Israele

 

Sternhell

Silenzio, perché?

di Francesco Germinario e Pier Paolo Poggio

 

L’attentato subìto dallo storico israeliano Zeev Sternhell il 24 settembre, con tutta evidenza organizzato dalle frange estremiste dei coloni israeliani, ha avuto una modesta eco mediatica su alcuni quotidiani italiani, ma ha anche registrato uno sconcertante disinteresse nell’ambiente dei nostri storici. Questo silenzio è forse il risultato del timore di giudicare un’azione che riconduce al tema degli schieramenti politici interni di Israele, con le conseguenti accuse di antisemitismo, urlate da parte dello sciocco di turno, così come successo in altre occasioni? Oppure, sempre per limitarci agli storici italiani, quel disinteresse è la proiezione di un più generale atteggiamento di ritiro dalla scena pubblica, a seguito delle ben note vicende politiche nazionali, per cui un avvenimento del genere è visto come molto lontano, non foss’altro perché avvenuto all’estero? Oppure, com’è forse probabile, sono valide entrambe le ipotesi? Verrebbe da chiedersi: che cosa si sarebbe detto se, negli anni Settanta, in pieno sviluppo del terrorismo, qualcuno avesse compiuto un attentato a Renzo De Felice o Rosario Romeo e nessuno storico, ad esempio in Francia, avesse levato la sua voce di protesta e solidarietà? Eppure Sternhell è uno storico molto conosciuto non solo sul piano internazionale, ma anche in Italia, dove sono state tradotte quasi tutte le sue opere, compresa l’ultima, una poderosa analisi delle correnti dell’anti-illuminismo, da Herder a Bush, verrebbe da osservare, passando per Burke, Taine ecc. Possiamo presumere che alla vita di Sternhell non si è attentato per le sue analisi storiografiche, bensì per le sue posizioni politiche, essendo tra i fondatori del movimento Peace now, da sempre critico nei confronti della politica estera israeliana, a partire dalla scelta di favorire l’insediamento dei coloni in territori non appartenenti allo Stato di Israele. E, tuttavia, l’impressione è che in Sternhell l’impegno storiografico e la milizia politica nelle fila della sinistra democratica israeliana e nel movimento pacifista abbiano proceduto di pari passo, sorreggendosi a vicenda. Lo storico israeliano è uno dei casi felici in cui la militanza è di aiuto al lavoro scientifico, senza che quest’ultimo sia danneggiato nei suoi risultati. Studioso delle culture autoritarie nazionaliste, in particolare di quelle che prima del fascismo si erano richiamate al valore del radicamento sino al culto del sangue, Sternhell ha sempre inteso denunciare come anche in Israele agissero forze politiche non estranee a quell’impasto culturale autoritario. In un suo libro sulle origini di Israele, pubblicato a metà degli anni Novanta, aveva proceduto a un’analisi disincantata del movimento sionista, avanzando l’ipotesi che quella cultura politica fosse da leggere come proiezione nell’ebraismo europeo – parte del quale era tormentato dai pogrom – di quelle pulsioni nazionaliste, autoritarie, e quasi sempre antisemite, che, già alla fine dell’Ottocento, avevano elaborato strategie politiche fondate sulla sintesi fra nazionalismo e socialismo e sul culto dei legami col suolo e il sangue. Sternhell ha dato molto alla storiografia, ma non ha dato di meno al suo Paese. Nell’introduzione a un suo libro confessava che una parte consistente della sua vita era stata sottratta al silenzio dello studio e delle biblioteche, per smettere i panni civili e indossare la divisa dell’esercito, per combattere in alcune delle guerre succedutesi a partire dal 1948. Oltre alla solidarietà, l’augurio è che Sternhell, ormai ultrasettantenne, possa ancora far valere la sua felice sintesi fra impegno politico e studio, prese di posizione e analisi critica, ricerca e militanza. Un esempio per i troppi ritiratisi a vita privata.

Brescia, 1° ottobre 2008

Francesco Germinario – Pier Paolo Poggio

Fondazione Luigi Micheletti, Brescia