OTTOBRE 2021 ANNO XLVI-229 CHESHVAN 5782

 

 

Storia e memoria

 

 

 

Complice di Hitler o salvatore di ebrei?

Giorgio Berruto

 

 

 

L’apertura degli archivi del pontificato di Pio XII, avvenuta il 2 marzo 2020, ha suscitato un ritorno di interesse dei media per una questione intensamente dibattuta in anni recenti. Finalmente sapremo dunque la verità? Non proprio, perché quella del documento decisivo e dell’archivio incontaminato pronto a fornire ogni risposta costituisce una visione mitica, come sanno bene gli addetti ai lavori, cioè gli storici come David Bidussa, autore della Misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948. Le scelte di fondo di Bidussa sono di dare ampio spazio alla documentazione sia nel testo sia in appendice e non isolare gli anni della guerra (1939-1945), prendendo invece in considerazione un periodo più vasto che comprende gli anni trenta e il dopoguerra fino al 1948. Soltanto in questo modo è possibile cogliere la complessità della politica internazionale del Vaticano, all’interno della quale, nel periodo considerato, l’antisemitismo rappresenta soltanto una delle molte questioni e non la principale per attribuzione di importanza da parte dei protagonisti.

Sia sotto il pontificato di Pio XI, sia sotto il successore Pio XII, la Chiesa identifica chiaramente un nemico principale, l’unico di fronte al quale non viene preso in considerazione alcun compromesso. Si tratta del comunismo, ritenuto avversario irriducibile per contrastare il quale si suppone legittimo l’accordo con il nazismo tedesco e a maggior ragione con il fascismo italiano fautore del Concordato (ma anche, qualche anno più tardi, con gli Alleati occidentali, guardati come minimo con sospetto dalla Santa Sede: la Francia laica, il Regno Unito scismatico, gli Stati Uniti protestanti e capitalisti). Il dialogo con fascismo e nazismo, mai interrotto da parte della Chiesa, oscilla tra tentativi strumentali in ottica antibolscevica, tensioni per il ruolo educativo che i regimi aspiranti totalitari evocano a sé e per i culti delle nuove religioni politiche (che in Germania aprono anche a forme di paganesimo), contrattazioni e ricomposizioni. Negli ultimi anni di Pio XI da una parte crescono i motivi di attrito, dall’altra la guerra civile spagnola porta la Chiesa a schierarsi dalla parte dell’insurrezione franchista, che forte dell’appoggio del clero chiama alla crociata nel contesto di uno scontro di civiltà tra anticomunismo e antifascismo che metterebbe a rischio l’identità storica della Spagna, già aggredita da un complotto giudaicomassonico portatore di malattie come la rivoluzione e la democrazia. L’Europa che la Chiesa difende, identificata con la cristianità, è in questa ottica in pericolo per l’avanzata dell’Antieuropa, rappresentata non dalla Germania di Hitler bensì dal bolscevismo sovietico. Bidussa sottolinea peraltro una certa continuità nell’atteggiamento verso il nazismo tra Pio XI e Pio XII, con la diplomazia vaticana che fino al 1942 si muove sulla linea della conferenza di Monaco del 1938 nel cercare la pace a ogni costo (con l’esclusione dell’Unione sovietica, con cui si continua a non prendere in considerazione alcuna trattativa).

E gli ebrei? Pio XII va considerato un papa complice di Hitler oppure il salvatore di tanti perseguitati negli anni della Shoah? Come ha scritto Anna Foa, la ricerca storica deve muoversi al di fuori di queste due leggende, funzioni di un clamore mediatico che ostacola il giudizio ponderato. Tuttavia la scelta operativa dal basso di aiutare, soprattutto durante gli ultimi anni di guerra, nel complesso non si giustifica con uno schieramento politico e culturale della Chiesa, da cui l’accusa mossa al papa di essere rimasto in silenzio. È pur vero che il programma di deportazione dell’intera comunità ebraica romana, dal punto di vista tedesco, fallisce in larga misura dopo la retata del 16 ottobre 1943, a differenza da quanto accade contemporaneamente in altri luoghi dell’Europa occupata, e che l’immagine positiva del papa è diffusa nell’immediato dopoguerra proprio da parte ebraica. Altrettanto rilevante è constatare la piena sopravvivenza dell’antisemitismo tradizionale cattolico nel dopoguerra su tutto il Continente e in particolare in Polonia, dove nel 1946, al ritorno di pochi sopravvissuti dei campi nella città di Kielce, segue un pogrom a cui la Chiesa risponde tacendo oppure, quando interviene, difendendo gli esecutori del massacro. Di sicuro interesse anche le pagine dedicate alla politica vaticana in relazione alla questione del mandato britannico sulla Palestina. Pio XII, come il suo predecessore, è fermamente contrario a ogni ipotesi di spartizione, sebbene accordi preferenza alla parte araba, tra le altre cose, anche per il timore di un’espansione comunista in Medio Oriente grazie alla diffusione dei kibbutzim. Muovendosi oltre le sterili alternative simmetriche di demonizzazione o santificazione, il volume di Bidussa, di facile lettura, è un contributo importante alla comprensione di una figura e di una politica di cui non si smetterà di parlare.

 

Giorgio Berruto

 

David Bidussa, La misura del potere. Pio XII e i totalitarismi tra il 1932 e il 1948, Solferino, Milano 2020, pp. 272, € 17