Iran

 

Non c’è più tempo

di Emanuele Ottolenghi

 

In un discorso pronunciato recentemente al convegno annuale di MILCOM (la più importante conferenza internazionale in comunicazioni militari) il direttore nazionale dell’intelligence americano, Michael McConnelly, ha così affrontato la minaccia nucleare iraniana: "L’Iran sta attualmente cercando di produrre materiale fissile. Sospettiamo - anche se non possiamo dimostrare - che l’Iran aspira segretamente a costruire un’arma atomica...". La cautela nel commento di McConnelly è comprensibile - dopotutto, solo un anno fa, con la pubblicazione della National Intelligence Estimate sul programma nucleare iraniano la sua agenzia aveva sostanzialmente assolto il regime di Teheran, affermando che l’Iran aveva abbandonato il suo progetto nucleare militare nel 2003. In realtà l’intelligence americana non è così sicura di questa svolta - dal che le parole di McConnell. E a giudicare dalla rapidità con cui gl’iraniani avanzano nei loro progetti, forse lo sapremo prima di quanto giudichino le stime americane, piuttosto conservatrici rispetto a quelle francesi e israeliane.

Intanto c’è il test del nuovo missile iraniano Sejil. Con tutta la cautela del caso, le foto del test effettuato dagli iraniani il 12 novembre indicano che si tratta di un missile con caratteristiche molto simili allo Shahab 3 - il missile iraniano a lunga gittata (2.000 chilometri) in dotazione alle forze armate iraniane dall’estate del 2003. In particolare, gli esperti notano dalle immagini disponibili del test del Sejil che ci sono simili dimensioni e simile testata a forma di biberon che potrebbe contenere una testata atomica - ma il missile secondo la scia di fumo sembrerebbe a combustibile solido, quindi a dispiegamento più rapido e potenzialmente più preciso.

Poi c’è il reattore nucleare di Arak - che potrebbe essere impiegato per produrre plutonio - la cui costruzione sta accelerando in maniera inattesa. Secondo un recente rapporto pubblicato dall’Institute for Science and International Security, la volta del reattore è quasi completa, così come quella delle torri per il raffreddamento - strutture assenti da rilevamenti da satellite fatti nel febbraio 2007. Una volta completato e attivato, il reattore di Arak potrebbe produrre, a condizioni ottimali, nove chili di plutonio all’anno - sufficienti per due bombe atomiche. Infine, esiste una proiezione fatta dal Wisconsin Project for Arms Control, basata sui dati forniti dai periodici rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, secondo cui l’Iran potrebbe avere sufficiente materiale fissile per una bomba entro la fine di gennaio - anche se dovrebbe poi reinserirlo nelle centrifughe per aumentarne il contenuto d’uranio, rimandando fino a Pasqua il momento in cui l’Iran potrebbe disporre di materiale sufficiente per il suo primo ordigno. Certo, non esistono indicazioni di alcun tipo che l’Iran intenda procedere in atti dimostrativi tesi a segnalare al mondo di avere oltrepassato la soglia nucleare. L’Iran potrebbe lasciare che gli ispettori dell’AIEA ‘scoprano’ in un futuro rilevamento, che le centrifughe iraniane stanno arricchendo a livelli superiori al 5% (la soglia critica) ma ben inferiori al 90% (il livello di arricchimento per materiale fissile da armi nucleari). Ne dedurremmo una capacità tecnologica di arricchire a scopi militari senza violazione tecnica da parte iraniana del regime di non proliferazione (che l’Iran per altro ha già violato a causa della sua totale mancanza di trasparenza). L’Iran potrebbe anche spingersi oltre e denunciare il trattato di non proliferazione di cui è membro, bloccando ogni futura ispezione e lasciando il mondo all’oscuro - e la risultante ambiguità avrebbe effetti simili a un test nucleare. Certo, prima o poi l’Iran potrebbe decidere di fare un test - ma difficilmente farebbe ciò prima di avere accumulato sufficiente materiale fissile per almeno due bombe, per evitare attacchi a sorpresa o escalation prima di essersi sufficientemente garantito una copertura. Potrebbe insomma seguire l’esempio della Corea del Nord, che dopo aver negoziato accordi convenienti procedette a violarli, denunciò e abbandonó il trattato e procedette successivamente a costruire una bomba e condurre un test nucleare. Le aperture diplomatiche alla Corea del Nord, di conseguenza, sono molto più generose. L’Iran potrebbe fare lo stesso, potendo contare sul fatto che l’acquisizione di un arsenale nucleare darebbe a Teheran un potere negoziale immenso nei confronti dell’Occidente per ottenere i suoi scopi.

Quale che sia la strada che intraprenderà Teheran, spetta all’Occidente che ci si trovi di fronte al fatto compiuto. I rischi di un Iran nucleare sono ovvi - non tanto per il rischio di una guerra nucleare che a dispetto della retorica delirante del regime non sarebbe l’obbiettivo immediato di Teheran. Il rischio vero sta nel ricorso all’arsenale atomico come strumento di coercizione nella regione e ombrello protettivo per le politiche destabilizzanti che Teheran sostiene come mezzo per affermare la sua egemonia nel Golfo e oltre. Se l’Iran riuscisse nei suoi intenti, potrebbe ulteriormente ostacolare ogni tentativo di risoluzione del conflitto arabo-israeliano, complicare il processo di pacificazione di Iraq e Afghanistan e continuare a rafforzare la dominazione del Libano da parte dei suoi luogotenenti di Hezbollah. I paesi della regione, di fronte a un Iran così potente, risponderebbero alla stessa maniera - cercando di dotarsi a loro volta di armi nucleari. Il che scatenerebbe una corsa agli armamenti in una regione già instabile. E non occorrerebbe in quella situazione una volontà precisa di iniziare una guerra nucleare - la storia della guerra fredda ci insegna che anche in una situazione dove le potenze nucleari rivali dispongono di canali diplomatici e strumenti di comunicazione i rischi di uno scontro sono reali. Tra Israele e Iran non ci sarebbe nulla di quanto esisteva tra Mosca e Washington - telefono rosso, ambasciate, contatti, canali segreti e così via. Un successo iraniano cambierebbe in maniera drammatica le regole del gioco, come ha dichiarato il nuovo presidente americano, Barack Obama durante la sua campagna elettorale. Occorre quindi prenderne atto e riconoscere che rimane poco tempo a disposizione per impedire che tale sconvolgimento abbia luogo.

E considerando che l’amministrazione Obama potrebbe decidere di aprire un dialogo con Teheran per chiarire i giochi, nella speranza o di dissuaderla o di dimostrare agli alleati europei che nulla smuove la Repubblica Islamica, i dati suddetti dovrebbero far suonare campanelli d’allarme a Washington. L’America potrebbe ritrovarsi prigioniera della dinamica cui gli europei sono rimasti succubi - dialogo a non finire non per trovare un compromesso a tutti accettabile, ma per permettere all’Iran di guadagnare tempo. Viste le tabelle di marcia che esperti nucleari hanno recentemente dedotto, e visto l’avanzamento del programma missilistico iraniano, la futura amministrazione Obama farebbe forse meglio a riconoscere che non c’è più tempo per le chiacchiere.

Emanuele Ottolenghi