Giorno della memoria

 

I pericoli dell’antishoacentrismo

di Anna Segre

 

La memoria della Shoà ha assunto un peso eccessivo nella vita e nella cultura ebraica di oggi? È un dubbio che si sente sollevare spesso, soprattutto nelle vicinanze della giornata della memoria. Qualcuno parla di shoacentrismo. Occorre però domandarsi se l’antishoacentrismo non sia altrettanto pericoloso.

Quando qualcuno al di fuori del mondo ebraico afferma che si parla troppo di Shoà, le nostre antenne si drizzano immediatamente e sentiamo puzza di revisionismo, se non di negazionismo. E non del tutto a torto, perché chi nega la centralità della Shoà nella storia contemporanea probabilmente non ne riconosce le peculiarità e ne ridimensiona la portata. Ma, allora, perché questa sottovalutazione non ci appare altrettanto pericolosa quando si manifesta all’interno del mondo ebraico?

Ci sono vari generi di antishoacentrismo. Ai tempi della nascita dello stato di Israele si voleva creare un nuovo tipo di ebreo, forte, padrone del proprio destino, alternativo all’ebreo della diaspora e alla sua (supposta) passività; si voleva voltare pagina e creare un mondo nuovo, e per questo di Shoà non si parlava volentieri. Potremmo definirlo un antishoacentrismo politico.

Oggi apparentemente accade il contrario: la Shoà è diventata la chiave di lettura della storia ebraica in ogni luogo ed epoca: secondo questa visione gli ebrei sono sempre stati perseguitati e sempre lo saranno, quindi non devono mai fidarsi di nessuno, non devono mai scendere a compromessi e devono basarsi solo sulle proprie forze. La Shoà viene tirata in ballo in continuazione, i riferimenti si sprecano e si paragona ad Hitler chiunque capiti a tiro, compresi gli stessi dirigenti dello stato di Israele. Ma questo non è parlare troppo di Shoà, è parlarne a sproposito; è una cosa del tutto diversa, forse addirittura opposta: chi parla a sproposito difficilmente sa troppo; molto probabilmente non sa o sa poco. Spesso si ritiene che l’eccessiva insistenza sulla Shoà porti gli ebrei, e in particolare gli israeliani, a sentirsi in diritto di fare qualunque cosa. Siamo sicuri, però, che questo accada davvero perché si parla troppo di Shoà e non perché se ne parla troppo poco? Siamo sicuri che chi parla di metodi nazisti riferendosi, per esempio, all’evacuazione dei coloni da Gaza abbia le idee chiare su cosa fossero davvero i metodi nazisti? Non viene il sospetto che questi paragoni derivino non da un eccesso di informazione, ma, anzi, da un’informazione troppo vaga, confusa e superficiale? E non si può legittimamente sperare che il vizio di citare la Shoà a sproposito possa essere curato con un bombardamento assiduo di immagini e testimonianze che costringano a ricordare in ogni istante cosa è stata davvero la Shoà?

Il sospetto mi sembra legittimo perché gli ambienti da cui questi paragoni provengono non sono quelli in cui la Shoà si studia di più, ma forse proprio quelli in cui se ne parla di meno, come il mondo religioso, nel cui ambito si dà poco peso alla storia. E questo ci porta all’altro tipo di antishoacentrismo che vorrei analizzare, quello di natura culturale-religiosa.

Questo secondo genere è più insidioso perché in apparenza è assolutamente giustificabile e sensato: l’ebraismo non è solo la memoria della Shoà; parlare troppo di Shoà, darsi da fare per la giornata della memoria, sottrae alle comunità e ai singoli energie preziose, che potrebbero essere utilizzate nello studio e nell’approfondimento culturale.

In alcuni casi può essere vero, ma in altri mi sembra profondamente ingeneroso: quanti testimoni che sono chiamati nelle scuole non preferirebbero starsene nella propria comunità a sentire una bella lezione di Torà o a fare un bel dibattito culturale piuttosto che andare ad affrontare platee di giovani non sempre benevoli, rievocando ricordi dolorosi? Quanti dirigenti di comunità non preferirebbero organizzare una cena di Shabbat o una bella giornata di festa piuttosto che dover rispondere a continue chiamate, cercare testimoni da mandare di qua e di là, organizzare convegni su temi tutt’altro che piacevoli? Altro che utilizzare la Shoà come sostituto della propria cultura ebraica. Molti farebbero volentieri a meno di tutto questo, ma lo sentono come un dovere, che poi è anche una mitzvà: ricordati di quello che ti ha fatto Amalek. Non possiamo eliminare la Shoà o cancellarne gli effetti semplicemente smettendo di parlarne. Saremmo tutti molto più contenti se non fosse accaduto, ma è accaduto. Magari potessimo dedicare tutte le nostre energie allo studio dell’ebraismo senza doverci preoccupare della memoria! Magari ci fossero ancora tra noi i rabbini e i pensatori che sono stati uccisi nei campi di sterminio, o almeno i loro allievi! Magari potessimo leggere e studiare i testi che avrebbero potuto scrivere negli anni successivi! Non possiamo eliminare il danno che è stato inferto alla cultura ebraica facendo finta che la cultura ebraica sia sempre la stessa e non si sia impoverita con l’uccisione in pochi anni di un terzo degli ebrei.

C’è qualcosa di strano nell’antishoacentrismo religioso, perché il mondo religioso è sicuramente quello che ha subito la maggiore devastazione e probabilmente conta il maggior numero di vittime. Credo sia legittimo ipotizzare che prima della seconda guerra mondiale la maggior parte degli ebrei nel mondo fosse ortodossa e probabilmente osservante, mentre alla fine della guerra, con la distruzione del mondo ebraico dell’Europa orientale (e ancora di più successivamente con l’emigrazione forzata degli ebrei dai paesi arabi), i non osservanti erano diventati la maggioranza e i non ortodossi in proporzione erano nettamente aumentati. Perché chi attribuisce primaria importanza all’osservanza delle mitzvot non ritiene importante ricordare questa doppia (dal suo punto di vista) perdita?

Immaginiamo un’università che a seguito di una catastrofe perdesse una parte consistente di professori; non sembrerebbe un po’ sospetto se negli anni seguenti l’università andasse avanti facendo finta di nulla e i nuovi docenti si mostrassero poco inclini ad onorare la memoria dei propri predecessori? Il paragone con i rabbini di oggi è certamente un po’ forzato, tuttavia in entrambi i casi c’è il rifiuto di riconoscere una perdita. È legittimo domandarsi che cosa avrebbero potuto dire e scrivere migliaia di maestri in più, se non fossero stati uccisi: l’alakhà avrebbe preso la medesima direzione? Sarebbero state trovate soluzioni più coraggiose e innovative di fronte alle sfide del mondo contemporaneo? Oggi, su alcuni temi, il mondo ortodosso appare troppo rigido e non sempre capace di dare risposte soddisfacenti ai problemi concreti che si pongono; forse, però, prima di attribuire questi difetti all’ortodossia in sé, occorrerebbe ricordare che parliamo di un mondo che è stato sradicato geograficamente e quasi dimezzato numericamente.

Appare comunque un po’ inquietante la tendenza a ridimensionare la gravità della Shoà riducendola ad un evento come tanti altri nella storia ebraica, l’insistenza a continuare a fare tutto esattamente come prima (pensiamo alle polemiche sull’opportunità di aggiungere una lettura di due o tre minuti in tre ore di seder di Pesach); a volte sembra davvero che a tutti i costi non si voglia vedere l’irreparabile gravità di ciò che è accaduto. La Shoà è stata un evento per certi aspetti unico nella storia del popolo ebraico e deve essere ricordata con gesti e parole specifici. Se non si accetta questo, significa che si negano quegli aspetti specifici che invece indiscutibilmente ci sono stati: o si ridimensiona la gravità della Shoà o si esagera la gravità dei precedenti fenomeni di antisemitismo. In entrambi i casi è una mistificazione storica, che non è mai una buona cosa.

Se l’antishoacentrismo politico (o l’ipershoacentrismo a sproposito, che è lo stesso) si supera con una più diffusa consapevolezza di ciò che è stata realmente la Shoà, l’antishoacentrismo religioso si potrebbe superare con una ritualizzazione della memoria, che permetterebbe di percepirla non come una distrazione o deviazione dalla cultura ebraica ma come parte integrante di essa. È un processo che richiede molto tempo, probabilmente più generazioni; ma è una strada che prima o poi dovrà essere intrapresa e l’antishoacentrismo ad oltranza non va in questa direzione.

Anna Segre