Israele

 

Moked autunnale

Alla ricerca di Israele

di David Sorani

 

Una full immersion su Israele: sull’intricato nesso tra Terra d’Israele, popolo ebraico e Torah, sul ruolo centrale ma "normalizzante" rivestito dal sionismo nella nascita sociale e politica di Israele, sul nostro intenso e complesso rapporto di ebrei della Diaspora con Israele, sul presente tormentato e sul futuro incerto di Israele. Questo il modo vivo e coinvolgente con cui il Moked autunnale dell’UCEI (Parma, 5-8 dicembre 2008) ha voluto ricordare, al di là di ogni retorica celebrativa, i sessant’anni dello Stato ebraico. La politica, almeno nel suo significato classico di attualità internazionale, per una volta è stata saggiamente lasciata fuori dalla porta, poiché erano in discussione aspetti più immediatamente legati al vissuto e all’identità stessa dei partecipanti, al significato filosofico e halakhico assunto da Israele in quanto realtà viva e in quanto dimensione spirituale.

Molti interrogativi sono certo rimasti aperti, molte nuove domande si sono aggiunte a quelle di partenza. Eppure una strada di verifica e di comprensione è stata aperta, rispetto a un tema che non può non dirsi primario per ogni ebreo. E il percorso tracciato da Rav Della Rocca, direttore del Dipartimento Educazione e Cultura e vera anima del Moked, sembrava davvero (per quanto riformulato in itinere, a causa di alcune assenze dell’ultimo momento) predisposto per condurre gradualmente i partecipanti nel cuore del problema-Israele.

Ad aprire questo viaggio coinvolgente, un’approfondita analisi del pensiero di Rav Kook condotta da Rav Michael Ascoli subito dopo ‘Arvith di venerdì, capace di prepararci - attraverso l’esame del ruolo centrale assunto dal rapporto dell’ebreo con Eretz Israel - alle riflessioni più individuali e a quelle di taglio più storico-filosofico. Poche ore dopo, in un vivace dopocena, è stato proprio il sentimento individuale, il pensiero personale dei partecipanti al Moked ad essere messo in gioco dallo psicologo Dan Segre, che ha invitato i presenti ad esprimere ciò che Israele significa per loro.

Ne è emerso un legame profondo ma variegato: per alcuni Israele è una realtà importante ma collaterale, per altri è un pezzo irrinunciabile della propria identità, per tutti è un rifugio sede di affetti e speranze; solo pochi vedono là il proprio presente o il proprio futuro; solo alcuni si dicono spezzati tra "proiezione" israeliana di sé (qualcosa che ti identifica comunque con quel Paese, a prescindere dall’accordo o dal disaccordo politico) e formazione-partecipazione italiana, spesso altrettanto radicata.

Di fatto è anche il cambiamento che la realtà israeliana ha subito dai tempi "eroici" del chalutzismo alla moderna normalità attuale a condizionare il nostro atteggiamento di ebrei della diaspora, di ebrei italiani nei confronti di Israele. Israele è ancora una parte importante di noi, ma non è più un mito ideologico e sociale: da qui una situazione di coinvolgimento e di stallo insieme, un legame complesso e in parte contraddittorio che comunque ci avviluppa a Yerushalaim.

E se le radici di questo vincolo fossero già tutte nella Torah? È quanto ha tentato di dimostrare ai mokedisti Rav Della Rocca, nel corso di un’avvincente lezione talmudica nel pomeriggio di Shabbath. Kalev è il vero eroe della situazione, secondo l’interpretazione del Talmud l’unico capace per suoi meriti di sganciarsi dagli altri esploratori diffidenti e timorosi e di spingersi sino alla grotta di Machpelà per portare un omaggio alle tombe dei padri e delle madri; per i suoi esclusivi meriti di uomo che compie un percorso, non come Giosuè per il suo status di predestinato erede di Moshè. Kalev rappresenta allora ante litteram il pioniere sionista, rappresenta l’ebreo coerente che sceglie l’alya e costruisce materialmente Israele, prima e comunque accanto a chi la costruisce spiritualmente.

Dagli esploratori biblici agli esploratori di oggi. Sabato sera la proiezione del bel film-documentario Yotvatà seguita dal dibattito con l’autore, il giovane regista italiano Corso Salani, ci ha condotto all’esplorazione di uno degli ultimi kibbutzim autenticamente socialisti rimasti in Israele.

Una realtà vissuta con entusiasmo e per molti versi ammirevole, quella dei settecento abitanti di questa struttura rigorosamente egualitaria dedita a un’importante produzione di latte e latticini.

Una realtà però anche un po’ inquietante, dove ogni attività del singolo è inevitabilmente predeterminata in funzione dell’insieme. Israele è anche questo angolo fuori dal tempo di sopravvissuta utopia.

Vertice argomentativo del Moked è stato senz’altro il convegno che ha animato la giornata di domenica. Roberto Arbib direttore del Centro di Studi Ebraici Iyun di Tel Aviv, Donatella Di Cesare dall’Università La Sapienza di Roma, Shemuel Trigano dall’Università Paris X, Vittorio Dan Segre che certo non ha bisogno di presentazioni, Anselmo Calò Consigliere dell’UCEI, David Meghnagi dall’Università Roma Tre hanno tentato - partendo da diverse prospettive - di scandagliare il senso, il fulcro di Israele dopo il sionismo, al di là del sionismo storico. Se Arbib ha valorizzato l’attualità di due sionismi spirituali, tra loro differenti eppure complementari come quello "religioso" di Rav Kook e quello "naturalista" di Avraham David Gordon, Di Cesare e Trigano hanno scelto di spingersi oltre il sionismo; anzi di denunciarne il vizio d’origine, la sua "normalità" figlia diretta dell’emancpazione. Quella "normalità" che ha portato Israele a divenire (secondo l’esplicito programma di Ben Gurion) un paese come gli altri "con i suoi ladri e le sue puttane", ma in questo modo a staccarsi negativamente da quell’essere "oltre", da quella progettualità spirituale che lo hanno sempre caratterizzato nella sua storia millenaria. Per Donatella Di Cesare la soluzione è riprendersi questa dimensione filosofica, ritrovare la dimensione dell’ "altro", dell’ "esilio", dell’ "estraneità" come parti irrinunciabili dell’ebraismo e di Israele, categorie del resto ben calate nel mondo globale dei nostri giorni. Per Trigano il pericolo di Israele è oggi molto più concreto, è la sua stessa scomparsa: il sionismo "consumato" dei padri fondatori, il post-sionismo distruttore dei nuovi storici, la distanza distratta dell’ebraismo ortodosso, la sacralizzazione strumentale della Shoah rischiano di lasciare Israele e gli israeliani in balia di un mondo islamico radicale oggi volto alla loro distruzione.

Un pessimismo purtroppo convincente, avvalorato dalla quotidiana realtà politica. Per fortuna però a Trigano è seguito Vitorio Dan Segre, che, ben lungi da atteggiamenti da Cassandra, si è addirittura cimentato con una previsione su "Israele cento anni". Anche l’incrollabile ottimismo di questo saggio, straordinario analista politico è fondato, non meno della fosca visione che lo ha preceduto: Israele è ormai realtà consolidata, insostituibile nella sua regione e nella sua funzione, capace di grandi innovazioni e di crescita inopinata. L’ottimismo del futuro, simile all’ottimismo del passato, quello degli chalutzim di cui ha diffusamente parlato Anselmo Calò ex animatore dell’Hashomer Ha-Tzair. L’ottimismo: componente costante del sionismo, ingrediente principe della sua ricerca di "normalità". Proprio l’inseguimento della normalità ha caratterizzato psicologicamente il sionismo e l’atteggiamento degli ebrei in quanto sionisti, secondo il percorso presentato in chiusura da David Meghnagi.

Dopo tante tormentate riflessioni, non poteva mancare il tormentato viaggio teatrale di Enrico Fink, che in Via da Freedonia ha ripercorso il difficile cammino dell’ebreo di sinistra, disprezzato e posto invariabilmente ai margini dai suoi compagni non ebrei di sinistra.

Frutto di questi tre giorni di riflessione, nell’insieme, una grande manifestazione di amore: complesso, contraddittorio, ambiguo, contrastato ma indiscutibile e indistruttibile amore per Israele. E in fondo anche per il sionismo, spesso maltrattato durante questo Moked, spesso sommariamente considerato come cosa unica, mentre di tanti differenti sionismi si deve parlare.

Che questa specie di autoanalisi collettiva su Israele e di fronte a Israele sia avvenuta in una piccolissima Comunità, cui restano solo appena venticinque tenaci iscritti e un gioiello di sinagoga neoclassica del 1868, mi appare oggi molto significativo.

David Sorani