq occidentale e nel medio Eufrate siriano. Kabul, la Parigi dell’Asia centrale, luogo di incontro di etnie diverse, che indifesa viene sommersa da una marea inarrestabile e selvaggia, che la riporta sotto un fanatismo violento, teso a cancellare ogni traccia di civiltà. Le donne intimidite e cacciate dalla vita pubblica e dall’istruzione. Le residue vestigia di altre culture minacciate anch’esse di distruzione, come già le statue di Bamiyan ed i templi di Palmyra. L’islam fondamentalista, come sottomissione e negazione del progresso verso la libertà individuale. 

Il medio Eufrate, ultimo caposaldo dello Stato Islamico, ha però conosciuto un altro processo regressivo, di smantellamento di una civiltà urbana multiculturale ed evoluta, un processo dalle radici profonde, e l’islam non c’entra niente. È successo nella prima metà del secondo millennio aEV, e lo racconta il grande archeologo Giorgio Buccellati. In una regione che, dopo la liquidazione dello Stato Islamico, tendiamo ora ad immaginare come un non-luogo, tutt’al più come il confine fra il deserto ancora in mano al regime siriano ed il quasi-deserto controllato dalle milizie a guida curda, era invece fiorita in un passato remoto la città di Mari, progettata e fondata cinquemila anni fa per favorire i traffici sull’Eufrate. Centro di commerci, dell’industria anche metallurgica, d’irradiazione della cultura sumera, ma con popolazione mista e plurilingue, Mari era arrivata forse a quarantamila abitanti, ed in contatto e competizione con Ebla e poi Aleppo a nord-ovest, con Subartu/l’Assiria a nord-est, con le varie città stato della Bassa Mesopotamia a sud-est, era stata un po’ il cuore pulsante di quel mondo siro-mesopotamico, culla della civilizzazione, che è emerso con maggiore chiarezza dallo studio delle tavolette cuneiformi rinvenute a Mari come ad Ebla ed altrove. Fino al 1761 aEV, quando viene conquistata e poi distrutta da Hammurabi. Il regno di Khana di cui Mari era stata il nucleo sopravvive in qualche modo per un secolo e mezzo, trasferendo la sua capitale nella più piccola città di Terqa, poco più a nord sull’Eufrate, fino almeno al raid degli Ittiti in 1595 aEV. E dopo? Non è che la popolazione venga sterminata, o deportata in massa. Anzi, in un certo senso si ricompatta attorno a quella che era già da tempo la sua componente maggioritaria, i Khana appunto, amorrei, ovvero pastori semiti dell’Ovest. I quali però lasciano decadere le strutture e lo spirito della società urbana, con i suoi templi dove si veneravano divinità sia semite che sumere, la sua burocrazia, i suoi scribi ed i suoi archivi, e riassumono i connotati di compagini tribali, semi-nomadi. A nord, la sinistra per gli antichi che guardavano al sorgere del sole, i clan bensimaliti, i figli della sinistra, a sud i beniaminiti, i figli della destra probabilmente antenati di quelli poi annoverati fra le tribù d’Israele, ma l’orizzonte cui guardano queste popolazioni amorree non è più quello davanti a loro, della Mesopotamia, ma indietro, verso il deserto dell’odierna Siria centrale. Questo ci racconta Buccellati, professore emerito a Los Angeles. È all’indietro, āḫarātum, che cresce il potere degli amorrei, fino a raggiungere la costa del Mediterraneo, fra Ugarit e Byblos, e ad interporsi, nella tarda Età del Bronzo, non già ad est fra Ittiti e Mesopotamia – ruolo semmai preso dai Mitanni – bensì a ovest fra Ittiti ed Egiziani, come in occasione della battaglia di Kadesh.

Ma cosa ne è poi degli amorrei? Dopo essere stati chiamati in causa per secoli, dagli egiziani, dagli eblaiti, dagli assiri, dai sumeri che li deridono per i loro modi primitivi, questi pastori semi-barbari in parte si integrano con le popolazioni sedentarie, come a Babilonia, dove danno origine alla sua prima dinastia, in parte sembrano uscire di scena – tranne forse riapparire più tardi sotto altro nome. Studiosi come Daniel Fleming a New York, o Daniel Bodi alla Sorbona, li connettono esplicitamente, con gli aramei dei secoli successivi (cui si fa chiaro riferimento in iscrizioni assire circa del 1100 aEV, e che occupano un’area simile nell’attuale Siria) e ancora più a sud con i figli d’Israele. O almeno con i cananei, fra i quali infatti sono citati più volte nella Bibbia, probabilmente perché impressi nella memoria collettiva. Elementi di continuità sociale, onomastica, nei costumi matrimoniali e religiosi indicano una sostanziale discendenza, ancorché forse parziale. E soprattutto rispondono a una domanda che riemerge da sempre: ma non potevano i discendenti di Abramo trovarsi un riferimento ancestrale un pochino più garbato che non uno che, secondo il midrash, distrugge le statue delle divinità altrui, come i talebani avrebbero fatto molti anni dopo a Bamiyan? Non potevano, probabilmente, perché la figura di Abramo non se l’erano inventata a tavolino, tendono a rispondere gli storici moderni. In un sorprendente ribaltamento della filologia biblica classica, incline a posticipare eventi e personaggi, e a considerarne altri come frutto di un’immaginazione di molto posteriore, molti vedono ora nell’età dei patriarchi solide basi di verosimiglianza, che la collocano fra gli amorrei della prima metà del secondo millennio, forse attorno al 1700 aEV. Alcuni secoli dopo, l’alterità di Mosè poteva farlo immaginare come cresciuto alla corte del Faraone, ma Abramo invece era uno di noi, e rifletteva sempre il complesso d’inferiorità dei semi-nomadi amorrei, quelli che non si erano realmente integrati nelle città, si erano magari arricchiti con la pastorizia, ma erano rimasti rozzi e analfabeti, “non coltivavano i cereali, mangiavano la carne cruda e non seppellivano i loro morti” (come dicevano di loro i sumeri, a dire il vero alcune generazioni prima). “Un Arameo errante fu mio padre” (Devarim, 26,5), dove errante (ʾōbēd) secondo l’esegesi di Alan Millard corrisponde al termine munnabtūtu in accadico, che indica un rifugiato, un richiedente asilo ma anche, agli occhi dei sedentari, un predone. Equazione ripresa più tardi da Matteo Salvini. 

Nella decadenza della civiltà urbana di Mari si possono così intravedere le tracce dell’emergere di un’identità, che poi è all’origine della nostra, distinta non su basi etniche o linguistiche, ma sociali. Non etniche, perché erano di origine amorrea anche popolazioni semitiche occidentali felicemente dissoltesi nelle società mesopotamiche, il re babilonese Hammurabi fra tutti. Non linguistiche, perché le differenze fra i dialetti semitici occidentali sono minori. Della continuità linguistica in terra di Canaan, prima e dopo il supposto ricambio di popolazione seguito all’Uscita dall’Egitto, era convinto assertore Felice Israel, scomparso il 22 settembre. Esperto di ammonita e moabita, sosteneva che o dall’Egitto erano usciti in pochi, e pronti ad assimilarsi linguisticamente, oppure i nuovi arrivati erano parenti stretti delle popolazioni cui avrebbero sottratto la terra, perché l’evidenza epigrafica indica che la lingua locale, come anche il cananeo che traspare dalle lettere di El Amarna, era diretta antenata dell’ebraico biblico arcaico.

Forse, avrebbe concluso Felice sogghignando nel suo non-sionismo, sarà stato di fronte alla propria inferiorità sociale, da parenti poveri, che i rifugiati guidati da Giosuè diventarono i predoni che siamo tuttora. Un’interpretazione divertita, ma non tanto fuori luogo, se pensiamo ai diversi nomi propri che si sono riscontrati negli archivi reali di Mari, e che suonano tutti come “il mio protettore non è da meno del vostro”. Iawi-Adad (o Iaḫwi-kî-Adad), Iawi-El (o Iaḫwi-kî-El), Iawi-EraḫIawi-Dagān sono i nomi citati da Daniel Bodi che sembrano esprimere un disperato desiderio di sentirsi accettati, già ai tempi di Abramo, da quella società urbana che venerava divinità come Adad, Dagān, El ed Eraḫ, e che qualche secolo dopo in terra di Canaan sarebbe stata sopraffatta dalle dodici tribù. Non possiamo che augurarci che agli Hazara, ai Tagiki, agli Uzbechi, ai Pashtun più evoluti tocchi una sorte migliore di quella che tremila anni fa riservammo ai cugini Ghirgashiti, Cananei, Perizziti e Gebusei.

Alessandro Treves – Trieste e Tel Aviv 

 

Per approfondimenti: 

Daniel Bodi “Is There a Connection Between the Amorites and the Arameans?” ARAM 26/1&2 (2014), 383-409. 

Giorgio Buccellati “From Khana to Laqe: The End of Syro-Mesopotamia” in Tunca, De la Babylonie à la Syrie, en passant par Mari (1990) Mélanges Kupper, Liège, pp. 229-253. 

Daniel E. Fleming “The Legacy of Israel in Judah’s Bible: History, Politics, and the Reinscribing of Tradition” (2012) Cambridge: Cambridge University Press. 

Felice Israel, “L'arameo errante e le origini di Israele” in The World of the Aramaeans I : biblical studies in honour of Paul-Eugène Dion. (2001) Sheffield: Sheffield Academic Press.

 

 

 

Ospitalità di Abramo, dall’Haggadah di Altona, 1740